Una storia di fede: la processione delle donne al mattino del Venerdì Santo di Vico del Gargano.


Una storia di fede: la processione delle donne al mattino del Venerdì Santo di Vico del Gargano.

Le donne di questo paese sanno leggere negli occhi.

Le donne di questo paese non abbandonano nessuno al dolore.

È questo quello che penso, quando le vedo radunarsi una a una ai piedi della Madonna vestita a lutto, nella Chiesa Matrice di Vico al mattino del Venerdì Santo.

Le donne di Vico non lasciano da sola una Madre, che in questo giorno di presagio oscuro e di dolore pare chiedere ad ognuno: avete visto mio Figlio? Ditemi dov’è?

È così le donne di Vico sin dal primo mattino - e da tempi lontani - si muovono con Lei, quasi inseguendola, mentre questo nido chiaro d’altura spalanca le finestre su uno dei suoi giorni più importati e solenni.

“Va alla casa di Pilato, lì lo troverà incatenato”, proclama un antica cantilena che sento recitare in dialetto, mentre la processione delle donne scende giù dalla piccola via che dalla Chiesa Matrice fiancheggia il Castello.

Il vicolo stretto e vuoto che dalla Chiesa di San Nicola arriva a quella di san Giuseppe, tutt’a un tratto si riempie di preghiere e di mani aggrappate una sull’altra, del rumore leggero dei passi lenti trascinati sulle pietre scolpite.

Ci sono delle donne che attendono l’arrivo della Madonna Addolorata sul balcone di casa, come quando impazienti si aspetta un figlio; al suo passaggio si protraggono in avanti con un bacio adagiato tra l’indice e il pollice delle loro mani, in cui è racchiusa tutta la speranza che c’è: che le cose vadano meglio, che i figli stiano bene, che ci sia lavoro, che piova per le campagne.

Così, per le vie del paese antico e oltre, prende forma la prima processione del Venerdì Santo vichese, uno dei più imponenti del Meridione.

Le donne di Vico accompagnano il cammino doloroso della Madre di ogni madre tra i “Sepolcri” di alcune chiese; ai piedi del mantello ricamato da mani preziose, che scende dal fercolo condotto a spalla dai portatori, ci sono le donne più anziane seguite da altre donne, fino ad arrivare a quelle più giovani. È come leggere un passaggio generazionale, che non vuole più fermarsi, al contrario, tramandarsi, da nonna a madre, da madre a figlia, da zia a nipote.

Il mantello della Madonna sembra voler coprire tutte le donne, mentre un leggero vento lo agita e lo gonfia; la luce del sole fa brillare la sua corona, le sue mani sorreggono un lungo fazzoletto bianco e ricamato, e sono protese in avanti: pare così venirti incontro, come se fosse lì ad aspettarti da tempo.

È bellissima nella sua semplice e curata imponenza, e vista con i miei occhi è una madre tra le madri, una madre che, impaziente, scappa alla ricerca di suo figlio, guidata da quel presentimento che solo una mamma può avere.

Le donne di Vico mi commuovono con le loro preghiere; nella loro voce sento l’eco antico delle loro madri, nel loro cammino vedo la volontà di non fermarsi, di esserci e di provare con la fede a cambiare le cose brutte del mondo.

Dì lì a poco la processione delle donne farà rientro nella Chiesa Matrice, in tutto il paese dominerà il canto del Miserere, che i confratelli delle cinque confraternite intoneranno a squarciagola, mentre ognuna di queste si diramerà per le strade di Vico, ognuna con un suo Cristo, ognuna con una sua Addolorata, in una lunga giornata, tra le più importanti del paese.

Giunti in chiesa, le donne guidate dal parroco continuano a pregare e la Madonna viene adagiata dai portatori sull’altare maggiore; nel tardo pomeriggio sarà ripresa sulle spalle e portata ancora in processione fino all’incontro con suo Figlio. In chiesa c’è una carezza di luce pallida, che si diffonde e ci avvolge, come fosse un abbraccio.

P.S. Ho scritto queste parole lo scorso anno, dopo aver “seguito” a distanza questa processione; durante tutto il percorso ho visto la mia amica Michela Maratea fotografare con molta premura quello che accadeva; le ho chiesto se potevo accompagnare queste semplici parole con qualche sua immagine e così è stato; e ringrazio Michela per averle affidate a tutti noi, a suggello di quello che siamo.


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