L'importanza della lettera "A"...


La mia collega Maura ad aprile è stata in vacanza sul Gargano, precisamente a Peschici. La sua guida però le consigliava pure di visitare, tra le infinite bellezze del nostro Promontorio, il centro storico di Vico, “uno dei borghi più belli d’Italia”, così c’era scritto. Così, guida alla mano, ha trascorso un’intera giornata nel nostro paese. Quando ci siamo rivisti mi ha riferito di essere stata profondamente colpita dalla sua bellezza, dai suoi vicoli, le sue chiesette e dalla gente, ma, di lì a poco, mi ha aggiunto un “ma”. Lascio a voi intuire cosa ci fosse dopo quel “ma”. Non è un esercizio difficile, lo abbiamo sotto gli occhi e poi ce lo siamo ripetuti centinaia di volte: fermare gli abusi, recuperare quello che è andato perduto, rispetto delle regole, sicurezza, e così discorrendo. Non so a voi, ma a me capita spesso di parlare del centro storico del mio paese, perché per me è come parlare di casa mia, e quando parlo di casa mia in qualche modo parlo anche di me. Parlare del centro storico di Vico per me significa anche parlare di noi stessi, perché nel centro storico ci sono le nostre radici, quelle vere, quelle che si aggrovigliano con le fondamenta della città: ci sono le pietre, il lavoro dei nonni e dei nonni dei nostri nonni, gli asini, le chiese, i giochi a nascondino, le pignatte sul fuoco nelle maestose cucine monacesche, … Parlare di centro storico per me significa parlare di memoria: non una memoria passiva, ma qualcosa che vive quotidianamente nel cittadino, il primo che deve prendersene cura, come fa una mamma con un figlio; una memoria che sa vivere ogni giorno il suo tempo nel rispetto di quello che è stato il suo passato. Parlare di centro storico significa quindi parlare di noi, di quello che siamo, di quello che vogliamo diventare; parlare di centro storico significa parlare della nostra identità, quella dei singoli, che insieme a quella degli altri, ha dato vita a un’identità collettiva. Non dobbiamo perdere la nostra identità, e soprattutto non la dobbiamo subire perché imposta da uno scellerato progetto, o perché sfuggita al controllo della burocrazia; dobbiamo saper tenere stretta la nostra identità, dobbiamo esserne gelosi, dobbiamo saperla pianificare, raccontare. Dobbiamo però esserne consapevoli di tutto ciò. Il centro storico deve essere il nostro pensiero fisso, la costante, e magari la parte da leone della politica. In un convegno di qualche anno fa, il professor De Maso (è sua la foto in prima pagina), che non ha bisogno di presentazioni, fece una riflessione a riguardo, richiamando l’attenzione sulla lettera “A” dell’alfabeto, la prima, quella che da piccoli impariamo per prima. “A” come Arte, “A” come Artisti, “A” come Artigiani, “A” come Architetti, “A” come Amministratori. Parlò della sinergia che deve esserci tra queste “parole”. Qualcuno poi aggiunse anche la “A” di Abitanti. Adesso io voglio aggiungere la “A” di Audacia, quella che occorre nelle scelte, poi la “A” di Associazione (la facciamo un’associazione che si prenda cura del nostro centro storico?). Infine voglio aggiungere la “T” di Tempo, perché ne abbiamo davvero poco se vogliamo salvarlo, anche dall’improvvisazione e dai numerosi interpreti. Occorre un (A)ffetto speciale per il centro storico, siamo in grado di darglielo?


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