Un pň di storia: la necropoli di Monte Pucci, la necropoli di Monte Tabor, dai dauni all’epoca romana, il Gargano nella Preistoria
a cura del GAG Gruppo Archeologico Garganicoarticolo di Valentino Piccolo
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Il Gargano nella preistoriaIl Gargano è stato al centro di un processo evolutivo e culturale fra i più proficui di tutta l’Europa occidentale e ne è testimonianza il fatto che è stato abitato fin dai tempi più remoti della preistoria. Le prime tracce di insediamenti umani risalgono infatti al Paleolitico.
La presenza dell’uomo è diffusa in diverse zone del Gargano, da Grotta Paglicci, a Defensola, dalla Foce del Romandato a Grotta degli Spagnoli.
In particolare a Grotta Paglicci, nei pressi di Rignano Garganico, gli archeologi hanno rinvenuto, assieme a molti utensili ed oggetti lavorati, pitture parietali che raffigurano cavalli e mani umane, che secondo gli studiosi sono le sole, in Italia, che si possano sicuramente attribuire al Paleolitico.
Difficile e graduale è il passaggio dal Paleolitico al Neolitico.
Questo passaggio comportò una diversa ridistribuzione spaziale degli insediamenti e il cambiamento di vita tra le due epoche non fu né facile né rapido.
Si sviluppano in questo periodo forme di vita e di economia detta di “transizione”.
A Coppa Nevigata (Manfredonia), per esempio, l’espressione più evidente di questa transizione è una economia basata non più esclusivamente sulla caccia, ma sulla raccolta di molluschi.
E lo stesso anche per il sito di Grotta di Manaccore e Macchia di Mare a San Menaio.
Altro elemento di transizione è la nascita dei "villaggi trincerati" garganici, importanti nel processo di civilizzazione del Neolitico dauno.
Tra i "villaggi trincerati" va ricordato Passo di Corvo, presso Foggia, “unicum” nel processo di civilizzazione del Neolitico dauno.
Nel Gargano, sono state ritrovate numerosissime testimonianze del Campignano, periodo caratterizzato da utensili come il tranchet, l’accetta ed il piccone.
L’insediamento preistorico di Grotta Scaloria e Occhipinto (Manfredonia), rappresenterebbe l’approdo finale, alla fine del V millennio, della grande stagione dell’età della pietra nuova.
I numerosi insediamenti neolitici del Gargano erano collegati fra di loro da frequenti rapporti commerciali sia con i popoli situati a Nord-Ovest del Gargano stesso che con tutta l’area della civiltà appenninica, che con il mondo egeo, di cui sono testimonianze i ritrovamenti di vasellame e di ceramica.
Conferma di questo è la diffusione di un notevole commercio dell’industria della selce, presente già in età paleolitica e neolitica.
Dai dauni all’epoca romana
Più volte le fonti antiche parlano del Gargano collegando al promontorio culti non ancora identificati, e abitati ed abitanti sul cui riconoscimento ancora discute la ricerca filologica ed archeologica.
Al confine con il territorio degli Apuli, che si estendeva dall’area settentrionale del promontorio al limite del territorio di Arpi, il Gargano continua a figurarsi come un’isola che solo l’ellenizzazione del IV-III secolo a.C. porterà ad inserirsi nel medesimo quadro culturale del resto della regione.
Durante il periodo di massimo sviluppo della civiltà dauna, caratterizzata da un mondo religioso ricchissimo di culti e da una fiorente cultura artistica, ebbe inizio la colonizzazione greca che sostituì i propri costumi a quelli fino ad allora tramandati.
Nella fase più antica dell’Età del Ferro furono privilegiati i siti in prossimità del mare i quali, per le loro caratteristiche morfologiche, si prestavano meglio ad ospitare stanziamenti umani.
Lo spostamento degli insediamenti in zone più lontane dal mare, come Monte Tabor risalente al VI-V sec. a. C., al momento non trova alcun apporto giustificativo di elementi interni o esterni.
Il Gargano entra nell'ambito della civiltà romana nella seconda metà del IV secolo a.C., quando, nella lotta contro i Sanniti, le città daune appoggiarono Roma.
Durante il periodo romano il Gargano si arricchirà di numerose città come Argos Hippium (Arpi) e Sipontum (Siponto) , città importanti per cultura e sviluppo economico, dovuto in parte al commercio marittimo e alla posizione di "Ponte fra Occidente e oriente".
Alcuni centri lungo la costa garganica erano Merinum (Vieste), Portus Garnae (Rodi Garganico), Portus Agasus (Portogreco) e Matinum o Apeneste (Mattinata). All’interno vi era Uria e Devia.
In età tardo-antica questi centri si trasformarono gradualmente in tanti “vicus”, vere e proprie unità insediative che saranno i futuri abitati medioevali garganici.
La necropoli di Monte Tabor
La necropoli di Monte Tabor è situata in quella che un tempo era la periferia di Vico del Gargano, ma che oggi è pieno centro abitato. L’area, costituita da tre collinette, è in parte occupata da edifici e da strutture annesse e, di tutta l’antica necropoli, che si estendeva fino all’attuale Piazza San Francesco, oggi resta solo una parte esigua.
