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"Il passato racconta"

Vico del Gargano
articolo di Comunicato Stampa


Eventi e cultura 01/07/2008 16:58
Vico del Gargano, cittadina di 8500 abitanti posta a 450 m. sul livello del mare, domina la costa nord-orientale del Gargano. Le sue origini antichissime sono testimoniate da insediamenti preistorici di cui rimangono necropoli sul Monte Tabor, sul Monte Pucci e a Coppa d’ischio. Possiamo attestare, senza tema di smentita, che il sito su cui sorge Vico del Gargano è sempre stato caratterizzato dalla sacralità del rito funebre, se è vero che i suoi siti sono risultati adatti alla sepoltura in epoche diverse: dall’età del bronzo a quella del ferro ed oltre.

La necropoli di Monte Tabor presenta delle tombe scavate nella roccia, a forma di tronco di piramide capovolta, in cui la salma era posta in posizione fetale e disposta con il volto verso sinistra, orientamento contrario a quello del sole che, nelle credenze primitive, era portatore di vita. A poche centinaia di metri dal Monte Tabor sorge la chiesa di San Pietro, costruita intorno all’anno 1167, importante perché è stato il primo cimitero monumentale extra moenia di tutta l’Europa.

Questo fatto dimostra che il popolo vichese, anche dopo la penetrazione cristiana, che in tutto il Gargano è stata tardiva rispetto ad altre località, dava molta importanza al luogo della sepoltura, perpetuando l’antica abitudine di dedicare al defunto un luogo apposito per rendere  più facile la discesa agli inferi. Un altro elemento che rafforza la tesi di una sacralità del rito funebre è rappresentato dalla partecipazione, sentita da tutta la comunità, ai Misteri della Settimana Santa, che culminano con la processione del Venerdì Santo.
Anche questo rito, che possiamo definire come un rito collettivo, data l’imponente partecipazione degli abitanti, altro non è che la celebrazione del funerale del figlio del Dio cristiano, in cui tutti i cittadini si riconoscono.
I riti della Settimana Santa rappresentano, per i cittadini di Vico del Gargano, il punto di fusione tra la sacralità del posto, che ospita ben 13 chiese e 5 confraternite, e quella della morte.

Le confraternite, che si ritiene fossero più numerose in passato, sono riuscite a conservare la tradizione attraverso una puntuale organizzazione, che vedeva esclusivamente la partecipazione maschile. Le attuali congregazioni di Vico del Gargano sono: l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, la Confraternita dei Cinturati di Sant’Agostino e Santa Monica, la Confraternita della Morte e Orazione, la Confraternita dei Carmelitani Scalzi e la Confraternita di San Pietro. L’istituzione delle Confraternite di Vico del Gargano è documentabile a partire dal XVI secolo.

Uno dei riti legati alla Quaresima era quello di addobbare il sepolcro. Questo rito consisteva nel preparare, da parte degli abitanti, dei vasi detti “graste” in cui si piantavano semi di cereali e legumi, avendo cura di riporli in un luogo oscuro, al fine di impedire alla clorofilla di pigmentarli e farli germogliare bianchi. Una volta germogliati venivano portati nelle varie chiese per addobbare i sepolcri. Questi vasi sono detti “giardini di Adone” e servivano, in età precristiana, ad indicare l’avvento della Primavera, la cui divinità era Adone.

