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Venti di Grecale di Paolo Lambombarda

Commento Menuccia Fontana
articolo di Menuccia Fontana


Attualità 26/08/2010 19:30
Siamo negli anni duri della guerra in un piccolo paese del Gargano, case bianche intonacate di luce che si specchiano in un mare bellissimo, ha un nome croato Peschici “sabbia fine”.

Il Gargano ha ancora un sapore insulare, periferico, drammatico; manca tutto: luce, acqua, strade ma è già stato visitato per le sue bellezze naturali da illustri viaggiatori; il grande botanico tedesco Erich Nelson veniva fin qui per selezionare nuove orchidee, 70 specie nel promontorio; più tardi uomini di cultura: Cesare Brandi, Riccardo Bacchelli, Janet Ross inviata del Times, il saggista Giovanni Macchia che viveva a Parigi, ma non dimenticò mai la sua Puglia e parla del Gargano come una terra di “orizzonti infiniti ai confini del mondo”.

Un Gargano non ancora aperto al turismo, senza vie di comunicazione, ed è in questo Gargano che Paolo Lambombarda ambienta la storia di questa famiglia, fa un percorso coltivando la memoria, non la sua, all’epoca era un piccolo bambino, ma quella di persone molto vicine a lui e ci regala un vissuto che è un eccezionale affresco di luoghi, paesaggi, emozioni.

Arriva a Peschici una giovane donna col suo piccolo appena nato, viene da Roma ma lei è di Alberona, piccolo paese del subappennino dauno. Il marito richiamato in guerra la sente al sicuro a casa dei suoi. Viene accolta da una grande famiglia, nonni, suoceri, cognate e cognati, tutti impegnati a rendere meno malinconica l’assenza del giovane marito ed a non far mancare affetto e tenerezza al piccolo Paolo.
L’intero paese le si stringe intorno facendola sentire una di loro e lei ricambia imparando un po’ anche il dialetto, usato spesso dall’autore nel testo con molta efficacia.
Gli eventi che in questa famiglia accadono ci rimandano ad un tessuto sociale ancora intatto, rafforzato da legami forti.

La cena viene descritta dall’autore come un rituale di una quotidianità che non ci appartiene più, la vita in questa famiglia ha ritmi lenti, manca l’inquietudine di qualcosa che sta scappando e che bisogna correre per non farlo sfuggire. Era una vita faticosa anche per questa famiglia benestante, il pane si faceva in casa, le donne si alzavano all’alba, si riciclava tutto. Riciclare, oggi termine abusato, era in realtà una consuetudine naturale.
La stessa acqua, elemento prezioso, serviva per diversi usi, anche per il fuoco col quale ci si riscaldava d’inverno, si cucinava e si utilizzava la cenere per il bucato. Le lampade a petrolio si accendevano solo se necessario, a sera bastava la fiamma del camino ad illuminare la stanza creando atmosfere di grande suggestione, la vita era come si direbbe oggi “ecosostenibile”.

Queste pagine dovrebbero essere lette dai giovani che di questi stili di vita non hanno ricordi “il futuro si costruisce col passato”.

Le nuove generazioni sorrideranno al fidanzamento della giovane Rosalba, figlia di questa numerosa famiglia: il fidanzato arriva con i genitori da un paese non troppo lontano in una domenica di festa e si va tutti in chiesa schierati in prima fila perché tutti possano vedere e capire che il fidanzamento è ufficiale, poi a casa un pranzo tutti insieme in modo semplice per suggellare l’ingresso di questa nuova famiglia nella grande casa.

Tutti gli eventi hanno una solennità perduta, una ritualità di cui sentiamo un po’ la mancanza, come la nascita della piccola Rosetta, figlia di Pola, il parto avviene in casa nella stanza più calda dove c’è il grande camino con l’ostetrica Vinduccia, figura un tempo importantissima nei paesi di provincia a cui le giovani donne si rivolgevano con fiducia per i loro problemi a quel tempo inconfessabili se non ad altre donne. Vinduccia forte e dolce, detta le regole, il medico è in un’altra stanza entra solo se necessario.
Oggi cliniche all’avanguardia stanno tentando di reintrodurre il parto non medicato accogliendo le donne in ambienti che ricreano atmosfere familiari, abolendo le sale travaglio per non enfatizzare il dolore fisico e lasciare più spazio alla gioia dell’evento.

Piccoli passi indietro di cui ci parlava Ignazio Silone qualche decennio fa “torneremo a fare il pane in casa”, ci ha lasciato scritto Silone, quasi monito per rendere vivibile il futuro compromesso da un progetto senza limiti.

Questo è senza dubbio un libro sui sentimenti che l’autore analizza mettendo al centro l’universo femminile; sono le donne protagoniste di questa storia e di questa famiglia dove c’è quel matriarcato di cui ha parlato il grande storico e giurista di Basilea Jakob Bachofen “la donna impara prima dell’uomo a spingere la propria preoccupazione amorosa oltre i confini dell’individuale”, ed è proprio una generosità di affetti che emerge da queste pagine e le rende intense e toccanti.

“Venti di Grecale” il titolo che è la metafora del testo. Il vento fresco che viene dalla Grecia e rende nitidi i contorni del paesaggio delle case è come entrato nell’animo dell’autore, che ci ha reso la memoria di un vissuto con realismo a volte struggente.
Queste pagine ci fanno pensare, che oggi tutto muta più veloce del cuore ed è più difficile mettere insieme i ricordi, i luoghi, le strade del nostro passato non sono più riconoscibili, non sappiamo più neanche perché le abbiamo tanto amate.
 

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