Da Sant’Antonio a carnevale si accendono i falò e si ammazza il maiale
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Attualità 18/01/2011 11:53
In alcune località del Gargano si accendono i falò per onorare quattro Santi: S. Antonio Abate, S. Sebastiano, S. Ciro e S. Biagio.Queste manifestazioni un tempo erano gradite a noi ragazzini sia per il loro folclore sia per il calore e l’entusiasmo della gente che in comune accordo si adoperava per rendere gli avvenimenti affascinanti, gioiosi e circondare l’ambiente d’allegria e di fratellanza.
Intorno a quei fuochi si mangiavano granoturco e fave abbrustoliti mentre i ceci venivano fatti alla marinara con bucce di aranci, alloro e sale: fatti cuocere nella sabbia calda dopo averli scottati su e giù nell’acqua bollente, avvolti in uno straccio, per circa 2 minuti di tempo recitando per due volte il Padre Nostro in latino.
Le serate erano allietate da canti paesani e da stornelli a volte provocatori, allo scopo di sfottere bonariamente i partecipanti degli altri falò. Per la buona riuscita degli scherzi, la gente si mascherava per non essere riconosciuta trasformando così le serate in vere e spensierate competizioni rionali. La gente benestante in quel periodo ammazzava il maiale e metteva a disposizione una buona parte della carne che veniva arrostita sulla brace del falò.Ricordo ancora i forti grugniti che le bestie emanavano prima di essere scannati con l’enorme coltello, nonostante venissero legati il muso e mantenuti da più uomini forzuti.
Ho visto qualche bestia riuscire a scappare con il coltello rimasto in gola.
Noi ragazzi eravamo sconvolti da quegli episodi e lo stesso ci recavamo nei pressi dove avveniva l’uccisione per curiosare e partecipare alla rotonda serale del fuoco per gustare un pezzo di arrosto.
Alla bestia morta, venivano strappati i peli del dorso per fare i pennelli; poi veniva bagnata con l’acqua bollente e rasa completamente con dei coltelli ben affilati; i peli residui e le unghia dei piedini venivano bruciati con la paglia quindi si appendeva e divisa a metà: la testa veniva decapitata e posta sul tavolato con un’arancia tra i denti; mentre tutte le budella venivano pulite e fatte asciugare per poi: metà venivano riempite con carne tritata per fare la (salsiccia) e l’altra metà riempite di sangue, aromi, cacao, zucchero, pezzettini di grasso e fatti bollire nell’acqua.Il brodo dell’acqua veniva distribuito agli amici e ai parenti per fare una specie di polenta. Il fegato, i polmoni e il cuore si cucinavano subito con aglio, olio, sale, alloro, mentre l’involucro che conteneva questi organi serviva per fare gl’involtini ripieni da mettere nel ragù.La bestia veniva sezionata e divisa in ogni sua parte: le cotenne, le orecchie, i piedi, la lingua e il muso ricoperti di sale venivano conservati in luogo fresco nei contenitori di argilla, mentre le cosce venivano ricoperte con sale e pressate con enormi sassi per un certo periodo, poi asciugati e appesi in luogo fresco e buio per la stagionatura (prosciutti). La parte grassa “lardo”, con ancora la cotenna, veniva salata ed appesa, mentre il lardo misto alla carne si arrotolava con dentro sale, peperoncino e rosmarino “pancetta arrotolata”.
I nostri antenati nelle serate lunghe invernali ci tenevano uniti intorno al camino o intorno al braciere raccontandoci favole non sempre veritiere però ricche di ingredienti i cui protagonisti erano: spirito di sacrificio, educazione, lealtà, bontà; vere lezioni di vita impartite con dolcezza ma che entravano nelle nostre ingenue coscienze facendo germogliare il dovere del rispetto altrui nozioni questi indispensabili per poi poter ben figurare nel mondo dei piccoli uomini.
I racconti relativi ai falò e all’uccisione del maiale sono i seguenti:
Il globo terrestre, nel compiere il movimento di rotazione intorno al sole (equinozio invernale), riceve meno luce e calore, così da far diventare i giorni più corti e l’aria più gelida; infatti in questo periodo la natura cessa di vegetare, e allo stesso modo, animali e uomini rallentano i propri istinti produttivi; così che, gli antichi popoli, ogni 31 gennaio, a metà inverno, accendevano enormi fuochi che venivano alimentati fino al giorno delle Ceneri, sacrificando maiali o cinghiali alla dea Terra per tenere caldo il suo cuore e poter conservare i semi utili ai raccolti.
La brace del fuoco veniva portata nelle case per riscaldare e purificare l’abitato, mentre le ceneri venivano sparse nei campi per auspicio del buon raccolto.Si consumava la carne dei suini fino al giorno precedente delle Ceneri soprattutto negli ultimi tre giorni con il detto: “vale mangiare carne” e, dunque, si coniò il nome del “Carnevale”.
