Olivo: l' origine e la distribuzione
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Turismo 03/09/2011 10:54
E' uno dei più antichi alberi da frutto coltivati, essendo stata accertata l’utilizzazione dei suoi frutti nel tardo neolitico nel sito di Kfar Samirin in Israele. L’olivo domestico (Olea europaea L.) è stato selezionato addomesticando l’olivo selvatico, Olea europaea L. subsp. oleaster (Hoffmanns. & Link) Negodi, con cui conserva notevoli affinità genetiche; non a caso il portamento dell’olivo inselvatichito tende a regredire verso quello dell’olivastro. La coltura era nota a tutte le antiche civiltà mediterranee ed è probabile che abbia avuto origine indipendente e parallela in diverse zone. Le varietà di olivo che oggi conosciamo sono il risultato di varie selezioni che iniziarono circa 6000 anni fa (GUERCI, 2005), allorquando agricoltori siriani, palestinesi e probabilmente anche quelli della vasta area che si estende dal Caucaso meridionale agli altipiani dell’Iran, riuscirono a ottenere lo sviluppo di una o più varietà ricche di olio e prive di spine dall’olivo selvatico, probabilmente di origine asiatica, molto diffuso a quei tempi, ma poco sfruttabile per scopi alimentari o rituali a causa della spinescenza e delle drupe di piccole dimensioni e povere di olio. Dal Mediterraneo orientale, in un periodo a cavallo tra il III e il II millennio a.C., l'olivo si diffuse verso occidente, in Grecia e negli arcipelaghi dell'Egeo (anche se Creta e Cipro vanno considerati come parte del centro più antico); in questa zona, consi-derata un centro secondario di diversificazione, l'olivo crebbe di importanza e fu probabilmente oggetto di ulteriore selezione da parte dell'uomo. Verso gli inizi del primo millennio a.C. sembra si sia verificata una terza migrazione ad ovest, verso la Sicilia, la Calabria e la Tunisia, considerate come il centro terziario di diversificazione dell'olivo. Da qui, verso il VI secolo a.C., probabilmente passando dall'Etruria, avviene l’ingresso nel mondo romano, come riportato dagli storici classici. Fino ad allora l'olivo si era spostato con lentezza verso occidente, sulle navi di mercanti fenici, prima, e greci, poi; questi popoli avevano diffuso la specie in una gran varietà di luoghi del Mediterraneo, tra cui Spagna, Francia meridionale, Nord Africa, con risultati talvolta incerti. La conquista di tutti i territori che si affacciavano sul Mediterraneo da parte delle legioni romane, e la loro trasformazione in un vasto, unico impero, rese le comunicazioni ed il commercio più intensi e sicuri. I romani diffusero la coltivazione dell’olivo in nuove aree, o la favorirono ove questa ristagnava, soprattutto per supplire ai crescenti fabbisogni interni. L'olivicoltura crebbe quindi di importanza e raggiunse il suo apogeo nel II e III secolo d.C., soprattutto nel Nord, ma anche in Spagna, in Dalmazia ed in Provenza; esistono testimonianze che provano scambi di olio con la Sicilia, la Magna Grecia, Atene e Marsiglia. Dopo la caduta dell'Impero Romano le informazioni storiche sull'olivo si fanno più rare. La coltura perse di importanza, anche in seguito al calo demo-grafico e all'abbandono di ampi territori che ebbe luogo nell'Alto Medio Evo. L'olivo continuò ad essere importante nei territori sotto il dominio arabo, al punto che nella Sicilia occupata ne venne proibita la coltivazione in quanto si temeva di danneggiare l'economia del Nord Africa, ormai rimasta la principale zona di coltivazione. In Europa invece il consumo di olio rimase limitato, e riprese importanza solo verso i secoli XVI-XVII, quando l'olio tornò ad essere una merce importante per i veneziani, che lo importavano in Europa dai loro possedimenti dell'Egeo (Cipro, Creta, Corfù). Va ricordato che l'olio d'oliva non era utilizzato soltanto come alimento: esso rivestiva altresì estrema importanza come combustibile per illuminazione, come olio per massaggi, per la produzione di sa-pone e per la lavorazione della lana. Così, la marcia dell'olivo riprese e rapidamente la coltura si diffuse nuovamente nelle aree tradizionali, ove ancor oggi è presente; fece eccezione l'Africa del Nord che, nello stesso periodo, conobbe quasi ovunque un declino della coltura, tendenza invertitasi solo in tempi relativamente recenti. L’olivo venne portato in Perù dalla Spagna nel 1560 e dopo le invasioni asiatiche del XVII secolo a.C., giunse anche in Egitto. La pianta arrivò in California intorno al 1850 con i missionari spagnoli e in Argentina grazie a emigranti italiani. Poca fortuna hanno avuto i tentativi di diffonderne la coltivazione in Australia.Olivo: quante sottospecie?
