8 Marzo per farci contente, parola d'ordine: conciliazione!
articolo di Grazia Pia Vitillo
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Attualità 08/03/2010 12:37
Madri lavoratrici: ingranaggio mancante del motore economico italianoLe madri lavoratrici italiane lasciano i figli dai nonni. A fronte di un’Europa che suggerisce maggiore parità tra uomo e donna nel mercato del lavoro, resta radicato nel nostro paese un modello sociale basato sulla famiglia allargata che affida al mondo femminile le attività di cura domestica e familiare.
Il ruolo del servizio pubblico a sostegno della conciliazione tra lavoro e famiglia è insufficiente e le donne che hanno un figlio smettono di lavorare. Il tasso di attività femminile passa bruscamente dal 63% al 50,3%, dopo la nascita di un figlio, mentre quello maschile passa dall'85,6% al 97,7%.
E’ questo uno dei risultati emersi da indagini tra donne - tra i 25 e i 49 anni - che non sono occupate e non sono in cerca di lavoro, sulla base di più di diecimila interviste e da un impianto metodologico rigoroso, nel tentativo non solo di disegnare il fenomeno, ma di interpretare il modello culturale italiano in chiave sociologica di genere.
Poi, anche quando il bambino diventa un ragazzo, la situazione non cambia di molto: se nel primo anno di vita del figlio il tasso di occupazione femminile è del 48%, le donne che lavorano con figli minori di 15 anni sono il 56% e la percentuale non cresce anche con figli dai 15 anni in su, a dimostrazione che le donne con figli difficilmente riescono a rientrare nel mondo del lavoro. E i figli fanno la differenza, visto che nell’universo femminile senza prole nella stessa fascia di età, lavorano 8 donne su dieci, raggiungendo un tasso di occupazione del 78%.
Il sistema italiano, d’altro canto, non incentiva le donne a lavorare. Gli interventi ritenuti efficaci per favorire la conciliazione in base agli studi Isfol vedono in primo luogo la voce “Tempi di lavoro flessibili” (35,8%). Eppure in Italia sono solo il 27% le lavoratrici part-time sul totale delle donne occupate a fronte di una media europea (considerati 27 paesi) di 31%. Per fare un raffronto con i vicini europei, in Olanda le lavoratrici part time sono il 73%, in Germania sono il 45% e in Francia il 29%. I tempi di lavoro flessibili, sottolinea Marco Centra, non vogliono dire solo part-time ma anche orari flessibili nella gestione di un lavoro a tempo pieno. Insomma le istanze di conciliazione risultano essere di secondaria importanza anche nella contrattazione di secondo livello, a ricordare che molto spesso anche il sindacato ragiona al maschile.
Al secondo posto tra gli interventi che favorirebbero l’occupazione femminile si trova una maggiore condivisione nel lavoro familiare (25,9%). Ma i numeri relativi alla gestione del tempo di uomini e donne suggeriscono un atteggiamento femminile rivolto ai bisogni familiari ed una realtà maschile dove prevale la sfera individuale (professionale e non): le donne dedicano il doppio del tempo al lavoro domestico, 2 ore e 23 minuti contro i 50 minuti degli uomini e circa 2 ore in più alla cura dei figli. Gli uomini hanno un po’ più di tempo libero e dormono 10 minuti in più delle donne. Non sorprende dunque che alla domanda “Che cosa ha l'impressione di trascurare di più nella sua vita?”, il 30% degli uomini abbia risposto ‘nulla’ e il 28% delle donne abbia risposto “me stessa”.
Tra gli interventi auspicati dalle donne ci sono infine i servizi all’infanzia e agli anziani e le indennità economiche ai nuclei familiari. Dove i servizi dello stato non arrivano o sono insufficienti, si è costretti a riflettere su quanto sia conveniente o meno lavorare, spiega Centra. Spesso la retribuzione medio-bassa di una donna poco istruita non copre la spesa per servizi di assistenza familiare, e anche per questo, continua Centra, le donne italiane che lavorano in Italia sono quelle più istruite.
In conclusione, mentre il tasso di occupazione maschile italiano, pur inferiore alla media dell’Unione Europea, è elevato, quello femminile, anche se in crescita, è invece tra i più bassi in Europa. Nel panorama europeo il livello occupazionale delle mamme italiane (47% sul totale della popolazione femminile) è molto lontano dal 74% della Danimarca, al 71%% dell’Olanda e al 65% della Germania e al 60% della Francia ed è inferiore anche a quello della Grecia (48,7%) e della Spagna (55%).
Se metà della popolazione femminile resta a casa, non è più solo un problema di ruolo sociale della donna e di emancipazione femminile, ma diventa un problema di Pil, di mercato, di crescita economica del paese che, come ci indica sempre più insistentemente l’Europa, è legato non solo alla produttività, ma anche il tasso di occupazione generale.
E qui da noi, nel Sud e specie in provincia di Foggia, dove c’è pure un elevato numero di aborti (1248 nel 2007 su popol. Provincia 682.456), come stiamo messi?
