GRAZIE, ALBANIA! Con l’energia della Pasqua nella terra dei martiri


Io e mia moglie Grazia, con un piacevole gruppo di amici pugliesi, abbiamo avuto la gioia di condividere l’Ottava di Pasqua in Albania con i frati minori cappuccini di Puglia della missione di Tarabosh (Scutari), in particolare con fra Pier Giorgio Taneburgo, vero angelo custode per tutto il pellegrinaggio. I legami con il mondo francescano, grazie a mio zio P. Luca da Vico del Gargano, primo Guardiano del convento di Pietrelcina, deceduto in giovane età, e alla devozione per la Madonna del Buon Consiglio, Patrona dell’Albania, venerata nella mia chiesetta di San Nicola a Vico del Gargano, mi hanno fatto subito rispondere affermativamente alla chiamata, più che all’invito di fra Pier Giorgio, conosciuto ai piedi dell’amata Aquerò a Lourdes. La permanenza in Albania, terra con un passato di martiri e violenze, ci ha permesso di toccare con mano, alla stregua di san Tommaso, una realtà che si stenta ancora a conoscere. Le cronache sono ricche solo di richiami a zone di sviluppo turistico, dimenticando colpevolmente che ci sono intere aree in Albania, che meritano la nostra attenzione, non solo di natura economica. Le emozioni, le profonde riflessioni, gli sguardi, la natura incontaminata, il ritrovarsi con se stesso ai piedi di una croce, in un luogo mariano o di fede, accompagnati dalla percettibile presenza di Madre Teresa di Calcutta, mi hanno avvicinato a Dio e ancor di più agli uomini. I primi giorni della mia permanenza laggiù ero impegnato a calcolare freddamente gli anni che presumibilmente dividono le nostre culture e realtà, ritenendo arretrata l’Albania nella parte da noi visitata, vuoi per la mancanza di servizi come acquedotti, fognature e trasporti pubblici, vuoi per le condizioni non ottimali di tutela igienico-sanitarie. Trascorsi i cinque giorni programmati, con l’inevitabile arrivederci, abbiamo lasciato le sponde albanesi, per raggiungere la nostra amata Puglia, attraversando il mar Adriatico. Ahimè! Esso non ha unito i nostri popoli, ma è risultato un opprimente baluardo tra la libertà e la tirannia. In me è prevalsa l’amara consapevolezza che verosimilmente chi è arretrato - non certo di anni - siamo noi che stiamo percorrendo inconsapevolmente, e tristemente, una strada senza ritorno, priva di valori, senso di appartenenza, rispetto. Purtroppo non sappiamo più distinguere il necessario dal superfluo, avvitati in un vortice di consumismo e ricerca sfrenata di conquiste effimere, vacue. Una società fatta solo di vinti e vincitori, di primi e ultimi, lontani dalla fede, quella stessa per cui in Albania, fino a pochi anni fa, si arrivava a sacrificare la vita nel martirio. Con la nostra presenza e solidarietà si pensava di dover portare là qualcosa e invece l’Albania ci ha dato tanto, permettendoci di tornare arricchiti, magari tristi per quello che potevamo fare e non abbiamo fatto. Un grazie agli italiani, ai missionari in particolare, che hanno prestato e prestano la loro preziosa opera in terra albanese. E anche a quanti hanno accolto qui in Italia, almeno con un sorriso, i tanti albanesi emigrati, considerandoli non solo braccia utili al lavoro, ma soprattutto menti e cuori in azione. Sono tanti i ricordi indelebili che mi accompagneranno per il resto della mia vita, in particolare gli occhi parlanti e l’abbraccio dei bambini rom a fra Gjon, nella scuola gestita amorevolmente dai nostri genuini frati cappuccini; la consegna di una targa di riconoscimento e l’emozione di cantare dinanzi all’effigie della Madonna del Buon Consiglio nel suo santuario. Grazie, cara Albania!

(fonte: Missionari Nostri)


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