Successivamente in onore alla dea Cerere, per 40 giorni, si procedeva a purificare l’anima con digiuni e si pregava per ottenere una buona proliferazione, vegetazione abbondante e germoglio delle semenze. I fuochi che si accendevano, dal 31 gennaio furono anticipati al giorno della morte dei martiri sopra citati: S. Antonio Abate, (da non confondere con S. Antonio di Padova), nato nel centro dell’Egitto da nobile famiglia, non ancora ventenne rimasto orfano, si privò di tutti i suoi averi distribuendo metà a chi si sarebbe preso cura della sorella e l’altra metà ai poveri; si allontanò così da tutti rifugiandosi presso una tomba abbandonata scavata nella roccia.
La leggenda narra che S. Antonio Abate un giorno salvò un porcellino da bestie feroci ed esso per riconoscenza lo seguì dappertutto come fosse un cane. In una giornata fredda d’inverno aiutò il Santo ad entrare nell’Inferno che con un bastone a forma di “T” prelevò un tizzone di brace per riscaldare la terra.
Il diavolo si vendicò per l’oltraggio ricevuto lanciando un coltello che ammazzò il maialino mentre al Santo mise un carbone ardente sotto il letto provocandogli dolori atroci alla pelle da cui il nomignolo “fuoco di S. Antonio”. S. Antonio Abate nonostante i sacrifici, le mortificazioni e le malattie visse per 105 anni e morì il 17 gennaio del 356 d.C., divenendo famoso in Oriente e in tutta Europa e fu proclamato patrono degli animali domestici, dei salumieri, dei pittori, dei macellai, dei fornai, e dei cavalieri. S. Antonio fu uno dei primi eremiti e molti altri giovani nobili seguirono la stessa vocazione accettando la mortificazione, la povertà, la preghiera per poi raggiungere la completa purificazione.
S. Sebastiano, nobile milanese morto il 20 gennaio del 304 d. C., non morì dopo che gli scagliarono tantissime frecce sul nudo petto e fu dunque decapitato e il corpo buttato in un precipizio.
S. Ciro, nato in Egitto, medico, abbandonò la professione per dedicarsi ai poveri, insegnando loro la retta via e come evitare le tentazioni diaboliche; morì il 31 gennaio del 303 d.C.
S. Biagio, altro martire di origine armena, mentre veniva trasportato sul patibolo, guarì un ragazzo che stava soffocando per aver ingoiato una lisca di pesce; inoltre, con un miracolo, simulò le fiamme nella città di Fiuggi, destinata alla distruzione da parte dei Cajetani, famiglia nobile romana che chiese alleanza all’esercito papale, e che, avrebbe attaccato e bruciato la città in due parti in modo da impadronirsi del feudo dei Colonna. Le finte fiamme sul paese indussero le truppe nemiche, pensando di essere state precedute dalle truppe alleate, a fare ritorno nei loro accampamenti.
In onore di questi martiri alla data della loro morte veniva raccolta legna o ceppi,
chiesta porta a porta, per come per la questua , simbolo di mortificazione sia per chi la chiede sia per chi la dona. Il falò rappresentava simbolicamente l’elemento che distrugge il male per far rinascere il bene.
Questi ricordi fanciulleschi mi fanno gustare e rivedere le strade, le corti e le scalinate del mio Gargano, questi luoghi sono stati per me palestre da dove ho appreso le prime lezioni di vita.
I ragazzi di adesso sono distratti dal telefonino, dalla televisione e dal computer, ingannati da questi bisogni secondari non hanno interesse conoscere i sani valori della vita.
Insegniamo loro, invece, di ricordare, mantenere e sostenere le tradizioni perché esse nobilitano le proprie origini, il loro tempo, i luoghi e arricchiscono la cultura.
I promotori che realizzano lo svolgere delle manifestazioni sono dei veri benefattori.
FILASTROCCA
Il porcellino di S. Antonio
ingannò il demonio
con al collo la campanella
aggirò la sentinella
nell’inferno s’intrufolò
tutto il giorno lì restò.
Tra i diavoli vi fu scompiglio
non trovando il nascondiglio
chiesero al Santo per cortesia
affinché lo portasse via
e Lui così col bastone
rubò il tizzone.
Il diavolo arrabbiato
contro i due ha scagliato
il coltello al porcellino
al Santo un carboncino
e per colpa del demonio
ebbe il fuoco S. Antonio.
Il porcello non fu sepolto
ma squartato in ogni parte
per mantenere a tante lune
fece la carne a salume
rase i peli col coltello
e confezionò dei pennelli
con il sangue la farinata
con il lardo la pomata.
La gente di ogni loco
fa cerchio intorno al fuoco
danza e canta mascherata
per non essere individuata
beve vini saporiti
fa legumi abbrustoliti
carne arrosta con il sale
fino a tutto Carnevale.
Così passa l’inverno
e il diavolo resta all’Inferno.
Viva evviva S. Antonio
che ha gabbato il demonio.
articolo a cura di Antonio Monte
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