Piazza S. Domenico: il Patriarca scorticato.
Vico del Garganoarticolo di Comunicato Stampa
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Attualità 24/01/2011 09:45
Nell'estetica classica, la bellezza del corpo umano veniva espressa con la levigatezza delle superfici. E mi fa rabbrividire il pensare che per pervenire a tale bellezza, nelle Accademie delle Belle Arti, venivano disegnati nudi di cadaveri “scorticati” della pelle per lasciare in vista le fasce muscolari.La bellezza attuata per il portone di palazzo Mastromatteo in Piazza S.Domenico mi ricorda quelle dissezioni: gli è stata scartavetrata la pelle raggrinzita acquisita col passare degli anni, gli sono stati messi in vista le fasce lignee rossastre delle venature. E questo perché si continua a vedere la bellezza nella levigatezza e nella lucentezza. Il legno lucido da "mobilio per interni" nella parte alta del portone e un grigio scuro nello zoccolo sono espressioni di estetiche sintetizzabili in due parole,”lusso e lutto”. Quelle dei nostri quartieri storici non erano né lussuose, né luttuose, né luccicanti.
Il portone di Palazzo Mastromatteo con il passare degli anni, era diventato un patriarca imponente, un monumento da studiare, da esplorare, da storicizzare. Chiuso nel suo aristocratico silenzio non parlava, si raccontava soltanto a coloro che si fermavano a documentare la sua bellezza e le sue ferite.
Col passare degli anni si screpolava al sole e al gelo.
In alto aveva conservato un po' del verde rigato da rughe sottili.
In basso lo zoccolo ricoperto da una lastra di zinco, fissata con quattromila chiodi
col mutare delle stagioni si corrugava, creando sequenze di solchi piantumati da chiodi arrugginiti che disegnavano un nuovo territorio verticale urbano, arcaico e contemporaneo, perché il muschio che rinverdiva d'inverno ai suoi piedi, ancorava quel Patriarca ai muschi della Foresta mentre il freddo tremendo gli sgretolava la pelle, la carne e le ossa. Piagati dal tempo, i suoi piedi corrosi, come ingressi di caverne tenebrose, mi facevano tenerezza; irrispettoso ho fotografato le sue piaghe, ma oggi posso mostrarle e lui riemerge, rivive.
Lo zinco lacerato, impreziosito da macchie di ruggine, si inarcava come pelle fragile, instabile che rendendo unico quel territorio, chiedeva di essere riattaccata, come le cuciture fatte dai nostri nonni sulle porte ancore esistenti in via Arcaroli, in via San Giuseppe, in via Sbrasile, in via De Nittis. Azioni e gesti che alcuni artisti hanno rivalutato, celebrandole nelle loro opere.
Segni, crepe, rughe, lacerazioni, corrosioni sono elementi delle arti contemporanee.
Sono immagini da tutelare, da esaltare con mostre e convegni, per fa si che i nostri luoghi acquistino valore.
Da noi invece è più comodo distruggere che imparare a vedere i valori che l'azione del tempo aggiunge al documento storico. Coloro che hanno il potere forse non hanno tempo per leggersi i principi scritti nelle Carte del restauro, redatte dall”800 ad oggi e accennati nell'articolo 78 del nostro Regolamento edilizio dove sta scritto che” le facciate con paramento a stucco eseguite prima degli ultimi cinquanta (50) anni dovranno essere conservate nelle loro caratteristiche, compreso i valori acquisiti col TEMPO, come la trasparenza e la patina”.
Per vedere i valori del tempo ci si deve umiliare a ridisegnare con scrupolo analitico il documento su cui si dovrà intervenire per scegliere la giusta estetica, impostata sul principio della CONSERVAZIONE, ma nessuno lo fa. Si cancella, si abbellisce, si ammoderna.
Quando Vico avrà perso i tratti caratteristici delle diverse età dei quartieri e dei singoli elementi storici, diventerà scialbo e insignificante.
articolo a cura di G. De Maso
(per le immagini digitare www.garganoarchitecture.blogspot.com)
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