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Le calende previsioni per un nuovo anno, tra empirismo e credenza a Vico del Gargano

articolo di Comunicato Stampa


Attualità 19/12/2011 10:11
Oltre quarant’anni fa quando la struttura socio economica del paese era prevalentemente di tipo agricolo e pastorale, la saggezza popolare, che si tramandava oralmente attraverso modi di dire o proverbi, guidava l’uomo nelle sue attività, durante il corso delle stagioni. Sul finire dell’anno ogni massima si esprimeva mantenendo come riferimento il giorno di Natale; le  feste dei Santi di questo periodo sono ricordate in  correlazione col Santo Natale, perché rappresenta la festa della nascita di Gesù che è il centro di ogni tempo, principio e fine di ogni avvenimento (Santa Caterina un mese a Natale, San Nicola a Natale i diciannove, l’Immacolata a Natale i diciassette, Santa Lucia a Natale a tredicina).

Un’affermazione che mi è rimasta particolarmente impressa è quella “mo’ venen’ i calenne”, le calende dei nostri nonni non erano quelle greche e nemmeno quelle del calendario dei romani.

Le “Calende”  a Vico del Gargano, erano invece la denominazione dell’osservazione meteorologica rilevata nel periodo di giorni che vanno dal 13 dicembre –Santa Lucia-  al 6 gennaio –Epifania- con una pausa nel giorno di Natale; i vecchi tradizionalmente la eseguivano, osservando il cielo e scrutandone la mutevolezza durante la giornata, annotandola sul calendario.

Pare anche che delle calende si abbiano testimonianze bizantine fin dal X secolo d.C., ma poiché all’epoca l’inizio dell’anno non cadeva sempre nella data del 1° gennaio, si fissavano le calende in un periodo -della durata di dodici giorni, quanti sono i mesi dell’anno- che poteva variare  nei mesi di dicembre o gennaio.
Geograficamente, il sistema delle calende meteorologiche è attestato nella tradizione delle diverse regioni della penisola al sud, come al centro e al nord, ma anche in altri paesi; in ogni territorio assumono una denominazione e una modalità di  osservazione e di calcolo, assai simile.

L’area geografica a noi più vicina è quella della Basilicata, dove in diversi paesi ne è documentato il ricordo nella memoria dei contadini; da notare anche  l’assimilazione linguistica presente attraverso la modifica consonantica  di  –nd- in –nn- e la vocale finale evanescente. Il periodo di osservazione è fissato negli stessi giorni che cadono fra dicembre e gennaio. 

In Calabria i giorni da osservare erano quelli a partire dal giorno di S. Lucia: erano chiamate a secondo dei luoghi calenne, carennule o currienti (cioè giorni correnti) e anche juorne cuntate; quest’ultima denominazione la si ritrova nel provenzale lei coumtié (i contati) e prendevano in considerazione i medesimi giorni.
Analoga la modalità secondo la quale si procedeva in Sicilia per le calenni dette anche carenni, carennuli e carannuli.

Diversa l’articolazione del periodo per le previsioni, nell’Italia settentrionale dove esse potevano essere “calende progressive” o “calende regressive”. In Romagna, i primi dodici giorni di gennaio erano detti calandar in dialetto, ai quali si era soliti aggiungere per un riscontro i successivi dodici giorni che erano detti calandron “calendone”; qui è ricordata anche un’osservazione meteorologica per fare le previsioni, nel giorno della Conversione di San Paolo, ovvero il 25 gennaio: dalle sei del mattino alle sei di sera, ciò a ulteriore conferma o a parziale smentita alle previsioni rilevate in precedenza.

Nel mantovano le due tipologie di calende prendevano la denominazione di calendre quelle che vanno da 1° al 12 gennaio e scalendre dal 13 al 24 gennaio; analoghe in Trentino erano denominate crescendi e calendi. Nel Veneto sia le calende progressive sia quelle regressive erano dette “zorni endegari” giorni indicatori.
Anche nella Liguria contadina il termine calende, già usato dai romani per indicare il primo giorno di ogni mese, indicava il periodo di osservazione dei fenomeni meteorologici –dal 1° al 12 gennaio- durante il quale rilevare le previsioni per i  prossimi dodici mesi.
In Romagna vi erano anche le calende estive, anch’esse chiamate calandra o calandrò, con questo sistema era pronosticato il tempo da aprile a settembre e si basavano sull’osservazione degli ultimi tre giorni di marzo e i primi tre giorni di aprile.

Spostandoci fuori dall’Italia le calende trovano riscontro nelle varie regioni della Spagna, dove assumono la denominazione di cabanuelas o anche cabanuelas de Santa Lucia –periodo fra il 13 dicembre 6 gennaio per le invernali e dal 2 al 25 gennaio per le cabanueals de Agosto. La denominazione di Cabanuelas ricorda la festa ebraica delle Capanne (Sukot in ebraico). A Malta sono conosciute con il nome di rwiegel, parola che deriva da regola, perché questi giorni si credeva, avessero il potere di regolare i dodici mesi dell’anno.  

Il recupero, nella memoria della cultura popolare,  del metodo delle “calende”,  utilizzato per effettuare una previsione meteorologica, a lungo termine, nella civiltà agricola di Vico del Gargano; peraltro, - largamente documentata in molte regioni italiane e in altre aree che si affacciano sul mare Mediterraneo- ci consentono di affermare che il contadino ha fin dall’antichità sentito l’esigenza di organizzare  e migliorare i suoi sistemi di vita. Attraverso l’osservazione e la  rilevazione, dei fenomeni naturali, egli arrivò a  costruirsi un sistema, induttivo, attraverso il quale riuscire a pronosticare il tempo meteorologico  dell’anno venturo. Quanto questo poi poteva corrispondere nella realtà avverandosi, non c’è noto; dobbiamo però supporre una certa attendibilità giacché un metodo –sia pure empirico- entrava a far parte del patrimonio di una comunità, solamente dopo che lo stesso fosse stato ampiamente sperimentato con risultati affidabili.

articolo a cura di Nicola Parisi





















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