Garganici illustri - “De Vico Garganico Apulorum Opido”

Garganici illustri

uno spaccato sulla “classe dirigente” della Terra di Vico nella Elegia “De Vico Garganico Apulorum Opido” di Carlo Pinto

A cura dell’Avv. Antonio Leo de Petris

Vico fu oggetto di una peculiare, e per molti aspetti interessante, composizione poetica opera di un alto prelato salernitano, Carlo Pinto, che scrisse l’Elegia intitolata “De Vico Garganico Apulorum Opido” (stampata a Napoli, Apud Io. Iacobum Carlinum et Constntinum Vitalem, nel 1607) e sulla quale, in verità, è stato condotto un interessante studio da M. Trotta, “De Vico Garganico”. Un poemetto di Carlo Pinto (1582-1644), in Archivio storico pugliese, 66, 2013, pp. 177-207.

Il breve componimento in versi – ove il Pinto decanta, dalla propria Vicana domus, le bellezze della Terra che già diverse volte doveva averlo ospitato – oltre a fornire, tra i molti, interessanti dati di carattere antichistico e naturalistico, consente, altresì, di indagare uno spaccato sulla “classe dirigente” che accompagnava nel buon governo del Borgo i feudatari della famiglia Spinelli.

Il presente articolo ha, dunque, il precipuo scopo di esaminare quanto emerge – sia pure in misura assai limitata – dall’operetta del Pinto.

In particolare, sono di notevole interesse, ai fini che ci si propone, le “note” – che, sottoforma di “Index et explicatio praecipuorum locorum rerum, ac personarum, quae in Elegia de Vico Garganico dilaudantur”, occupano le pp. 26-27 (Personae) – ove vengono ricordate alcune personalità di spicco che si distinguevano allora in Vico per la padronanza delle arti nobili: le Lettere, la Giurisprudenza, la Scienza Sacra e l’Arte medica.

Partendo, in verità, dal ricordo di Traiano (o Troiano) Spinelli – figlio, quest’ultimo, di Fabrizio e Isabella Caracciolo e al tempo in cui venne composta l’Elegia marchese di Vico – principia un succinto elenco di nomi, accompagnati da una altrettanto stringata descrizione delle “qualità” e delle professionalità dei personaggi descritti.

Compare, così, alla nota n. 69 di pagina 26, il primo di questi personaggi, un ecclesiastico di rango, Petrus Tarallius – Pietro Taralli – Archipresbiter e Vicarius della Collegiata di Vico quando il Pinto componeva l’Elegia e, olim, cioè in un tempo non meglio specificato, Vicario Generale dell’Arcivescovo della Ecclesia Sipontina. Il Taralli ricoprì, dunque, una carica assai prestigiosa, quella appunto di Vicario Generale – ché, in verità, il testo della nota n. 69 è sul punto chiaro, riportando l’abbreviazione latina Archiep. Vic. Gener. – sebbene non sia meglio individuabile l’arco temporale di riferimento. In verità, neppure dalla Cronologia de’ Vescovi et Arcivescovi Sipontini, opera di Pompeo Sarnelli databile al 1680, che sparute volte ricorda anche i Vicari Generali dei vari Vescovi, si trae qualche ulteriore informazione in proposito. Apprendiamo, tuttavia, dalla definizione che del Taralli dà lo stesso Pinto, come egli fosse: «aequitatis senex Cardilis [abr. per Cardinalis, n.d.a.] Ginnasji observantiss.». Probabilmente, dunque, il Taralli fu Vicario nel periodo di governo della Diocesi da parte di Domenico Ginnasio, ossia tra il 17 dicembre 1586 e il 5 novembre 1607 (sebbene, essendo egli Arciprete in Vico quando l’Elegia dovette essere composta, cioè in un periodo non di molto anteriore al 1607, è assai probabile che egli cessasse dalla carica di Vicario in un tempo precedente alle rassegnate dimissioni del Ginnasio). La Famiglia Taralli, comunque, fu particolarmente in vista nello svolgimento della vita sociale del Borgo, stante anche l’importante carica ricoperta da Pietro (si osservi, incidentalmente, come una Famiglia Taralli, cui non è escluso possa appartenere anche quella di Vico, divenne nobile in Lecce).

Proseguendo nell’esame dell’Index, segnatamente considerando la nota n. 70 a pagina 27, si incontra la figura di Nicol. Ant. Abiudice, anch’egli ecclesiastico, «litterarum non ignarus bonarum». Il primo elemento di rilievo è proprio il cognome del nostro personaggio, in ragione della forma latina in cui è traslitterato dal Pinto: Abiudice. Non è escluso, infatti, come nella successiva volgarizzazione italiana il cognome sia stato reso nella forma “Del Giudice”, sebbene il sintagma “ab iudice” sia meglio traducibile come “Dal Giudice”. Sicché, il nostro personaggio correttamente andrebbe cognominato Nicola Antonio Dal Giudice.

