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Diario di Madre...

speciale 8 marzo
articolo di Grazia D'Altilia


Eventi e cultura 07/03/2009 10:13
 13.01.2006

    Ti ho visto la prima volta in un pomeriggio di fine agosto. Sudavo e non solo per il caldo. Ti ho visto in un monitor e pensare che c’è chi condanna la tecnologia. Eri uno degli elementi fondamentali della geometria: un punto. Per me, un nome da scegliere, una culla da acquistare…un figlio. E nel vederti cominciò la mia metamorfosi. Una lenta trasformazione orientata al divenire madre; un cambiamento che immaginavo privo di traguardo conclusivo perché “figlio” un po’, lo si rimane sempre…quando il desiderio di respirare l’odore della bambagia nel nido che assicura protezione e preserva dall’abbandono pulsa nella mente adulta dove tutto ciò è antico ricordo d’infanzia…
    “Dio- mi dissi- come si fa ad essere madre?!” intimorita dalla responsabilità inseguita da qualche mese, e che mi era poi realmente toccata.
Di norma si era solito parlare di istinto materno,  teoria che abbatteva sul nascere le mie perplessità o qualunque genere di dubbio, come se la metamorfosi fosse semplicemente  fase di un processo naturale. In opposizione, avevo letto che la vita umana si distingueva da quella animale per la capacità di sostituire l’istinto con la ragione e che la ragione aveva la facoltà di programmare, di scegliere, di rendere varie e diverse e complesse le fasi della vita stessa. Tesi, queste, che accreditavano i miei timori. Ma, ricordo che per cominciare a vestirmi del nuovo ruolo, accolsi entrambe le teorie: il tutto sarebbe stato più semplice nel credere che l’integrazione dei due pensieri era la linea guida per raccogliere pagliuzze, escogitare il modo per intrecciarle e accoglierti in un nido caldo e sicuro.
Tutto ciò, però, lo pensai dopo, quando feci ritorno a casa e tenni tra le mani il lucido di pellicola dove, nel grigio scuro, non t’avrei ritrovato  se non fosse stato per la punta di una freccetta bianca.
Sì, era l’istinto che m’incuteva dolcezza, ma la ragione con tante immagini connesse l’amplificavano.


20.01.2006

    Al test positivo di gravidanza, si era aggiunta una foto ricordo che ritraeva più l’ambiente in cui cominciavi a formarti che non te.  Il mio ventre piatto non accennava minimamente la tua presenza, tranne che per le sensazioni di nausea che, appena sveglia, lo disturbavano. Esistevi, ma solo per me, nascosto in un piccolo muscolo cavo, antro accogliente del corpo femminile. Solo per me, proprio come le mie perplessità che cercavano la via per dissolversi.
    “Sarò una buona madre?!” mi chiedevo. Con l’abitudine di leggere ogni foglio di carta stampata che mi capitava sotto il naso,  entrare in possesso di notizie non era cosa rara ed alcune di esse, poi, ricomparivano richiamate da particolari situazioni. Per questo alla domanda seguitava spesso il ricordo di talune testimonianze  che confessavano difficoltà, momenti di depressione, comportamenti estranei al cosiddetto istinto materno, a volte, risvolti tragici…diventare madre, non doveva, dunque, somigliare allo sboccio dei fiori a primavera……

22.01.2006


    Con il passare dei giorni, cominciasti a mostrarti. Il mio corpo a trasformarsi, mentre la percezione dei tuoi movimenti rafforzavano la realtà della maternità. Ero tranquilla e quel senso di dolcezza, nato assieme alla certezza del tuo esserci, divenne l’unica modalità di interagire con gli altri.
Giocavo nel pensare al dopo, un futuro vicino, con frequenza descritto quale insieme di rinunce, di notti insonni, di preoccupazioni; eppure più che vederti tra le braccia non riuscivo come ad ignorare gli avvertimenti uditi e stroncare qualunque tipo di influenza.
Non eri ancora nato e mi sembrava giusto salvaguardare questa nostra esperienza; ogni riflessione, considerazione conclusione doveva restare legata al momento in cui sarebbe sorta. Ciò che era stato per gli altri non necessariamente doveva ripetersi per me. Volevo viverti come frutto di una scelta. La mia scelta.