Ma come può un luogo sacro che si trova sul Gargano, la montagna del sole, essere connotato come via d’accesso agli inferi?
Per rispondere a questa domanda è importante osservare la conformazione del Gargano, da cui si evince che la sua parte meridionale è attraversata dalla Via Sacra, che culmina sulle pendici di Monte Sant’Angelo, località rinomata per essere centro spirituale e meta di pellegrinaggio, detta anche “casa di Dio e porta del Cielo”. A nord di Monte Sant’Angelo, in linea d’aria si trova Vico del Gargano, anch’esso centro di culto, come abbiamo visto, che stando all’ombra, alle spalle di Monte Sant’Angelo, diventa il suo opposto.
Monte Sant’Angelo è la località in cui la spiritualità è manifesta, conosciuta in tutto il mondo, mentre Vico è il luogo della spiritualità meno dichiarata, più intimistica.
Monte Sant’Angelo si protende verso il sole, proiettando la sua ombra su Vico del Gargano, che diviene così la porta degli inferi e che ha da sempre vissuto una spiritualità legata al culto dei morti. Il fatto che la Foresta Umbra si trova alle porte di Vico del Gargano rafforza questa ipotesi. L’etimo “umbra” deriverebbe non già dalla frescura tipica di ogni foresta ma dal carattere ombroso di tutta quella zona.
Nell’antichità era netta l’idea di un mondo diviso in due parti tra loro opposte e complementari, in ogni ordine di cose. C’era il bene e il male, il giorno e la notte, il maschile e il femminile, il terreno e il celeste, la vita e la morte. Ognuna di queste parti diventava inutile senza il suo opposto e sebbene a noi oggi può far paura l’idea della morte o del buio, per l’uomo antico era una inevitabile necessità. La parte chiara del mondo era protetta da divinità come Apollo, Zeus, che avevano sovente poteri taumaturgici e rappresentavano la parte spirituale dell’uomo.
La parte scura era rappresentata da divinità come Pan, Dionisio, Attis, Adone, che avevano dei caratteri più simili a quelli umani. 
A questo punto si apre per noi una significativa pista d’indagine che ci porta a considerare la possibilità che vi sia una Via Sacra umbra, che ha in Vico del Gargano il suo apice, in contrapposizione ad una Via Sacra francigena che riconduce a Monte Sant’Angelo, ma questo approfondimento lo riserviamo ad una prossima ricerca.

Se Monte Sant’Angelo è dominato da una potenza apollinea e solare, Vico del Gargano è sottoposta all’influenza dionisiaca e ombrosa e quindi invernale.
Proprio d’inverno, il 14 febbraio, viene festeggiato il Santo Patrono: San Valentino.
Anche nella storia del Santo Patrono Vico del Gargano brilla in originalità. L’arrivo dei cistercensi sul monte impose il culto di San Norberto, che si festeggiava il 6 giugno. Per motivi che risalgono all’economia del territorio, il popolo chiese alla Santa Sede di sostituire San Norberto con San Valentino. La leggenda narra che è stato San Valentino a scegliere i vichesi e non il contrario.
San Valentino fu proclamato patrono di Vico del Gargano nel 1618, in seguito alla richiesta dei cittadini, capeggiati dal marchese Spinelli, di cambiare l’antico Protettore San Norberto, perché si festeggiava nel mese di giugno, quando le arance non avevano più bisogno di protezione divina.  Si istituì, pertanto, una delegazione di eletti, capeggiati dal Sindaco, per intercedere presso la Santa Sede -il Papa era Paolo V-, affinché il Santo Patrono fosse sostituito. La scelta, effettuata nelle catacombe romane, cadde su San Valentino, il cui braccio fermò un delegato del popolo che attraversava le catacombe. Secondo una tesi secondo noi più accreditata, nel palazzo marchesale il marchese Spinelli adorava San Valentino insieme al clero. Questo fatto ci induce a pensare che il culto di San Valentino era preesistente a quello di San Norberto e che il popolo ha trovato nel fattore economico, l’agrumicultura che in quegli anni diede nuova linfa alla comunità, il motivo di tale sostituzione. La statua lignea a mezzo busto di San Valentino potrebbe avere una datazione più antica rispetto a quella in cui il Santo è rappresentato tutto intero, ma la cosa più importante da notare è la scure che fende il collo del martire. Valentino nacque a Terni nel 270 a.c. ma visse a Roma sotto il regno di Claudio II. Convertitosi al cristianesimo, fece convertire anche il prefetto Asterio e tutta la sua famiglia. Per questo fu condannato alla decapitazione. Portato in cella si trovò di fronte una donna cieca la quale ritrovò la vista per il fatto di essersi fortemente innamorata di lui. Questo è il motivo per il quale San Valentino è il protettore degli innamorati. Fu decapitato sulla via Flaminia, poi denominata Porta San Valentino.
L’agiografia dei Santi precristiani è molto ricca di significati simbolici. Nel caso di San Valentino la decapitazione vuole significare la mancanza degli occhi e siccome la testa è la parte del corpo più vicina al cielo, la sua mancanza indica un personaggio meno spirituale e più terreno. Se gli occhi sono la luce del volto, la decapitazione ci vuole indicare un corpo senza luce, oscuro, invernale. Molti Santi che si festeggiano nel periodo invernale hanno la caratteristica di essere acefali o ciechi: Santa Lucia è l’esempio più eclatante. Possiamo stabilire pertanto che la statua lignea di San Valentino appartiene al periodo più antico, quello originario, connotato dalla presenza dell’alloro, che è rimasto anche successivamente a rappresentare il Santo, quando San Valentino è stato reintegrato come Patrono del paese e protettore degli agrumi.