Sappiamo che il Dal Giudice fu “non ignarus”, cioè esperto, nelle bonae litterae, vale a dire nelle Lettere classiche (in opposizione alle sacrae litterae). Doveva godere, inoltre, di molta considerazione per le proprie doti personali ed esperienziali, giacché egli viene così descritto: «longa vir rerum, tum apud suos, tū [abr. di tum, n.d.a.] apud exteros periclitatione perprudens».

Ma, probabilmente, è proprio la chiusa della nota che fornisce le informazioni più rilevanti. Ivi, infatti, si precisa come Nicola Antonio Dal Giudice fosse in quel tempo: «Vici Marchioni familiariss. (abr. di familiarissimus, n.d.a.)», ciò che indica l’intimità del nostro con la Famiglia del Marchese Spinelli. Tale dato, di somma importanza, consente ancor più di comprendere gli elogi contenuti nell’Elegia e offerti al governo marchesale il quale, servendosi delle personalità di spicco del luogo, aveva promosso una integrazione governanti/governati che, a sua volta, aveva giovato alla collettività accorciando quella “distanza” che spesse volte intercorreva tra i rappresentanti della collettività cittadina (i boni vires) e i signori che esercitavano il potere feudale. Non sarà inutile ricordare, sul punto, come assai soventemente il governo fosse esercitato per il tramite di governatori che sostituivano i feudatari residenti, per la maggior parte del tempo, in Napoli. Si noti, incidentalmente, come nessuno degli altri personaggi ricordati dal Pinto venga definito “familiare” del Marchese Spinelli.

Proseguendo nell’analisi dell’Index viene poi in considerazione la nota n. 71 di pagina 27, ove compare nuovamente un ecclesiastico: Bartholomaeus Masella, sacerdote (successivamente al Taralli anche Arciprete per gli anni 1610-1627), nonché Iuris Consultus (in tal modo deve essere sciolta la sigla I.C. che ivi compare). Ecco, dunque, un giureconsulto, un esperto nella Scienza Giuridica che, è da presumersi in ragione del preciso termine impiegato, doveva altresì dedicarsi alla formazione dei giovani nelle materie giuridiche. D’altro canto, Bartolomeo Masella risultava meritevole di ogni elogio non solo in ragione dell’esperienza maturata in tale campo, giacché Pinto così lo apostrofa, dando risalto alle qualità del nostro nelle Cose Sacre: «illud videtur tribuendum hominem esse sacris, divinisq. [abr. di divinisque, n.d.a.]; rebus eloquenter imbutum Deiq. [abr. di Deique, n.d.a.]; potestatis formidantissimum». Non si ricavano molte altre informazioni sul Masella, né con riferimento alla formazione giuridica ricevuta – si può presumere come egli abbia svolto i suoi studi presso l’Ateneo napoletano – né, e vieppiù, sul cursus honorum in seno alle gerarchie ecclesiastiche.

Non molto altro si apprende, inoltre, in relazione al personaggio ricordato alla nota n. 72 di pagina 27. Si tratta di M. (Marcus) Antonius Abarmis – Marco Antonio Dall’Armi – anch’egli Iuris Consultus e, come Pinto specifica, «latinitatis, non improbande». Peraltro, oltre alla padronanza del nostro personaggio nell’eloquio in lingua latina, pare che il Pinto fosse in ben più stretti rapporti, si potrebbe dire di amicizia, con il Dall’Armi, ciò che appare dal modo con cui l’Autore dell’Elegia lo apostrofa: «… nostri saepe ac saepius comes, hospes, conviva amantissimus». Di tale ultima espressione sono da rilevarsi l’uso della locuzione “saepe ac saepius”, da tradurre come “spesso e sempre più spesso”, e dei sostantivi “comes” e “hospes”, che in lingua italiana possono essere resi, rispettivamente, come “compagno” e “persona di casa”. Il particolare impiego dei predetti lemmi, per l’appunto, parrebbe denotare un ben più stretto rapporto tra il Pinto e il Dall’Armi, vincolo che non sembra trasparire (se non appena adombrato) negli altri casi.