DONNE PUGLIESI, LAVORA SOLO IL 30%
Dati allarmanti dai rapporti sulla condizione del lavoro femminile nella nostra regione
Soltanto il 29% delle donne pugliesi lavora, contro il 46,1% della media italiana. E’ quanto emerge dal rapporto Istat sul mercato del lavoro nel nostro Paese, riguardante gli ultimi tre mesi dell’anno appena trascorso. E’ del 13,5%, invece, il tasso di disoccupazione, cinque punti percentuali in più rispetto al dato dell’Italia. Se nel 2007 lavoravano 407mila donne, nel 2009 sono seimila in meno. Sono 109mila le donne che cercano lavoro non attivamente, 103mila quelle che non cercano un’occupazione ma vorrebbero lavorare. Cifre preoccupanti, illustrate oggi presso la Presidenza della Giunta regionale dalla Consigliera di Parità regionale, Serenella Molendini, durante la presentazione dell’Osservatorio sull’occupazione femminile e sulle condizioni di vita delle donne, creato al fine di promuovere una cultura dei diritti delle donne nel mondo del lavoro attraverso interventi in grado di incentivare il lavoro rosa. “E’ vitale studiare un piano per incrementare l’occupazione nella nostra regione – ha detto Molendini – ci dobbiamo chiedere perché così tante donne non lavorino. Sono persone che non cercano lavoro perché troppo occupate dalla cura di figli ed anziani o esiste una forte percentuale di lavoro sommerso?”.
L’assessore regionale alla Solidarietà, Elena Gentile, ha rimarcato la necessità di proseguire e rafforzare gli interventi già attuati per favorire il lavoro delle donne: “Abbiamo abbandonato da tempo un’idea di welfare assistenziale per lasciare spazio alla valorizzazione della creatività e dei talenti delle donne, offrendo nuove possibilità occupazionali. Valgano come esempi i posti di lavoro creati attraverso gli asili nido e le strutture per disabili da noi voluti, l’opera di riqualificazione del lavoro di cura parentale, il Progetto Rosa, pensato per far emergere tante donne dal lavoro nero. Abbiamo promosso interventi come i Patti territoriali per conciliare vita e lavoro, mettendo a valore un patrimonio che voglio rivendicare a questa giunta”. E proprio la valorizzazione delle capacità delle donne è il principio che ha ispirato l’assessore nel proporre un emendamento che modifica la legge elettorale regionale vigente: la proposta è quella di esprimere, alle prossime elezioni regionali, la doppia preferenza con l'obbligo di indicare il nome di un uomo e una donna. “Se una modifica della legge può ancora andare in porto ha aggiunto Gentile - io mi auguro che questa vada in direzione delle donne. Sono ancora ottimista, nonostante tutto”.
Al momento, purtroppo, permane una condizione di forte disparità tra uomini e donne nel lavoro, che si manifesta attraverso notevoli gap retributivi, nel proliferare di rapporti discontinui, flessibili, precari e sottopagati, in una generalizzata scarsa tutela contrattuale delle donne (congedi, maternità). Una dimostrazione di tutto ciò la offre il primo rapporto sulla situazione del personale femminile nelle medie e grandi aziende pugliesi: Solo la provincia di Bari fa segnare un tasso di occupazione pari al 30%, mentre Brindisi tocca il 22%, e Foggia, Lecce e Taranto non arrivano al 20%. Quasi un terzo delle donne occupate, il 27%, ha contratti part-time. Marcate le differenze retributive tra uomini e donne, più contenute a livello dirigenziale ma comunque evidenti.
Secondo l’assessore al Lavoro, Michele Losappio, questa situazione non si spiega con la crisi economica globale: “Questa, spesso, viene usata come un alibi,. La verità è che anche in periodi di vacche grasse i livelli di occupazione femminile In Puglia erano bassissimi. Ci sono diversi segnali che non inducono all’ottimismo: uno per tutti, il fatto che molti dei bandi promossi dalla Regione a favore dell’occupazione femminile sono disattesi.
Ma qualche “rimedio” c’è:
Un bando regionale pugliese consente alle amministrazioni e alle imprese locali di organizzare le attività favorendo il sostengo della maternità e della paternità. Si possono sperimentare formule di organizzazione dell'orario di lavoro nelle pubbliche amministrazioni e nelle imprese private che favoriscano la conciliazione tra vita professionale e vita privata e promuovano un'equa distribuzione del lavoro di cura tra i sessi.
I patti sociali di genere sono accordi su base territoriale tra province, comuni, organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sistema scolastico, aziende sanitarie locali e consultori volti a realizzare azioni a sostegno della maternità e della paternità ed a sperimentare formule di organizzazione dell'orario di lavoro rispettose dei ritmi di vita e di lavoro.
I patti sociali di genere possono includere una serie di misure, alcune delle quali già sperimentate in precedenti annualità e che sono tese proprio al sostegno della genitorialità e alla conciliazione vita-lavoro delle famiglie pugliesi. Il programma prevede inoltre formule sperimentali di sostegno al reddito delle donne occupate. Tre le misure previste: la prima dote per i nuovi nati, i voucher per l'acquisto di servizi per la conciliazione vita-lavoro, l'integrazione al reddito per le donne occupate che intendano usufruire di strumenti di flessibilità nel lavoro.
La dotazione finanziaria complessiva è di un milione di euro. Le proposte progettuali invece non potranno superare i 165 mila euro. Possono presentare domande di finanziamento e imprese operanti nel territorio regionale, associazioni di categoria e sindacali di rilevanza regionale e rappresentate in seno al Cnel, Amministrazioni pubbliche ed Enti pubblici territoriali. La domanda di contributo deve essere inviata entro il 28 aprile 2010.
A questi finanziamenti l’AGE di Vico del Gargano e la delegazione dell’Associazione Nazionale Famiglie Numerose ha chiesto a vari enti di attingere, in una nota del 01 marzo 2010. Questi interventi sono gli auguri per l’8 marzo più graditi di ogni mimosa…
Grazia Pia Vitillo
Presidente AGE VICO
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