26.01.2006


    Il giorno che decidesti di nascere, ti posero sul mio corpo. Né l’istinto né la ragione ebbero modo di suggerirmi un movimento o un pensiero. Durante quei brevi attimi, rimasi immobile e vuota. Solo dopo pensai a quel cordone monco: percepii il tuo distacco da me; non fisico, quello lo avevo già superato, bensì un distacco che segnava l’inizio di un qualcosa di ancora troppo vago per essere definito, fra l’altro reso enigmatico da un compito che seppure vecchio quanto il mondo mi era in gran parte oscuro…
Un distacco che faceva male e che pur produceva gioia per aver visto un’immaginazione concretizzarsi. – Avrà i miei stessi capelli scuri e gli occhi chiari di suo padre?- mi interrogavo quando la fantasia faticava a costruirti un’identità corporea.
Dopo nove mesi ti guardavo; piccino e raggomitolato frenasti il confuso sovrapporsi di ritratti, frutto di tentativi miranti ad attribuirti un volto, per scoprire che in fondo un’idea di come saresti potuto essere non l’avevo affatto e che, per certi aspetti, ti presentavi da perfetto estraneo.
Ecco, era per l’appunto a questo senso di estraneità che si riconduceva la sensazione di distacco nei tuoi confronti. Eri nato, eri figlio, e con il tuo primo grido partoristi anche una madre. Il cordone tagliato, e ad esso la necessità di riagganciarsi. Il bisogno di un filo di ragnatela, che teso tra noi, avrebbe guidato nei primi passi te quanto me.

30.01.2006

    Entrambi si doveva crescere anche se le attenzioni erano tutte rivolte a te…gli apprezzamenti, gli elogi, le gratificazioni, gli incitamenti…quando, invece, io indugiavo sulle mie azioni, cercando di progredire in sicurezza.
Non eri più un punto geometrico o lo sconosciuto che scalciava come a scrollarsi di dosso una camicia di forza. Io ti vedevo e ti toccavo e nella realtà della tua esistenza dovevo lasciar nascere un sentimento. Divenire una buona madre significava imparare ad amarti; e l’amore non divide origini né con l’istinto né con la ragione, piuttosto, cresce insito nelle cose di tutti i giorni. Fu così che nel sentire il tuo lieve respiro sul seno, nel cambiarti i pannolini, nelle dibattute interpretazioni dei tuoi pianti, nelle ninna nanne e nelle allegre canzonette che ti proponevo, quel filo di ragnatela prese a tessersi colmando il vuoto, stimolando carezze e avvicinandomi a te.
La cosa strana è che mentre all’inizio bisogna imparare a legarsi, dopo bisogna imparare a mettersi da parte. Un figlio non è un bambolotto e soprattutto non è un solo insieme di bisogni fisiologici da soddisfare…
…Intorno a te sviluppai un gioco di emozioni che accompagnava e guidava le modalità delle risposte alle tue esigenze e lentamente imparai a frenare l’eccessiva protezione che poteva intralciare il tuo cammino…era quasi come credere di abbandonarti e faticavo a convincermi del contrario. Amare, però, non doveva essere sinonimo di soffocare; non ero la tua padrona e nessun dovrebbe avere mai padroni….

31.01.2006

    Le candeline sulla torta di compleanno aumentarono di numero e con il medesimo passo il raggio dei tuoi spazi si allungò. L’asilo, le elementari, le medie, lo sport, le amicizie ed io a correrti dietro saldamente ancorata all’intento di non farti mancare la mia visione,  percorrendo quel filo di ragnatela che, però, poteva indurre a giustificare alcuni miei comportamenti. È difficile, infatti, badare gli eccessi della maternità che, quasi, tentano di negare la separazione tra madre e figlio.
Eravamo due distinti individui e l’amore che provavo per te avrebbe perso valenza se non fossi stata capace di fermarmi per lasciarti libero nelle tue esperienze. Tenevo a fornirti i miei punti di vista su ogni aspetto del vivere che avresti potuto incontrare, ma controllavo che le mie parole ti arrivassero non come la “ via giusta da seguire” o il “consiglio efficace”, bensì come considerazioni di una persona che rifletteva e che si trovava di fronte a un’altra persona che stava imparando a farlo.
Le mie parole volevano rappresentare un punto di partenza, un aggancio su cui non necessariamente fare ritorno, ma attorno al quale disporre alternative…nella vita esistono tante alternative, anche quando sembra che il sole non debba più spodestare il gelo o quando la strada imboccata appare vicolo cieco….
Le mie parole volevano simboleggiare un filtro, il filtro che tratteneva le  tracce di positività per utilizzarle, come bombe, ed abbattere le barriere e i muri del pessimismo, dell’arrendevolezza e della rassegnazione.
Che madre sarei stata a non instillare in mio figlio i germi dell’ottimismo  e la voglia di tenere le braccia larghe e le mani aperte per afferrare quanto più possibile?!

