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1° Maggio di un tempo nel Gargano

articolo di Comunicato Stampa


Attualità 05/05/2011 11:02
L’ultima guerra mondiale ha segnato di povertà, di lutti e di malattie, la gran parte della popolazione del Gargano.
Alcuni genitori costretti ad affidare i propri figlioletti ai gestori artigianali e agricoli per poterli sfamare ad apprendere un mestiere, saltando completamente le scuole dell’obbligo.
Gli scapaccioni, erano consentiti dalle maestranze per sfogare i loro pessimi umori e soprattutto per qualche errore banale che commettevano i ragazzi.

L’inizio della carriera, per coloro che intraprendevano l’arte della campagna, era pascolare le bestie ricevendo come retribuzione oltre al pane quotidiano, un litro di olio, un chilo di sale, una forma di cacio al mese ( la grandezza a discrezione dell’avarizia del  padrone)  e una piccola paghetta. I ragazzi già maturi, consapevoli della situazione economica familiare risparmiavano durante tutto il mese  l’olio e il sale per riportare il resto a casa.
I genitori pattuivano, con i datori di lavoro, oltre al salario, anche il giorno di riposo mensile e la garanzia della festività del 1° Maggio. 

I giovani lavoratori dovevano sottostare agli ordini degli anziani garzoni andando a prelevare l’acqua dai pozzi o dalle cisterne, raccogliendo la legna per il fuoco nei camini, lavare pentola e piatto (unici per tutti), attendere che gli anziani iniziassero per primi l’assaggio dei pasti, trattenendo  il proprio languore.
Il rispetto e l’obbedienza verso gli anziani e i padroni erano principi fondamentali.
Il Segno della Croce era l’unica preghiera che rivolgevano al cielo quando le intemperie incombevano in aperta campagna per ringraziare il rientro di tutta la mandria, certamente rispettavano una buona parte dei dieci comandamenti. 
La festa del 1° Maggio  era come onorare le prestazioni di tutti i lavoratori e attraverso lo sfogo collettivo, sprigionare il coraggio represso; la rivalsa di tutte le ingiustizie accumulate durante l’anno.

La popolazione si radunava al mattino in piazza davanti la camera del lavoro formando il corteo. I piccini davanti con le camice e le bandierine rosse con lo stemma della falce e martello, poi le donne con le ghirlande rosse sul capo e  con grandi cesti colmi di petali di rose e papaveri rossi che lanciavano per tappezzare la strada in cui passava il rappresentante sindacale con una vistosa bandiera.

Dietro, gli uomini con i propri mezzi di lavoro e con all’occhiello un garofano rosso.
Biciclette, asini e muli tutti ricoperti di rosso. Non appena la banda dava inizio all’inno del “ 1° Maggio o bandiera rossa”,  gli asini e i muli spaventati, ragliavano fortemente. Il corteo in prossimità dell’abitazione di qualche benestante aumentava la tonalità degli inni provocatori diventando sempre più assordanti; questi i versi: “ mangiatillo e sugatillo il limone , lo so che non ti piace ma oggi fatti capace che il limone ti devi mangiar” ( unico giorno in cui i padroni sostituivano i loro garzoni per i fabbisogni della campagna).

L’altro corteo più contenuto, partendo dalla parte opposta, era composto da impiegati, professionisti e praticanti religiosi con le bandiere bianche con lo stemma dello scudo crociato, meno affollato dell’altro ma più ricco di mezzi; qualche trattore, carri con su
le donne che lanciavano i petali di rose bianche e cavalli con criniere intrecciate ricoperti di mantelli, preparati quasi a partecipare a vecchi rodei medioevali; essi scalpitavano storditi dal canto “ O bianco fiore simbolo d’amore” e dagli applausi di ogni battuta pronunciata al microfono.

Il tutto si svolgeva con civiltà, ordine e compostezza nel pieno rispetto reciproco.
I cortei si scioglievano dopo i comizi tenuti dai loro rappresentanti politici e sindacali e fissavano l’appuntamento nel pomeriggio, in luoghi separati per la scampagnata.
I luoghi prefissati, in aperta campagna, erano come invasi da formiche colorate che prendevano d’assalto: frittate, formaggi, lambagioni al forno, salsicce, taralli e ciambelle, tutti prodotti fatti in casa, mentre il vinello aspro nostrano alimentava ancor più le tonalità degli stornelli provocatori.

Per l’occasione si organizzavano diverse attività dove i protagonisti erano gli stessi manifestanti: tiro alla fune, corsa coi sacchi, la cuccagna, corsa di asini o cavalli e qualche gara ciclistica importante aperta alla partecipazione di corridori di altri paesi.
Quando a tagliare il traguardo era uno degli atleti locali, i due cortei si fondevano in un unico boato di gioia scambiandosi abbracci e brindisi.
L’arrivo si colorava di bianco e rosso e la vittoria nostrana annientava la rivalità, esaltando il valore umano accampato in ogni cittadino del Gargano.

Attualmente il 1° Maggio si svolge in modo diverso, la scampagnata nell’unica piazza della Capitale dove i lavoratori arrivano stremati dai lunghi viaggi trascorsi sui pulman o sui treni messi a disposizione dai rappresentanti politici e sindacali per ascoltare i loro comizi. 
Agli organizzatori di un tempo, che con i risparmi dei cittadini, riuscivano ad organizzare enormi manifestazioni, a quei ragazzi temperati di spirito di sacrificio che hanno raggiunto traguardi ambiti in Italia e nel mondo onorando nella cruda povertà “quel dì di festa”
il meritato applauso.

articolo a cura di Antonio Monte  da Milano                

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