Cinema a Vico del Gargano
Una storia vichese, bella e impossibile?articolo di Philomena Diane Mastroiorio
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Eventi e cultura 30/01/2008 19:33
La storia che sto per raccontare è una bella storia. Se potessi raccontarvela per immagini partirebbe di certo da un torrido primo pomeriggio di quest'estate, quando insieme a quel pazzo del mio amico Costanzo, ci si aggirava nell'Auditorium Comunale. Smanettavamo sopra un improbabile proiettore digitale, sprovvisti di tutto. Tanto per cominciare di un po' di buon senso per finire,andando più nel pratico, di una comune doppia presa. Avevamo però, questo lo ricordo nitidamente, una certezza radicata, ostinata direi: quella che avremmo riaperto il cinema! Sapevamo che in qualche modo lo avremmo fatto e così è stato alla fine. L'immagine del mio racconto adesso potrebbe spostarsi alla serata inaugurale, e sarebbe una storia a lieto fine. Di solito, però, sono le traversie del percorso e non la conclusione che fanno bella una vicenda.E' affascinante fermarsi a riflettere sull'intimo e peculiare rapporto che il cinema riveste nella cultura di Vico del Gargano. Affascinante pensare che siamo eredi di un certo dinamismo culturale, che ha ritenuto tra le mille altre svariate priorità,dell'immediato dopoguerra, più urgente di ogni altra questione mettersi in connessione con il mondo attraverso la proiezione cinematografica.
C'è da sorprendersi a pensare che già negli anni quaranta sembra fosse attiva una sala,e che negli anni sessanta poi ce ne fossero addirittura due.
Che ci rimarrebbe del sapore di quegli anni se non li avessimo sentiti attraverso il cinema? Che ci rimarrebbe se non li avessimo vissuti e visti attraverso De Sica, Visconti, Fellini, Leone,i b-movie?
I racconti di vita vissuta dei nostri anziani sono tanto più reali quanto più li abbiamo visti nella finzione cinematografica. Le generazioni che si sono succedute a partire dal secondo dopoguerra si sono formate con una consapevolezza cinematografica. Si sono abbandonate a quello che Edith Stain chiama l'autentico cuore del filosofare, vale a dire la meraviglia. Il cinema attraverso quell'innato fondamento umano che è la meraviglia ha prolungato e amplificato la nostra percezione, la nostra immaginazione, contribuendo a creare un patrimonio comune a tutti che è quello della memoria.
Ognuno ricorda i pomeriggi passati nella sala,spesso rifugio dal freddo, dai compiti,dalla routine. I film visti due volte, il suono del proiettore come la melodia di un pifferaio magico, il film come iniziazione e passaggio dall'adolescenza all'età adulta .
Poi perché in tutte le storie c'è bisogno di un cattivo,proviamo a crearcene uno nell'irruzione sproporzionata della televisione, e l'effetto è da thriller d'autore. Le sale si sono man mano svuotate di vita, le bacheche svuotate di locandine, e un po' tutti ci siamo ritrovati poveri .Impoveriti di suggestioni, di sogni, e non solo, abbiamo man mano perso anche un po' l'abitudine alla relazione, al condividere con altri uno spazio…Mi chiedo se la pervasività delle tv a pagamento o di internet, non alimenti piuttosto un "imbarbarimento"sociale e se il cinema o il teatro non possano ancora costituire una sorta di antidoto.
La riapertura ha così un forte valore simbolico oltre che pratico, evidenzia a mio parere, una piccola riscossa, il riscatto di una comunità che si era vista improvvisamente sottratta di una sua prerogativa, ma che ha avuto la forza di reagire. Un colpo di scena nella nostra storia che rimette tutto in discussione.
Il vero spettacolo è adesso vedere i cittadini riversarsi nella sala, vedere tornare in paese gente di Peschici, Rodi, Ischitella.Vedere Vico riacquistare una centralità, vedere finalmente la città un po' più viva.
Il crepuscolo dell'età dell'oro, cosi mirabilmente raccontata da Tornatore, o da Scola, o da Wenders o ancora da Bogdanovich, in realtà forse non è ancora arrivato, anzi, secondo un quotidiano, quest'anno si è registrato in Italia un record di spettatori come non accadeva dal 1985. Magari molto semplicemente, il divismo triviale, usa e getta, propugnato dalla televisione non ci coinvolge oltre. Anzi magari ci sfinisce, magari ci stimola a recuperare una qualche idea di pudore. Proprio il pudore non potrebbe essere la nuova frontiera della trasgressione?
In questa storia ci sono molti buoni, buoni autentici, proprio quelli senza macchia, secondo un perfetto stile John Ford.Sono quelli che in maniera del tutto anonima contribuiscono spesso a sciogliere i nodi o meglio i grovigli di un tetro apparato kafkiano per cui,per qualche inspiegabile motivo, è meglio che niente si faccia. Quelli che trascurano i propri affetti per la realizzazione di un sogno che nessuno oserebbe mai avvallare, quelli che non si chiedono mai "ma io che ci guadagno?" Vorrei citarne alcuni con dei primi piani, l'inquadratura si sofferma allora necessariamente sulle "Giacche Verdi": un bella realtà di volontariato che si spende per sopperire a tante carenze istituzionali sul territorio. Senza la loro buona volontà la riapertura del cinema non sarebbe stata possibile e tutta un amministrazione li ringrazia per l'ottimo lavoro che svolgono. Altra inquadratura doverosa per Stefano Cilenti, "uomo versatile e scaltro", averlo a fianco è come passeggiare col genio della lampada.
Nei titoli di coda poi non vorrei dimenticare un signore, vale a dire Ferdinando Cicolella. La sua freschezza, la sua passione per il cinema, la sua disponibilità sono stati un bell'esempio e un bell'arricchimento per tutti.
Mentre scorrono i titoli di coda rivolgo un appello affinché si stia vicini a questa nuova realtà. Molto va ancora migliorato e si proverà a farlo senz'altro, ma occorre intanto che la sala venga sentita un patrimonio collettivo e quindi sostenuta .Occorre che cittadini, scuole, associazioni, diventino sempre più attori di questa storia, si appassionino e la vivano: trasmettere ai ragazzi l'importanza del linguaggio cinematografico è fondamentale per comprendere meglio le dinamiche di una società sempre più fondata sull'immagine.
A cura di Giuseppe Aguiari.
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