Sono Estrema Povertŕ.
Giornata internazionale dei diritti per l'infanziaarticolo di Grazia D'Altilia
-
23/05/2012 09:05
Festa Madonna del Rifugio... » -
22/05/2012 18:10
“Gustando chiacchierando”... » -
16/05/2012 09:11
Peschici: Saggio di pianofor... » -
15/05/2012 11:26
I vincitori della Maratona F... » -
12/05/2012 17:55
Una scultrice garganica all'... » -
12/05/2012 17:51
La Vieste ai tempi di Omero... » -
08/05/2012 10:14
Celebrazione Apparizione del... »
Eventi e cultura 20/11/2011 18:08
Fin dove il tuo occhio arriva a vedere?Tu vedi il sole, distante milioni di chilometri, ma non vedi il batterio che ti sta sotto il naso.
Dicono che vedere dipende da vari fattori. Ad esempio la grandezza degli oggetti.
Il sole è molto grande. Il batterio troppo piccolo. Ecco perché vedresti l’uno ma non l’altro.
Io ci sto in mezzo. Come dimensioni, sono una delle molteplici variabili dello stare in mezzo. In mezzo ci sono anche come distanza. Né lontana anni luce. Né vicina pochi centimetri. Ma dicono anche che i fattori non sempre sono obiettivamente misurabili.
Quale occhio arriva a vedermi?
Ieri sera ero in TV, al TG delle otto e trenta. E tu mi hai vista.
Le dimensioni e la distanza erano proprio giuste. E tu mi hai vista. Hai visto la mia gente disordinatamente in fila, trascinarsi su piedi semiscalzi verso il campo profughi, per scappare da una terra in crepe. In crepe come la superficie dei ghiacci ai Poli in estate, ma secca come la pelle di un serpente in muta.
Mi hanno fatto un primo piano. Fuoriuscivo appena dalla bisaccia che penzolava a tracolla di mia madre. L’occhio della video camera, però, ha studiato la giusta angolatura e ti ha fatto giungere la mia faccia. Ti sei spaventata vero?
Sembro un rospo con gli occhi di fuori. Di fuori sono costretti ad esserlo. Non vi è nulla intorno che li armonizzi nell’insieme. Sarebbero piccoli e sembrerebbero meno protesi se solo fossero tessuto soggetto a dimagrimento. Gli occhi, però, non dimagriscono. Anzi diventano come più grandi, quando il resto del corpo si prosciuga.
Ti sei spaventata e il cuore ti si è inchiodato come una macchina che bruscamente frena. Ha ripreso, poi, a funzionare ingranando lentamente la marcia e apprezzando la fortuna che le era toccata.
Hai continuato a fissarmi per tutto il tempo della ripresa.
Forse che volevi dirmi qualcosa? Invitarmi a scendere dalla mia cenciosa amaca? Venire a cena da te? Magari per giocare insieme?
L’occhio del progresso tecnologico mi ha portato da te, ma vivo in Somalia dove il cielo non accoglie nuvole da tempo e dove la terra apre le zolle come labbra screpolate a sangue. Il tuo invito, allora, non può giungermi. Distante da te, l’amaca cenciosa è casa, cibo, gioco. È un’altalena continua, quando tu, invece, ti ci dondoli di tanto in tanto al parco giochi dopo aver strappato tua madre da mille impegni.
Guarda che fortuna che mi tocca! Ed è sicura perché nulla e nessuno può garantire protezione come il collo di una madre, tanto che la mia, quando può, dalle mani, lascia piovere chicchi di riso e qualche goccia d’acqua nella mia bocca. Hai visto anche questo in una successiva ripresa, tecnicamente ben montata al mio primo piano.
E tua madre ti ha battuto sul braccio – Vedi – ti ha detto – come si muore di fame – con un tono che partecipa la mia sorte – vedi, tu che fai tanto la schizzinosa – ha aggiunto con un’occhiata di disapprovazione nei tuoi confronti – vedi, dovresti stare lì un solo giorno per apprezzare quello che hai – ha detto con convinzione.