Il genere Olea (olivo) include circa 40 specie e subspecie, pari a circa 805 milioni di individui, distribuiti in quattro continenti (Africa, Asia, Europa ed Oceania), il 98% dei quali cresce nel bacino del Mediterraneo, dove vengono riconosciute sei subspecie di O. europaea: cerasiformis, europaea, guanchica, laperrinei. Le subsp. europaea ed oleaster, che occupano substrati di varia natura a quote generalmente non superiori ai 1000 m, sono presenti in quasi tutti i paesi del mediterraneo, mentre le altre hanno areale più circoscritto. La subsp. laperrinei è un relitto confinato al Sahara centro-meridionale ed al Sahel orientale (Algeria) dove vive in modo frammentato su rocce vulcaniche ed eruttive, a quote tra 1000 e 2800 m s.l.m., generalmente sulle rupi e sui versanti dei canyon. La subsp. maroccana è endemica del Marocco e la sua distribuzione è limitata al set-tore occidentale dell’Alto Atlante, a quote comprese tra i 400 e 1100 m s.l.m., principalmente sulle pendici meridionali del massiccio di Ida-ou-Tanane, popolazioni minori sono quelle a nord e nord-ovest di Agadir nelle regioni di Issi, Imouzzerdes-Ida-ou-Tanane, Assafid, Tassademt, Ameskroud, Mentaga (north of Taroudant) e ad Assif Oumarhouz (30 km a nord-ovest di Tafraoute). Le subsp. cerasiformis e guanchica, rispettivamente delle Isole Canarie e dell’ Isola di Madeira, crescono su rocce vulcaniche dal livello del mare fino a circa 600 m s.l.m.; talvolta la subsp. guanchica si spinge anche fino ai 1000 m s.l.m. Conseguenza diretta di questa diffusione è il notevole adattamento della specie a differenti tipi di ambienti.
Importanza e tutela dell’oliveto secolare
Gli oliveti secolari, al pari di compagini forestali come macchie e foreste, svolgono un ruolo strategico nel limitare la perdita di suolo e l’impoverimento della sostanza organica, contrastando gli effetti dell’erosione eolica ed idrica. L’oliveto “storico” condotto con metodi tradizionali, a basso impatto ambientale, rappresenta un ambiente seminaturale, rimasto invariato da secoli; pertanto a questo sistema agrario va attribuita anche un’importante funzione ecologica. Questi oliveti presentano di solito 50-60 piante ad ettaro, talvolta disposte con sesto d’impianto irregolare, assecondando la naturale conformazione del suolo dove il franco di coltivazione presentava profondità adeguate. Essi sono spesso delimitati da una fitta rete di muri a secco a ridosso dei quali sopravvivono lembi di vegetazione arbustiva spontanea, eliminata in tempi remoti per lasciare spazio alle colture. Questi habitat, oltre ad avere un innegabile valore culturale e paesaggistico, costituiscono un ambiente di importanza rilevante in quanto vi trovano rifugio specie di piante ed animali, alcune delle quali di notevole interesse conservazionistico. La frequente presenza di molte specie arboree secolari quali Ceratonia siliqua (carrubo), Prunus dulcis (mandorlo), Ficus carica (fico) e talvolta anche di Juglans regia (noce), Sorbus domestica (sorbo comune), Morus alba (gelso comune), Prunus domestica (susino) e Pyrus communis (pero comune), cui vanno aggiunte diverse specie di querce (Quercus sp. pl.), entità arbustive come Laurus nobilis (alloro), Punica granatum (melograno), Pistacia lentiscus (lentisco), Myrtus communis (mirto) e Rhamnus alaternus (alaterno) e altre specie tipiche delle garighe, rende questi ambienti idonei ad ospitare numerose specie appartenenti alla classe degli anfibi, dei rettili, dei mammiferi e soprattutto degli; sembra che alla diffusione dell’olivo abbiano contribuito in maniera importante proprio gli uccelli, come testimonia Teofrasto “delle drupe oleose sono ghiottissimi soprattutto i tordi e gli storni: fatta la loro scorpacciata, si librano nell’area e volano lontano…dis-seminando noccioli anche a grande distanza“. L’interesse storico-colturale e paesaggistico di questi ambienti ha suscitato l’attenzione del mondo scientifico e in particolare di alcuni autori che ne hanno suggerito l’inserimento nell’allegato I della Direttiva CEE 92/43 in qualità di habitat prioritari “Centuries-old olive groves” with evergreen Quercus spp. and arborescent mattoral” (codice 6320) in quanto rispondono a due parametri