Particolarmente interessante è, poi, la descrizione del personaggio ricordato alla nota n. 73 di pagina 27, vale a dire quella di Nicolaus Pisanus, cioè Nicola Pisano. Si tratta, anche questa volta, di un esperto giurista, che, tuttavia, viene così descritto dal Pinto: «legalis sapientiae laurea decoratus», particolare che denota una differenza di non poco conto rispetto agli altri giureconsulti. Parrebbe ben più probabile, infatti, che egli avesse concluso il proprio percorso presso una università, ché, diversamente, non si riuscirebbe a comprendere il riferimento alla “laurea”. Peraltro, il Pisano viene lodato in ragione delle proprie qualità nel governo della res publica – «in populari regimine diligens, industrius, opulentus», viene detto – e, soprattutto, per essere nemico del peculato (vale a dire dell’appropriazione indebita di denaro pubblico) e «bene peculiatus Corryphaeus». Alcune considerazioni, infine, che chiaramente non hanno alcuna pretesa di completezza, sono formulabili con riguardo alla Famiglia di appartenenza di Nicola, i Pisano. Di nobile origine, come testimonia lo stemma ancora individuabile sulla dimora avita nella Civita e, con ogni probabilità, proveniente da Monterosso Calabro, se ne trova traccia già nella Città di Foggia. Allo stato, comunque, mancando ulteriori ricerche sul punto, non sono meglio identificabili i capostipiti della Famiglia, né, a ben vedere, l’anno di arrivo a Vico.

Neppure con riferimento al personaggio ricordato alla nota n. 74 di pagina 27 vengono fornite molte informazioni di natura biografica. Si tratta, invero, di un altro giureconsulto, Io: Antonius Ortorus – Giovanni Antonio Ortore – appartenente ad altra Famiglia particolarmente in vista del luogo, sul cui stato (se appartenente alla piccola nobiltà non titolata, a quella di “toga” o alla ancora embrionale “borghesia” agraria), non è possibile avanzare al momento alcuna congettura. Il Pinto, invero, si sofferma esclusivamente sulle qualità morali dello stesso, così descrivendolo: «vir maximae gravitatis, facundiae, ac temperantiae …», e attribuendogli le tipiche virtù del filosofo antico. Proprio a questo riguardo, l’Autore dell’Elegia dà sfoggio della propria erudizione antiquaria, citando ciò che, secondo Diogene Laerzio (Vit. Phil. 1.101), si sarebbe trovato scolpito sulla statua di Anacarsi – filosofo Scita annoverato tra i c.d. Sette Sapienti – e che così avrebbe recitato: «γλόαςης, γαστρός άίδοίων κρατεϊν». Tale ultima espressione potrà essere liberamente resa come: “Governa la tua lingua, la tua pancia e i tuoi sensi”. Nulla più viene riferito in relazione alla biografia del nostro personaggio.

Di interesse è, invece, la descrizione offerta alla nota n. 75 di pagina 27 relativamente a Ioannes ab Stephano – Giovanni di Stefano – esperto nell’arte medica. Egli viene così descritto: «in medicorum corona disceptādo peractus, et verax». Immediatamente dopo, poi, a chiusura del brevissimo “medaglione”, viene fornita la notizia di maggiore valore storico, giacché Pinto soggiunge: «olim Io. Bernardini Longi Auditor honestissimus». Apprendiamo, dunque, come il di Stefano fosse stato “auditor”, cioè “allievo”, di Giovanni Bernardino Longo (nato a Napoli intorno al 1528 e ivi deceduto nel 1599). Questi conseguì il titolo di “Magister medicinae et artium” presso lo Studium napoletano e assunse l’importantissima carica di Protomedico del Viceregno. La formazione del nostro personaggio, dunque, poté perfezionarsi grazie a primissimi esperti nella materia medica (e filosofica), ciò che conferma, in verità, un vero e proprio dialogo tra un centro comunque periferico, Vico, gli studiosi più in vista che ivi praticavano le proprie arti, e la Capitale del Viceregno, ove parimenti si assisteva all’affermarsi di importantissime personalità nel campo delle scienze. Questo dato, peraltro, consente altresì di intravedere, sia pure attraverso uno squarcio parziale, il percorso di formazione del di Stefano che, certamente, si era svolto prevalentemente in Napoli.

Infine, la nostra indagine, sia pure breve e limitata alle poche notizie che si ricavano direttamente dalle descrizioni offerte dal Pinto, si conclude con la nota n. 76 di pagina 27, riguardante, questa volta, un ecclesiastico: Iulius Lucibellus, Giulio Lucibello. Assai scarne, anche rispetto agli altri personaggi descritti, sono le notizie offerte dalla nota. Apprendiamo, semplicemente, come il Lucibello fosse particolarmente abile nella versificazione in lingua latina e nell’arte oratoria, tanto che il Pinto così lo descrive: «latinorum Poetarum, oratorum. [abr. di oratorumque, n.d.a.]; imitator …».

È giunto il momento, in tal maniera, di concludere questo sintetico scritto. Certamente, le note contenute nell’Elegia di Carlo Pinto – sia pure con i limiti che derivano dalla natura della fonte stessa – hanno consentito di percepire, quantomeno, i fermenti intellettuali che animavano la classe colta – e appartenente ad alcune delle Famiglie più antiche e in vista del Borgo – che a grande distanza di tempo ancora caratterizzerà gli Spiriti più illuminati che faranno del progresso dell’Uomo il loro obiettivo principale (il riferimento è, primariamente ma non esclusivamente, all’Accademia degli Eccitati).



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