L’Albero della Libertà a Vico del Gargano
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La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799 fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata la Repubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque. Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.
Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.
Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.
Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!
Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.
da "Il Tabor" edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli
Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666
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