riportati dal “Testo consolidato” (Ufficio delle Pubblicazioni ufficiali della Comunità Europea, 2004): a) rischiano di scomparire nella loro area di ripartizione naturale; b) costituiscono esempi notevoli di caratteristiche tipiche di una o più delle sette regioni biogeografiche (nel caso specifico gli oliveti secolari appartengono alla regione mediterranea). Le maggiori minacce di scomparsa di questi habitat derivano dalle trasformazioni del territorio a seguito delle attività agricole sempre più intensive, dalla perdita di biodiversità vegetale ed animale e, in taluni casi, dallo sradicamento, di olivi secolari a scopo ornamentale e commerciale, giustificato dalla scarsa convenienza economica del loro allevamento, dalla limitata conoscenza del loro valore ambientale e culturale e dalla mancanza di informazione e di attenzione dei portatori di interessi. La regione Puglia ha emanato alcune leggi “ad hoc” per arginare questo fenomeno. In particolare la L.R. n. 14 del 4 giugno 2007 (Boll. Uff. Reg. Puglia n. 130 del 18 settembre 2007) prevede la tutela e valo-rizzazione del paesaggio degli olivi monumentali della Puglia, attraverso il censimento degli olivi, degli oliveti secolari ed il loro monitoraggio. All ’art. 10 della suddetta legge regionale è previsto il divieto di danneggiamento, abbattimento, espianto e commercio degli olivi monumentali, inseriti nell'elenco regionale (elaborato ai sensi dell'art. 5 della medesima legge), mentre l'art. 2 definisce il carattere di monumentalità attribuito alle piante di olivo. La tutela degli olivi non aventi carattere di monumentalità resta comunque disciplinata dalla L.R. n. 144 del 14 febbraio 1951 (ex art 1 e 2 D. Lgs. Lgt. del 27 luglio 1945 n. 475) e dalle norme applicative regionali, che dispongono il divieto di abbattimento degli alberi di olivo.
Primi dati sulla biodiversità vegetale degli oliveti secolari pugliesi
Nell’ambito del progetto Life+ “CENT.OLI. MED.” (LIFE 07 NAT/IT/00450) (2009-2012), finalizzato alla “Identificazione e conservazione dell’elevato valore naturale degli oliveti secolari nella Regione Mediterranea”, è stata condotta, una ricerca finalizzata che ha comportato la caratterizzazione floristica di questi agro-ecosistemi e la determinazione e l’analisi del loro livello di biodiversità. La ricerca, iniziata nel 2009, ha preso in considerazione gli oliveti secolari, di quattro aree protette (Parco Nazionale del Gargano a Vico del Gargano-FG, Parco delle Dune Costiere tra Torre Canne e Torre San Leonardo a Fasano-BR, Riserva Naturale dello Stato e Area Marina protetta di Torre Guaceto Carovigno-BR, Riserva Naturale dello Stato Le Cesine Racale-LE) lungo la fascia costiera pugliese. Gli oliveti indagati, pur presentando caratteristiche comuni, dal punto di vista ecologico manifestano delle peculiarità. Ciascuno degli appezzamenti considerati presenta un numero ridotto di olivi ad ettaro (comunque mai meno di 48 piante) gestiti in modo estensivo. Il ridotto numero di lavorazioni superficiali non ostacola la disseminazione naturale ed è compatibile con un costante inerbimento (pur avendo rilevato in alcuni casi tracce di diserbo) e con la presenza di infrastrutture di origine antropica e/o naturale (muretti a secco, siepi, ecc.). L’oliveto nel Parco delle Dune Costiere è localizzato sul fondo di una lama ed è gestito secondo quanto previsto dal metodo di produzione biologico; quello de Le Cesine, coltivato in modo estensivo, è contiguo all’omonima area umida e ad un rimboschimento di Pino d’Aleppo la cui realizzazione è cominciata nei primi anni del secolo scorso; quello di Vico del Gargano è posto su un versante acclive, digradante verso il mare; infine quello di Torre Guaceto, attualmente gestito in modo biologico, è situato in un’area pianeggiante che presenta, a tratti, lembi di vegetazione in fase di rinaturalizzazione. Lo studio è stato condotto effettuando i rilevamenti per l’analisi floristica e per la valutazione della biodiversità sia sui coltivi che sui bordi campo e a livello delle infrastrutture ecologiche incluse nei campi stessi quali: siepi, piccole aree rinaturalizzate, muretti a secco, cumuli di pietre, alberi ed arbusti ai margini degli appezzamenti.
