Affinchè diceria non sia
Il Garganoarticolo di Carlo d'Altilia
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Eventi e cultura 02/04/2009 09:32
Recitativo per due voci in forma scenicaINCIPIT
Il mio paese sorge
sul Monte chiamato Gargano
un continente che già viveva
prima che le acque si ritirassero terra.
Un tempo vi abitò l’Arcangelo Michele
poi fu la casa di Padre Pio.
Terra di briganti e abigeato
di migrazione e di molti esili
di paesaggi violati e diritti negati.
Le voci del paesaggio né udite né viste
da chi ci vive
in ogni stagione sono medicamento
incanto che guarisce.
E’ qui di tanto in tanto
che ritorno a ricoverare la mente
se un volto amato o un ricordo
più non ritrovo nell’archivio della memoria.
E’ sempre un piacere dolce
incontrare nelle ore morte un’anima vivente
o riassaporare un rosolio
nel mio paese di meraviglie mute.
Se sono a Venezia
attraverso Piazza San Marco
ed è lì che mi aspetta in lontananza
nella Sala delle Mappe a Palazzo Ducale
1
Il mio paese è
un laboratorio algido e fragile
abitato dietro le quinte
da chierici vaganti
e uccelli di passo.
Certi giorni il backstage
è chiassoso e inconcludente
si inseguono gli umori della gente
per meglio governare il malcontento generale.
2
Il mio paese è
un laboratorio in comodato d’uso
è un teatro trasecolante
invano proteso a comprendere quanto oggi accade.
Il Cartellone è sempre lo stesso
è puramente simbolico
poco sensibile al mutare sociale.
In scena va l’obsolescenza
frammenti di finzione improvvisata
i replicanti alle marionette
promettono di cambiare per non cambiare niente.
Il pubblico in ossequioso silenzio
affoga nell’agra realtà delle apparenze
non si interroga non pensa
non vuole cambiare.
3
Il mio paese è
un laboratorio di interessi consolidati
dove il laissez-faire
è condizione controversa.
I pregiudizi restano pregiudizi i ritardi ritardi
la necessità del dire silenzio
l’indifferenza indifferenza.
Pochi si pongono domande
di pochi si ode la voce
eppure non è proibito parlare.
Due voci di per sé contano poco
se fuse assieme generano eufonie
talvolta cittadini pensanti.
4
Nel laboratorio del mio paese
nulla è mai come appare
chi lo frequenta per non sbagliare
in silenzio si limita a guardare
e così può anche accadere
tra allusioni e sottintesi dicerie e polemiche
che ciò che non è vivo non è neppure morto.
Attori e registi
obliqui simulacri controversi
come nel teatro delle ombre
cacciatori a preda giocano a guardare.
Raccontano promettono
mai riconoscono l’importanza del sociale.
Le loro parole non aiutano a riflettere
dico riflettere e non flettere
In questo tempo
in cui non sembra rimasto più nulla a cui guardare
attori e registi
sono la parodia amara
del comico e del tragico assieme
dell’insipienza del pubblico che in silenzio acclama.
5
Il mio paese è
un laboratorio poco ortodosso
dove nessuno ascolta nessuno vede.
Mai un’idea
un imput che costringa a ragionare.
Visto come vanno le cose
il pubblico non ama cooperare
ha poco senso di sé
non si preoccupa di partecipare
si guarda bene dal pensare.
I vecchi ai ricordi sovrappongono ricordi
nella voce però conservano l’eco di altre voci
come se il vivere fosse
un vento o un sogno.
6
Nel laboratorio del mio paese
le parole sono guardate con sospetto
non lasciano tracce mai durano impegno.
Senza partecipazione la disaffezione è un male generale
la mala politica speranza e promesse
negletta rappresentazione di quanto è necessario fare.
La non-politica ricerca di guadagni
testimonia i malumori più di quanto non si pensi.
Un tempo il mio paese
è stato il palcoscenico en-plain-air
di Manicone di Del Viscio di Arcaroli
e di quelle dotte anime degli Eccitati.
Di Serpillo Amante ho molto amato
il suo poetico procedere per illuminazioni
il suo credere infine che la vita
altro non sia sogno e ragione.
7
Il laboratorio del mio paese
è un mix micidiale
un non-luogo di solitudini disordinate.
Piacere e sapere solidarietà e partecipazione
difficilmente si fanno emancipazione
ecco perché si presta a qualche riflessione.
Il paesaggio offre meraviglie
una bellezza mai scontata
è un teatro di voci
è il prima e il dopo.
8
Nel laboratorio del mio paese
visto come vanno le cose si naviga a vista.
Attori e registi
come a cercare conforto
si spalleggiano l’un l’altro.