Il significato dell’alloro, che a Vico cresce spontaneo ai margini delle pinete, ci riporta nuovamente al mondo degli inferi. L’etimo “alloro” ci riporta a Dafne, la ninfa amata da Apollo. Secondo Ovidio, Dafne, figlia di Terra e del dio del fiume, è una ninfa che, orgogliosa della propria verginità, sprezzava il matrimonio. Apollo se ne invaghì e la inseguì per possederla. Durante l’inseguimento Dafne rivolse una preghiera alla sua madre Terra che la trasformò in un albero di alloro. Apollo continuò ad amare Dafne anche così trasformata e fece dell’alloro il suo albero nobile e sacro.
Il mito della metamorfosi di Dafne in alloro spiega l’unione di Apollo con il mondo vegetale tanto che tutti i luoghi a lui consacrati furono circondati dalla sacra pianta.
Le virtù terapeutiche dell’alloro furono adoperate già dall’antichità se si pensa che a Delfi, Pizia, la donna che interpretava l’oracolo dedicato al dio Apollo, profetava dopo aver masticato foglie di alloro ed averne esalato i fumi. Essa aspergeva dapprima con un rametto di lauro il santuario e poi, assisa sul treppiede adorno di fronde sacre, profetava. L’alloro è quindi, nel mito di Dafne, un emblema di rigenerazione sacra e non di morte, e, per il fatto di non cambiare colore in alcuna stagione dell’anno, assume il simbolo di immortalità e di vita eterna.
Anche in questo caso possiamo arguire come Dafne, rappresentata dal lauro, sia la parte opposta e complementare di Apollo, che in quanto tale viene ostentato in processione a San Valentino.

La vita di San Valentino, la religiosità che si respira nelle numerose festività religiose tra le quali la Madonna del Rifugio che indica già nel nome un luogo sotterraneo e Santa Maria Pura che nel nome nasconde una divinità dell’acqua, il rapporto atavico degli abitanti con il culto dei morti, ci fanno intravedere, nel luogo in cui oggi sorge Vico del Gargano, un sito dedicato probabilmente al culto di Orfeo. Sono ancora pochi gli indizi a favore di questa ipotesi, ma la coincidenza della vita del Santo Patrono con quella di Orfeo, la propensione del popolo al canto religioso in ogni stagione dell’anno, la prerogativa di essere la città dell’amore, protendono a favore.
Orfeo, il più bravo poeta e musicista, che ebbe in omaggio la lira da Apollo, aveva fama di ammansire le bestie feroci ed anche gli alberi, quindi il mondo animale e quello vegetale, al solo suono della sua musica. Innamorato di Euridice, Orfeo alla sua morte discese nell’oltretomba ed incantò con la sua musica Ade, re degli inferi, tanto da indurlo a restituire Euridice al mondo dei vivi a patto, però, che Orfeo non si voltasse mai a guardare indietro fino a quando il sole avesse accarezzato Euridice. Euridice seguì Orfeo lungo tutto l’oscuro percorso, guidata dalla musica della sua lira, ma, appena scorse la luce del sole, Orfeo si volse per accertarsi se Euridice lo seguiva e così la perdette per sempre.
Possiamo trovare delle similitudini tra il mito di Orfeo e la vita di San Valentino: entrambi sono i protettori degli innamorati; entrambi sono costretti a scendere negli inferi, se consideriamo le prigioni come dei luoghi sotterranei; ma anche tra la religione cristiana, manifestata a Vico attraverso i riti della settimana Santa e la preparazione al Natale con l’Avvento, e la religione orfica, entrambe piene di canti e musiche.

Da soli questi elementi non bastano per azzardare l’ipotesi di una Vico del Gargano sede della religione orfica, che vede in Orfeo l’esaltatore di Dionisio, ma alcune manifestazioni collettive come quella di “Viva la Croce” il Venerdì Santo, o la tunica bianca indossata dai confratelli in processione e che è stata ritrovata simile in alcune urne funerarie dove si professava la religione orfica, e poi i canti lamentosi che si ripetono per le vie della città, l’uso antico di mangiare carne solo a Carnevale e poi di cibarsi prevalentemente di legumi, ci riportano a considerare una pista attendibile quella di una città legata al culto terreno, invernale e infero.
Proprio del Carnevale, legato alla Quaresima, abbiamo raccolto sufficiente materiale per poter condurre un’ulteriore ricerca, magari il prossimo anno.
     

a cura del Dott.  Donatacci Giuseppe            

Per Info:
giuseppedonatacci@tiscali.it

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