Per i campionamenti sono state impiegate due diverse metodologie. Il rilevamento della biodiversità dei coltivi è stato svolto con il metodo di Raunkiaer, utilizzando una cornice metallica di 0,25 m di lato ed effet-tuando un numero di lanci variabile in funzione del rilevamento di nuove specie. Ciò ha consentito di rilevare le specie e il numero di individui per ogni specie, da cui sono stati calcolati gli indici di biodiversità. Per quanto riguarda le infrastrutture ecologiche, i rilievi sono stati effettuati applicando il metodo di Braun-Blanquet (1932) che ha consentito di quantificare il capitale ambientale prendendo in considerazione la qualità della flora ed il suo contributo alla diversità complessiva del sistema. Attraverso il calcolo degli indici di Shannon-Weaver (1949) è stata valutata la flora presente nei campi coltivati, verificandone non solo la ricchezza e l’abbondanza delle diverse specie presenti ma anche come la “diversità” si ripartisca tra le stesse. Questi tre indici hanno fornito un idea più precisa dell’impatto delle pratiche agricole sull’agroecosistema. Per quanto riguarda i valori degli indici calcolati per le aree a coltura (appezzamenti), questi mostrano un livello di biodiversità abbastanza sostenuto in tutti gli oliveti secolari presi in considerazione. Solo Torre Guaceto presenta una ridotta diversità delle specie, come conferma l’elevata presenza di Oxalis pes-caprae (acetosella). Prendendo in considerazione le altre aree, il valore più alto è stato rinvenuto nel Parco Agrario delle Dune Costiere, a significare una situazione estremamente equilibrata con un buon assortimento delle specie ed una biodiversità di tipo consolidato e stabile. Per quanto riguarda gli indici di ricchezza e il numero di specie rilevati nel corso dei monitoraggi, i valori più alti sono quelli del Parco del Gargano e della Riserva delle Le Cesine. Per le infrastrutture ecologiche (muretti a secco, siepi ecc.), la qualità del capitale ambientale, espressa attraverso l’indice di Braun-Blanquet, mostra i valori più elevati per il Parco delle Dune Costiere e per la Riserva di Torre Guaceto, mentre per il Parco del Gargano e per quello delle Le Cesine si registrano valori nettamente inferiori. Il livello di biodiversità di un sistema cambia in funzione della diversità della vegetazione all’interno e all’esterno di esso, dalla presenza e permanenza delle diverse colture nel sistema, dall’intensità della gestione colturale e dal livello di isolamento del sistema dalla vegetazione naturale circostante. Pertanto nell’analizzare i dati risultanti dall’analisi della diversità, sono stati presi in considerazione anche gli aspetti che caratterizzano le diverse aree dal punto di vista gestionale. I dati relativi alla diversità dei campi coltivati, rapportati a quelli delle corrispondenti infrastrutture ecologiche mostrano una certa differenza nell’impatto delle pratiche agricole sulla diversità floristica. I valori migliori sia in termini sono stati infatti rinvenuti in oliveti gestiti secondo il metodo di produzione biologica. Questi oliveti confermano il contributo delle diverse specie alla diversità complessiva e non appaiono fenomeni di forte dominanza o di competizione. Il contrario si osserva nel caso delle aree agricole olivetate della Riserva di Torre Guaceto, dove i livelli di diversità sono più bassi che negli altri oliveti secolari e la flora risente di squilibri tipicamente dovuti a lavorazioni del suolo non appropriate ovvero al ricorso al diserbo. Questa interpretazione dei dati è stata confermata dall’aver appreso che i fondi sono coltivati secondo le regole dell’agricoltura biologica da soli due anni, mentre in passato vi era applicato il diserbo; questo ha indebolito la presenza di molte specie erbacee contribuendo al prevalere di piante (come l’acetosella) dotate di organi sotterranei di moltiplicazione e quindi maggiormente resistenti al diserbo, che si sono così diffuse fino a diventare infestanti grazie alla mancanza di competizione da parte di altre specie erbacee e alle ripetute lavorazioni. Per le aree del Parco delle Dune Costiere e di Torre Guaceto, i valori di capitale ambientale a carico delle infrastrutture ecologiche presenti nell’agroecosistema sono estremamente positivi, cosa che fa ben sperare, nel caso di Torre Guaceto, nella possibilità del raggiungimento di un nuovo equilibrio a seguito dell’applicazione di pratiche agricole di minor impatto ambientale e che contribuiscano ad innalzare il livello di diversità. L’agroecosistema garganico presenta caratteristiche intermedie tra i due casi succitati. L’oliveto ha un buon livello di biodiversità, anche se pittosto variabile a seconda della zona di monitoraggio ad indicare qualche tipo di dominanza da parte di specie rese più aggressive dalle pratiche agricole. In questo caso gli oliveti sono gestiti secondo pratiche agricole estensive convezionali, ma non viene applicato il diserbo se non in maniera saltuaria. I valori di diversità delle infrastrutture ecologiche sono buoni, anche se i valori corrispondenti di Braun-Blanquet sono un po’ bassi. In questo caso le pratiche agricole, anche se non aggressive, hanno influito anche sulla qualità floristica della vegetazione naturale. L’agroecosistema ad oliveto secolare nella riserva de Le Cesine, costituisce un caso davvero particolare. Questo oliveto ospita al suo centro un’area umida e presenta valori di biodiversità estremamante positivi, ad indicare una struttura della diversità stabile, in equilibrio con l’ambiente.
