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Gargano. I valori delle aree interne: la musciska sì, la paposcia no

Questo è un affronto da combattere a colpi di forconi. Un colpo basso sferrato dai poteri forti contro l'inerme paese dell'amore e di infinite altre cose, tutte amene? Un complotto ordito da Regione Puglia e Slow Food contro la nostra vergine e inerme paposcia?

(Scusate l'ironia, ma è un modo per stemperare la delusione)...

Come è potuto succedere tutto questo? Ripercorriamo il filo del misfatto: l'Associazione Italiana Coltivatori ha tenuto un convegno nazionale “Fermata aree interne, voci e sapori del Sud”. Il convegno ha affrontato due temi importanti: il processo di spopolamento delle aree interne e il rafforzamento del welfare territoriale incentivando il settore dell'agricoltura e degli alimenti vettore strategico che vede oltre 4 mila comuni in cui vivono 13,4 milioni di persone, il 67% nel Mezzogiorno. La Regione Puglia nello studio sulle “criticità e tendenze di sviluppo senza strategia delle aree interne del Gargano”, identifica nel valore degli alimenti uno dei punti di forza del territorio, che comprende i comuni di Cagnano Varano, Carpino, Ischitella, Monte Sant'Angelo, Vico del Gargano, e che interessa una superficie di 688.56 Kmq, con una popolazione di circa 36 mila abitanti. Quali sono i punti di forza individuati dalla Regione Puglia: “Fra le produzioni tipiche del Gargano, presenti sul territorio interessato dalla Strategia, ve ne sono cinque che meritano particolare attenzione poiché Slow Food ha attivato altrettanti “presidi” per gli stessi: il caciocavallo podolico, gli agrumi del Gargano, la Capra Garganica, la fava di Carpino e la carne di vacca podolica. I cinque prodotti selezionati da Slow Food sono stati inseriti nell'Atlante dei prodotti tipici. I presidi Slow Food, si afferma, sono autentici tesori del gusto, per i quali sono stati formulati atti di adozione per tutelarli dal rischio di scomparsa. In queste zone la civiltà pastorale della transumanza richiedeva che il cibo potesse essere conservato per i mesi invernali e la capra garganica era utilizzata oltre che per la produzione dei formaggi anche per la “musciska”. Ho avuto modo di mangiare questa prelibatezza e i miei amici presidi di Sannicandro mi hanno spiegato che l'origine della parola è araba, da mosammed (cosa dura), e indica la carne di capra magra, mondata, sgrassata e quindi tagliata in strisce lunghe 20-30 cm e insaporita con peperoncino piccante, finocchio selvatico, aglio e sale marino fino. A tutto questo manca la nostra “Paposcia”, come opportunamente ci segnala Roberto Budrago, assessore all'Agricoltura e Ambiente nelle amministrazioni guidate da Pierino Amicarelli e Luigi Damiani. Intorno alla Paposcia si creò una vera e propria task force formata dall'Assessore regionale all'Agricoltura Enzo Russo, l'Ispettorato Agrario di Capitanata, l'Amministrazione comunale. Roberto seguì l'iter approdato sul tavolo del Ministero delle Politiche Agricole ed Alimentari fino al decreto che riconobbe ed inserì la nostra paposcia nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali della regione Puglia (PAT). Ma proprio la Regione Puglia dimentica (?) uno e il più importante prodotto Slow Food di Vico del Gargano, che contribuisce, in una certa misura, a rafforzare i valori e l'economia del luogo. Più avanti si afferma:”Senza l'intervento di una programmazione strategica l'area rischia un progressivo abbandono da parte delle nuove generazione con conseguenze irrimediabili sotto l'aspetto economico e culturale, per il continuo degrado del patrimonio ambientale e architettonico, ma soprattutto sociale per il progressivo invecchiamento della popolazione che resterà priva dei servizi essenziali e privata della vera ricchezza di ogni popolo, la sua memoria storica, le tradizioni e la sua cultura. Per porre un freno ai fenomeni in atto, è dunque essenziale fare leva sugli elementi di forza dall'area, valorizzare le potenziali opportunità di sviluppo, per dare vita al cambiamento e creare un processo di filiera che possa invertire le tendenze in atto.”

Siamo d'accordo, ma questo vuoto di memoria va colmato. Michele Angelicchio



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