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Per non dimenticare...

“NACQUI E CANTAI LA VITA”
articolo di Grazia D'Altilia


Eventi e cultura 26/01/2012 08:43
 “NACQUI E CANTAI LA VITA”

    “Aveva due nocciole per occhi e una bocca sempre attiva”. Mi diceva la mia bisnonna quando parlava del mio nonno, nel ricordarlo ancora bambino.
“Due occhi birbanti e una bocca intrigante”, specificava meglio. E ne andava fiera. D’altra parte, se fosse ancora viva, anche mia madre tramerebbe con orgoglio la mia descrizione. E ti dipingerebbe un nonno come tu non lo hai mai visto. Magari con tratti simili a quelli da me ascoltati anni prima. Perché io, che sono tuo nonno, pare che rassomigli molto a quello che fu il mio di nonno.
    I caratteri fisici si perpetuano nelle generazioni, seguendo leggi ben precise, ragazzo mio. Si ereditano molte caratteristiche del proprio ceppo familiare. Della propria razza. Talvolta si ereditano anche ferrei principi.
“La vita è un diritto di tutti. Di ogni individuo. Di ogni Popolo….qualunque cosa si erediti. Il colore della pelle. La forma degli occhi. La religione. La cultura. L’etnia….Non dimenticarlo. Ripetitelo ogni giorno che il sole s’alza sulla linea del tuo orizzonte. Per te e per tutti coloro che guardano alzare il medesimo sole su altri orizzonti!”
La sua bocca non aveva freni. Di mestiere insegnava e allora parlava, parlava. A me piaceva molto ascoltarlo, tanto che mi era impossibile immaginare le mie serate vuote delle sue parole. Purtroppo, però, una mattina, ancora prima che il sole sfiorasse l’orizzonte, partii  verso quella che doveva essere la mia salvezza; mentre lui, appena qualche giorno dopo, fu  costretto a montare su di una camionetta. E il mio udito smise di raccogliere  la sua voce.
    Come lui, anch’io ho insegnato. Parlavo. Parlavo. E ancora parlo sulla base di ferrei principi. Quei principi che poco sono valsi a difesa degli Armeni  e di noi ebrei,  che poco hanno contato in Cambogia, in Ruanda in Bosnia…quei principi che dentro di me si sono annidati in cunicoli profondi, scavati dalla saggezza di mio nonno e cementati dalle sue ceneri nel vento…
Tu non sai, ragazzo mio, quante volte ho parato le mani davanti alle folate di vento. Le mani si chiudevano a pugno nella speranza di catturare un po’ di lui. Ma riaperte, non avevano acchiappato che aria. Null’altro che aria. Testardo insistevo a parare le mani e a chiuderle nel vento, come se mi aggrappassi a una parete invisibile. Perché invisibile è la memoria e nello stesso tempo viva. E per me, lui era proprio così: vivo e invisibile.
Non potevo dimenticarlo.
Con il passare del tempo, ho smesso di imprigionare, tra dita e palmo, vento e polvere e  ho cominciato a chiedermi “Perché?”
Perché, se la vita è diritto di ogni uomo e di ogni Popolo?!
    Ebbene, ragazzo mio, ti sono nonno, e non ho trovato ancora una risposta. Mi sono arrovellato la mente e ho continuato a farlo di fronte all’ascolto di notizie che diffondevano appena qualche anno fa il ripetersi di indescrivibili atrocità.
Non ho trovato ancora risposta.
Quel “perché” resta in piedi. Come una montagna millenaria.
Solo una volta sembrò barcollare sotto l’affacciarsi di una flebile ipotesi. Ma le ipotesi vanno dimostrate e la montagna tremò appena per tornare a imperare in assenza di prove che avvalorassero.
    Era dicembre. Faceva freddo. Nonostante quella mattina non avessi lezione, l’abitudine del quotidiano mi portò ugualmente ad uscire presto.
L’edicola si trovava vicino a un vialetto di ghiaia che conduceva in uno spiazzo verde. E proprio in mezzo a quel vialetto vidi un uomo. Ai suoi piedi una scatola di cartone. Nella mano destra un bastone. L’altra mano pescava da terra sassi pronti ad essere lanciati contro chi inconsapevolmente  gli si avvicinava troppo  .
L’uomo aveva una strana espressione e ne ebbi paura. Ebbi paura della sua pazzia. Scappai via in preda a un terrore che aveva dell’irrazionale. Scappai via e una volta a casa realizzai che la pazzia ordina troppo spesso gesti snaturati e che per questo suscita paura. Che la pazzia si nutre della paura e che di essa si fa forte. E che a non scappare, forse, la si potrebbe arginare.
Ma come dimostrarlo? Come dimostrare che, forse, a non scappare sarebbe possibile spogliare la pazzia, un certo tipo di pazzia, dagli abiti comuni della normalità e mettere a nudo orribili propositi così da impedirli?! Come dimostrare che la pazzia persevera anche perché di essa si ha paura?
    Non esiste alcuna prova, ragazzo mio. Flebile ipotesi contro il rigore di logica. E poi, magari, era solo una mia inconsistente supposizione, legata ad anni che dovevano passarmi spensierati e che, invece, mi avevano profondamente segnato nel portarmi via l’intera mia famiglia…
Perché?
 Non so darti risposta, ragazzo. …Da quel giorno di dicembre, però, accanto al perchè mi chiedo anche che cosa fare..
    Che cosa fare?
Che cosa fare per impedire carneficine, per impedire che sia proprio la pazzia a vincere; e non la pazzia di quell’uomo che difendeva a modo suo una cucciolata di cagnolini ammassati nella scatola di cartone e che dopo meno di mezz’ora era stato bloccato e reso innocuo dall’arrivo di un’ambulanza. Quanto la pazzia che, piuttosto, utilizza e sfrutta  ruoli di potere, nascondendosi e giustificandosi nel nome di quegli stessi ruoli e di quello stesso potere.
Forse davvero cercando di domare la paura?!
Non so neppure questo. Quello che posso dirti, ragazzo è una frase che mio nonno scrisse a dedica di un libro di favole. Fu l’ultimo regalo di compleanno che ricevetti da lui. Lo infilai in fretta e furia nella borsa che conteneva quelli che sarebbero stati per un po’ di tempo i miei unici averi e che portai con me in un vecchio monastero dove giunsi con altri nove ragazzetti come me, guidati da un frate che credevamo contadino.
Ogni sera leggevo una fiaba. Ad alta voce, così da goderne tutti insieme contemporaneamente. Erano delle belle storie. Tutte a lieto fine. Non ce ne stancavamo mai abbastanza; così  una volta terminate si riprendeva dalla prima. E sempre cominciavo da quei due righi calcati in una grossa calligrafia. 
“Nacqui e cantai la vita…non dimenticare di farlo anche tu!”
Questo posso dirti, ragazzo. Perché, adesso più che mai, so che a cantare la vita, l’aria vibra.
Il vento trasporta quel canto che va lontano. Molto lontano e oltre l’orizzonte dove sorge il mio giorno, nell’intento di raggiungere chiunque. Soprattutto chi vorrebbe negare la vita agli altri. A parare le mani al vento, lo si potrebbe afferrare. E le riempirebbe come la cenere non sa fare.
                         Grazia D’Altilia

                     
   

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