Il Progetto “Life+ CENT.OLI. MED.”
Dal punto di vista scientifico il progetto mira a contribuire agli studi in corso sull’identificazione, conservazione, miglioramento e gestione delle aree agricole ad elevato valore naturale come habitat. Inoltre i prodotti di progetto (Linee Guida, Piano di miglioramento socio-economico) potranno essere presi a riferimento per l’identificazione di soluzioni per evitare i processi di desertificazione sociale (come l’abbandono delle aree rurali interne) in aree agricole economicamente svantaggiate, che è una priorità per le politiche economiche nel settore agricolo. I contributi al Progetto giungono da 3 Beneficiari Associati:
Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (Italia);
Regione Puglia – Assessorato all’Ecologia – Ufficio Parchi e Riserve Naturali (Italia);
Istituto Agronomico Mediterraneo di Chania (Grecia)
Il progetto vuole
- proteggere e valorizzare gli oliveti secolari;
- aumentare la popolazione animale e la flora presente in questo habitat;
- designare gli oliveti secolari come Aree Agricole ad Elevato Valore Naturale.
Quali azioni sono state intraprese
- azioni di rinaturalizzazione con la creazione di micro-habitat attraverso la piantagione di siepi, alberi, inerbimenti e la costruzione di muri a secco ai fini dell’incremento della biodiversità;
- redazione ed applicazione di Linee-Guida che aiutino agli agricoltori a proteggere la biodiversità negli oliveti secolari;
- studi preliminari sulla caratterizzazione morfo-genetica ed ambientale della biodiversità;
- sviluppo di un piano di miglioramento economico degli oliveti secolari;
- elaborazione ed applicazione di un modello innovativo di governante;
- elaborazione di in piano di Azione Euro-Mediterraneo per la protezione degli oliveti secolari.
Quali oliveti
Gli oliveti secolari di Puglia (Italia) e Creta (Grecia):
- Parco Nazionale del Gargano;
- Parco Regionale delle dune costiere di Torre Canne e Torre San Leonardo;
- Riserva Naturale dello Stato di Torre Guaceto;
- Riserva Naturale Le Cesine;
- Bugiukliana (Municipalità di Voukolies).
Conclusioni
Gli oliveti secolari si presentano come sistemi semi-naturali in delicato equilibrio con l’ambiente “naturale” (relativamente ad altri ambienti più violentati dalla mano dell’uomo, visto che di veramente naturale è rimasto ben poco) che li circonda e li pervade. I risultati ottenuti indicano che la conservazione della biodiversità vegetale degli oliveti è intimamente legata alla conservazione della biodiversità delle infrastrutture ecologiche ed al tipo di gestione delle aree limitrofe. Questo conferma l’intima connessione tra gli elementi del paesaggio naturale ed agrario e fa ben sperare per una pronta rinaturalizzazione (variabile in funzione della possibile reversibilità delle modificazioni antropiche) degli ambienti coltivati in maniera estensiva. I risultati derivanti dalla determinazione del livello di diversità dei coltivi e poi delle infrastrutture ecologiche limitrofe, indicano che le pratiche agricole influiscono non solo sulla biodiversità nel suo complesso, ma anche sulla qualità della stessa, attraverso un’azione di disturbo derivante dalle lavorazioni, ma anche e soprattutto dagli impatti della pratica del diserbo sulla qualità delle specie presenti nell’agroecosistema. Seguendo questo percorso, l’agroecosistema “oliveto secolare” potrà contare su una maggiore varietà di specie vegetali in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici ed ambientali e quindi avere più probabilità, nel tempo, di sopravvivere o di conservarsi.
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articolo a cura di Enrico Vito Perrino
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