Il pubblico nelle sue varie declinazioni
tra frustrazioni passate e aspettative future
ieri come oggi in devoto silenzio
prova a non disturbare.
In quieta rassegnazione neppure s’accorge
che il copione è quello di sempre
talvolta solo opportunamente aggiornato.
9
Nel laboratorio del mio paese
si recita improvvisando.
non c’e unità pochi i valori condivisi
trionfa il paradosso.
Le scelte di campo creano preoccupazione
e così può anche accadere
che ognuno declini la sua canzone
senza ascoltare la canzone degli altri.
Quando il pubblico è un porto franco
se canti fuori dal coro ti leggono la vita.
Il disimpegno sociale disgrega e abbuia
male incurabile la non-partecipazione.
I nodi da sciogliere non provocano dibattito
il mutismo produce consenso
colpe gravi il dire.
Nel laboratorio del mio paese
bellezza e dignità non si congiungono mai
sono le dicerie a procurare consenso.
10
Il mio paese è
un laboratorio per compagnie di giro
mai un regista che abbia un’idea
un programma da realizzare.
Quando il passato non insegna niente
e il presente è memoria consumata
l’inconcludenza è destinata a durare
perché non è cosa che possa preoccupare.
I figli come già i padri partono
i padri in una sorta di racconto sospeso
non sanno quale santo votare.
Aspettano. In pura rassegnazione aspettano
che i figli in ora tarda ritornino.
11
Nel laboratorio del mio paese
le guest star coltivano interessi di parte
il bene comune è terra in esilio
materia di cui preoccuparsi.
Di Michelangelo Manicone
si sono smarrite le tracce.
La sua Fisica Appula a rileggerla oggi
in questo tempo di cataclismi annunciati
è una bussola per orientarsi ancora.
Manicone è vissuto in un tempo lontano
perché attori e registi
se ne ricordino ancora.
12
Nel laboratorio del mio paese
ciò che si vede
si regge sul molto che non si vede.
Registi e attori parlano alla pancia
un pubblico che pensa è maledizione.
Mai sollecitano la partecipazione
mai aiutano a ragionare
il libero arbitrio è cosa loro.
Attori e registi a dispetto dei tempi
della crisi che incombe
in perpetua meridionale chiacchiera
continuano a riproporre il niente.
Il pubblico in afasia memoriale
si limita ad incarnare
la coscienza sghignazzante della multitudine.
Attori e registi
figurine galleggianti sul grigiore sociale
compassionevoli si fregano le mani.
13
Il mio paese è
un laboratorio periclitante
qualunque canovaccio vada in scena
attori e registi
con trovate che poco hanno a che fare
con i bisogni della piazza
non tollerano che il pubblico
protesti e si sbraccia.
Le loro parole
(le parole sono tutto quello che abbiamo)
stimolano gli istinti più bassi
sanno stupire
anche se suonano false.
14
Il mio paese è
un teatro in liquidazione
per la troppa povertà della programmazione.
Il programma riflette
ciò che il pubblico pensa di sé e s’aspetta.
Per vincere ritardi e contraddizioni
necessita la partecipazione.
I soliti registi vinceranno ancora
se sarà l’indifferenza la sola padrona
se ieri come oggi
resteranno promesse le soluzioni.
Il fai da te non è vincente
se le parole mai si fanno ri-soluzione.
15
Nel laboratorio del mio paese
un vecchio che muore
è un lutto economico.
Il pubblico abbandonato a se stesso
in attesa ossequiosa quando cala il sipario
più non ricorda
che il cogito è il fondamento.
16
Il mio paese è
un laboratorio apotropaico
in certi giorni orfico
niente affatto ragionante né emancipante.
Assecondare i registi
aiuta a restare al centro della scena
resta da capire
se un posto al sole è la soluzione.
Il filo che tutto tiene
in una sorta di composito montaggio
è godi l’oggi e guardati dal credere.
POST SCRIPTUM
Il mio paese sorge
sul Monte chiamato Gargano.
Il paesaggio con le sue mille sfumature di verde
in certe ore o stagioni rimanda al divino.
Il Gargano è la terra dove sono nato
è il mio giardino del vento.
Ci ritorno senza rimpianti
all’abbaiare dei cani.
I cani
sono i signori della sera
sulla Montagna.
Con gli anni ho imparato a non arrendermi
alla realtà così com’è.
L’ambizione è di dare voce alle voci
di ricomporle vita le passioni.
Ci ritorno di tanto in tanto sul Gargano
quando la nostalgia più chiama
sempre mi accoglie medicamento
nelle ore in ombra.
Affinché diceria non sia
Vico del Gargano
è il mio paese.
E’ il ritratto in bianco e nero
dei Sud del mondo
di una terra tradita dall’ignavia
di quanti governano.
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