I racconti di Natale
Cambiamenti di superficiearticolo di Grazia D'Altilia
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Eventi e cultura 05/12/2008 10:55
CAMBIAMENTI DI SUPERFICIEUn gatto felice. Strafelice per la carezzevole mano affusolata che affondava nel pelo ben curato. Strafelice per gli occhi magistralmente truccati che lo seguivano condividendo compiaciuti la felicità del momento. Un momento centrato su una ciotola; pasto prelibato per gatti, integrato con multi-vitamine, buono a vedersi, invitante a lasciarsi mangiare. Lasciarsi mangiare non dal gatto che era già felice per avere un’affascinante padrona, ma da quel bambino che, cinque minuti prima in un breve filmato a fine telegiornale, rovistava a pupille larghe in collinette di rifiuti. Capelli ricci, inamidati dalla sporcizia senza il bisogno di spume o gel a rendere le chiome lame taglienti come quelle dei giovani “increstati” che fendevano con le acconciature la carrozzeria della propria auto. Immagini che si erano sostituite al gatto. Ma prima del gatto il bambino, con una mosca indaffarata ad annidarsi nell’angolo di un occhio, cercava a mani nude tra cumuli d’immondizia. Petto all’aria, un calzoncino a mezza gamba, le braccia esili ruspe scavatrici e la pancia brontolante. Lui sì che avrebbe divorato senza tante cortesie la leccornia presentata nella ciotola lucida di pulizia…”Via, via…via di lì!” gli aveva detto Addolorata, seduta in poltrona davanti al televisore con sulle spalle trentatremilacinquecentottanta giorni. Novantadue anni. Tondi tondi. Era probabile che tra i normali cento miliardi di neuroni con i loro cento trilioni di connessioni qualcuno tra essi fosse saltato, però, la rete che sottintendeva la logicità del suo pensiero era ancora indenne dalle bombe attentatrici degli anni.
Il cuore le aveva comandato quell’ordine perentorio, invece. Un’empatia istintiva che era perdurata dopo la sigla del TG e rimasta viva durante la pubblicità.
“Via, via…via di lì!” Di lì, dalla poltrona si alzò mentre sullo schermo una radiosa famigliola si apprestava con calma a consumare la dose di felicità impastata in una soffice brioche. Dose di felicità utile per l’intera mattinata, perché gli esperti in materia avevano attinto da studi e fantasia altri slogan corredando scene in grado di rendere frizzante o tranquillo il rimanente tempo della giornata. Addolorata spense quei bei recitati larghi sorrisi. Raggiunse il suo letto. Baciò il Cristo del rosario dai grani amaranto che penzolava sopra al comodino. Si sfilò le pantofole e si coricò. Recitò le solite tre preghiere, terminò con il segno di croce e spense l’abat-jour. La tapparella, dimenticata alzata, dal velo della tenda lasciava trasparire la luna. La luna nel cui “Mare della tranquillità” era atterrato “Eagle”, da cui Armstrong era saltato giù a seminare orme che insieme alla bandiera statunitense e settantatre chili di strumenti scientifici costituivano sul vecchio satellite i cambiamenti di superficie più rivoluzionari mai verificatesi. La luna, però, continuava a brillare uguale come da millenni agli occhi degli uomini e la terra ripeteva sempre e ancora il contrasto della povertà e dell’opulenza. Addolorata guardò la sfera sotto la quale nella puzzolente discarica il bambino avrebbe potuto raccogliere ancora qualcosa per ingannare il lamentare della pancia che di notte gli negava il sonno. Neppure lei dormiva bene, e già da tempo; pensava all’uomo che era stato massacrato di botte per aver portato al figlio un pezzo di formaggio rubato dalla dispensa del padrone…
“Antò, il mondo non è cambiato, Antò” disse a voce bassa come se il marito le fosse disteso a fianco e in procinto di addormentarsi.
“Antò, la gente muore ancora di fame, Antò” e, la luna piena negli occhi, aggiunse “ Antò, tu che stai nel mondo della verità, che dici l’uomo è andato davvero sulla luna? …”
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