Intanto la video camera è tornata su di me. Gli occhi da rospo roteano appena. C’è poco di interessante da guardare dalla mia posizione e il sole mi acceca. Roteano appena, deboli e debolmente trasportati per raggiungere un luogo dove la natura sia più benevole o dove si manifesti la benevolenza umana. E mi è sembrato di udirti.
Mamma… – hai detto, senza girarti verso la donna che ti stava a fianco, zittendoti così concentrata a seguire l’odiosa mosca che cercava di annidarsi all’angolo di un mio occhio.
Quali parole ti sei ingoiata?
Forse le posso immaginare. Hai fatto bene a risparmiare fiato. Il fiato è prezioso. A mia madre ne serve molto prima che si arrivi al campo. E non per il mio ridicolo peso. Ma perché la pelle sfrigola sulle ossa. Far muovere le ossa, per la pelle è una grande fatica. Lo è per tutti nella carovana della mia gente, disordinatamente in fila e con identiche facce. Scure, spigolose, spente, impolverate. Lo hai visto anche tu.
Mamma…hai detto. Forse, cercavi qualche spiegazione perché lì con me e la mia gente tu non ci saresti mai capitata e allora non avresti mai potuto capire e il capire si basa spesso sull’atto del chiedere.
Mamma…ma ti sei mangiata le domande e hai continuato a guardare la mosca che risucchiava l’umido del mio occhio. E il collage di immagini che è seguito.
Mamma…ma la tua mamma aveva gli occhi rapiti dallo schermo e, forse, non si capacitava e avrebbe voluto chiedere, a sua volta, spiegazioni a qualcuno, sapere di chi fosse la colpa…Dio mio…ha poi sillabato per sorreggersi lo sguardo fisso sulla mammella avvizzita, pendente come un palloncino sgonfio, che una donna della mia gente cercava di infilare in una piccola socchiusa fessura chiamata bocca…Dio mio…ha sillabato ancora, sullo scorrere delle immagini, quasi a iniziare una preghiera in suffragio del fagottino di stracci, figlio donato da una madre alla terra…Dio mio…no, neppure un minuto dovresti stare lì…nessun bambino dovrebbe essere lì ….
La mano ferma della compassione, forse, le ha annodato qualcosa in gola. Non è riuscita ad aggiungere nulla. Neppure un altro Dio mio. Ma ti ha stretto il braccio.
Lo schermo si è riempito nuovamente di un paesaggio brullo, cosparso di solchi dove nessun seme pianterebbe radici. La terra è un reticolato di ferite aperte sotto un cielo impietoso. Davvero quel Dio che ha creato il mondo in sei giorni sembra essersi allontanato per scegliere un nuovo pianeta nell’universo dove innestare la vita. Non è un gioco il Suo. Non è questione neppure di capricci. I capricci di Dio sono nostre invenzioni. Come la guerra. Lo sfruttamento. L’egemonia o al contrario la subordinazione.
Dio non è responsabile dei miei occhi da rospo.
Solo che mi dispiace di averti spaventata. Mi hai vista senza che io lo sapessi o potessi deciderlo. La questione della distanza e della dimensione è stata risolta con il progresso tecnologico e tu hai acceso la TV quando io ero in onda.
Che buffa coincidenza!
Buffa e breve. Il nostro inconsapevole e casuale incontro è durato poco. Il tempo di un servizio, sfumato su una colonna di gente che serpeggia stancamente calpestando polvere. Davanti il miraggio della vita, alle spalle deserto e carcasse.
Io dondolo nell’amaca cenciosa, assicurata al collo di mia madre. Unica forza e speranza. Unico appiglio al mondo creato da Dio.
In sovrimpressione, un numero telefonico ha come trotterellato e una voce ne ha scandito le cifre.
Io vado via senza aprire bocca. Le immagini e qualche volenterosa penna sono le mie parole.
La pubblicità di un prodotto che rende forti i denti del tuo cane mi ha sostituito.
Tu hai terminato di digitare il numero sul tuo telefonino. La scritta sul display messaggio inviato ti ha fatto stare meglio.
Chissà quanto di me ricorderai.
Dio non è responsabile dei miei occhi da rospo
Grazia D’Altilia
Questo articolo č stato letto 370 volte.
Commenti (0) |
Sono d'accordo
Leggi gli altri articoli dello stesso autore