02.02.2006

    Attraverso te e nella ferrea volontà di insegnarti a intravedere i raggi di sole dietro ammassi scuri di nubi, anch’io ho imparato ad apprezzare di più e ad usare lenti che convergono sul bene. È la cultura e non la natura che ci impartisce lezioni in cui lotta e sacrificio sono presentati quali ingredienti fondamentali nell’impasto dei nostri giorni…le lotte e i sacrifici hanno i loro momenti, però, ne esistono altri che appartengono alla pace e alle gioie. Sono questi momenti che non andrebbero persi di vista per screditare e rendere impotenti quelle sentenze abitualmente ripetute e che spengono i sorrisi. I guai, i problemi i brutti periodi le malattie si affrontano meglio se negli occhi si conserva il raggio di sole piuttosto che l’ammasso di nubi. E se fossi riuscita in tale compito, la tua vita, conseguenza di una mia scelta contro l’assenza completa di un pur minimo cenno della tua volontà, la tua vita potresti amarla molto e tenere lontano dalla bocca la frase contenente la maledizione del giorno in cui, ignaro di tutto, ti affacciasti al mondo.
Se io fossi riuscita in tale compito, nell’amalgama dell’istinto e della ragione, del sentimento e delle emozioni, la mia metamorfosi di madre avrebbe raggiunto un buon livello di maturazione ed anche il “figlio” che è in me ne avrebbe  tratto beneficio. Le mie considerazioni, però, hanno un limite; le mie conclusioni molte riserve; e tranne la fermezza dell’intento non potrei vantare.

03.02.2006


    E si festeggiarono anche i tuoi diciott’anni. Si aspettano con ansia i diciott’anni per scoprire che, in fondo, dal giorno dopo non cambia poi tanto, ad eccezione delle chiavi della macchina di papà in tasca, una volta superato  gli esami e ottenuta la patente.
Rimasi a guardarti dalla finestra mentre aprivi la portiera, ti sedevi, allacciavi la cintura per lentamente sparire dietro il caseggiato. Eri davvero diventato grande e il mio mondo piccolo per te.  Anche il tuo cuore aveva cominciato a palpitare cosicché ti concedesti le prime esperienze d’amore, seguendo quei tramestii interiori che si ribellano alla ragione .
-Un figlio è una grande responsabilità…- ti dicevo -..deve essere una gioia e non un limite alla propria vita…- intuendo che il sesso completava i tuoi incontri e riconfermando a me stessa che tale era stata la tua nascita, una grande gioia.
Sì, era stata una grande felicità e lo sarebbe stato fino a quando l’orologio del mio tempo avesse smesso il ticchettio…
  
06.02.2006

    Fra non molto parti. Il paese ha limiti e il proseguo dei tuoi studi costringe un’emigrazione in città. Probabilmente sarà un allontanamento definitivo, perché in paese la mancanza di lavoro rende  la popolazione anemica di giovani.
Ci vedremo poco; e sento che mi sarà difficile abituarmi all’assenza della musica che perennemente inonda la casa e del ronzio del computer che instancabilmente scarica…e sento che ricercherò i segni della tua presenza, di quell’esistenza che anni fa aveva tirato in ballo le mie capacità di madre e che adesso sembrano non dover più servire a nulla. Ma voglio rifiutare questa idea: gli effetti delle azioni non si esauriscono nella contingenza della situazione, alcuni saltano fuori a distanza di tempo, mentre altri ancora restano avvolti da una sorta di nebulosa in cui si perde parte della nostra vita. A non rifiutarla dichiarerei apertamente il mio fallimento ed essere madre mi piace troppo!
Sarebbe un po’ come spezzare il filo di ragnatela: il mio è in acciaio, non so il tuo. Perché se in un primo periodo pensavo fosse unico, col passare del tempo mi sono convinta che in realtà ad esso se ne affiancava un altro, la cui natura non apparteneva alla mia coscienza, bensì alla tua. E se ne riconoscevo  la loro reciproca influenzabilità, ne intuivo anche il loro snodarsi liberi. D’altronde l’amore è tra le forme più rappresentative della libertà. Nessuno può stabilirne le modalità i tempi e cosa o chi amare. Io posso dirti del mio amore, come tu del tuo. Ma ci si escoria la gola a furia di gridare odio quanto dell’amore, troppo spesso, non si sibila che mezza parola, lasciando tutto sotteso, scontato perché tanto è naturale…
Ebbene no, non è ovvio: il bene non risponde ad un istinto; se così fosse la Storia degli uomini non sarebbe diversa da quella che conosciamo? E una madre si porrebbe infiniti quesiti o sarebbe assalita da innumerevoli dubbi, se la “natura” le avesse immesso un programma d’amore verso il figlio?
Il figlio è un impegno. L’amore per un figlio è un impegno. Un impegno nato da una scelta, per buona parte oscura in quella che sarà la relativa futura evoluzione, perché quando si pensa a quel piccolo essere in grembo  si dimentica che poi diventerà un uomo; un uomo che porterà insito in sé una precisa mappa genetica, ma che non avrà stampato nei cromosomi le caratteristiche che determineranno le sue relazioni sociali, tanto meno il rapporto con la madre…quello si costruisce lentamente, su quei due fili di ragnatela e procede con tortuosità, piene, aridità, restringimenti, allargamenti, linearità proprio come il corso di un fiume verso il mare dove le acque si abbracciano….
                      

articolo a cura di Grazia D’Altilia



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