Le tombe furono localizzate da Cleto Corrain negli anni Sessanta che, nel corso di successive indagini, ne contò oltre cento, addensate sul fianco del colle rivolto a levante.
Attualmente il numero delle tombe individuabili è notevolmente inferiore rispetto a quelle localizzate dal prof. Corrain, forse per la distruzione di parte di esse, avvenuta nel corso degli ultimi anni.
Le circa cento sepolture rintracciate dal prof. Corrain negli anni sessanta, avevano la caratteristica forma a “bisaccia”, detta anche “a pozzo” o “a sacco” (sezione tronco-piramidale a base rettangolare o ellittica), attorno a cui era inciso un canaletto per il deflusso dell’ acqua piovana.
Scavate a fior di terra, nella viva roccia erano inadatte ad accogliere sia un’inumazione distesa, che una sepoltura in posizione rannicchiata su un fianco.
Di tutte le sepolture rintracciate, però, solo una decina furono scavate effettivamente e avevano dimensioni medie di cm 112,5x77,5; tra queste, nove presentavano resti ossei umani ed animali.
Le tombe erano divise in ordine di sesso: uomini, donne, bambini.
La sepoltura che ha fornito più informazioni è sicuramente la n. 1 della quale si sono potute rilevare anche le misure esatte: 72,5 x 113 cm.
E’questa la tomba che ha fornito la maggior parte della suppellettile ceramica utile per la datazione della necropoli.
Le suppellettili ritrovate appartengono a due classi ceramiche: una grossolana, molto spessa, ricca di materia sgrassante non levigata in superficie, utilizzata per grandi contenitori di uso comune (ceramica di impasto); l’altra più fine, di argilla lisciata giallina, acroma o colorata nella superficie in modo uniforme, o a zone più o meno strette e forse anche a disegni geometrici (ceramica decorata), che potrebbe far pensare alla ceramica dauna.
La morfologia del sepolcreto di Monte Tabor, con 6-7 inumati per tomba, e i materiali di corredo indicanti un arco cronologico tra il VI e il III secolo a.C., richiamano i riti di seppellimento diffusi nel Promontorio settentrionale, in particolare a Monte Saraceno (Mattinata).
L’area è stata sottoposta a vincolo archeologico con decreto ministeriale del 28/12/1994.
La necropoli di Monte Pucci
l sito, noto come necropoli di Monte Pucci, ancor prima Monte Porcio, da Orcus, Orcinus, Monte sepolcrale (Del Viscio, 1887), si colloca nel versante nord-occidentale, di un piccolo promontorio tra San Menaio e Peschici, nei pressi della stazione ferroviaria “Peschici-Calenella”.
Si tratta di un complesso di ipogei paleocristiani, costituito da oltre ottocento sepolture ipogeiche a fossa e loculi sormontati da arcosolii, databili tra il IV e il VII secolo d.C. .
Gli ipogei si trovano a poca distanza uno dall’altro e alcuni sono ancora oggi interrati o seminterrati.
Le prime segnalazioni sembrano essere quelle del prof. Del Viscio, autore di un articolo apparso nella “rivista scolastica” (Napoli, anno 1, volume 1, 1887) nel quale segnalava la presenza nella necropoli di materiale tipicamente paleocristiano, fra cui molte lucerne con i noti simboli del pesce, del gallo, del monogramma costantiniano e addirittura are per il sacrificio cristiano.
Scavi sistematici furono iniziati a partire dal 1955 fino al settembre 1962, con il contributo del CNR, dall’Istituto di Antropologia dell’università di Padova, sotto la direzione del prof. Ugo Battaglia prima, e poi del prof. Cleto Corrain, suo allievo, sempre accompagnate dalle continue segnalazioni del garganico Francesco Delli Muti che non mancherà mai di citare la Necropoli di Monte Pucci nelle sue pubblicazioni sul Gargano.
La necropoli paleocristiana di Monte Pucci si compone dunque, di circa un migliaio di loculi, organizzati attorno ad almeno ventisei ipogei articolati in una serie di intricate gallerie che sfociano in ambienti più vasti destinati al culto stesso dei morti.
Predomina il tipo di loculo rettangolare, scavato nella parte tufacea, ma non mancano quelli scavati nel pavimento o quelli più solenni ad arcosolio e a baldacchino.
Non mancano neppure tombe a sacca, a forma tronco piramidale con i loculi sulle pareti laterali, nelle quali si può accedere esclusivamente dall’alto e che stranamente ci portano alle tombe preistoriche di Monte Saraceno, più lontane, e a quelle più vicine di Monte Tabor.
Con gli ambienti propriamente destinati alle deposizioni sono presenti nella necropoli di Monte Pucci, cosa che sembra distinguere questa necropoli dalle altre necropoli paleocristiane garganiche, un sufficiente numero di ambienti sicuramente destinati alla liturgia cristiana, tesi confortata sia dalle forme architettoniche (assoluta mancanza di loculi) che dal tipo di materiali rinvenuti (colonnine di sostegno di are per il sacrificio).
L’area è vincolata come zona archeologica con decreto ministeriale del 18/01/1996.
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