Il giornalista Francesco Maratea, tra Aventino, Liberazione e “tempi nuovi”

A più riprese pubblicheremo, a cura di Giuseppe Maratea, scritti di e su Francesco Maratea.


Il giornalista Francesco Maratea, tra Aventino, Liberazione e “tempi nuovi”

Francesco Maratea (Vico del Gargano, 1889 – Roma, 1977) esordì nel giornalismo nel 1904, sin dai banchi del liceo, con brevi, gustosi “corsivi” sul “Foglietto”, diretto da Gaetano Pitta, che si stampava a Lucera e aveva, allora, risonanza nazionale.

Nella sua prima giovinezza, si trovò alla “Gazzetta dell'Emilia”, quotidiano di Bologna, con Mario Missiroli, e di qui discese la fraterna amicizia fra i due. Fu redattore capo della “Gazzetta di Mantova” e della “Provincia di Como” e poi, dalla Capitale, per “Il Secolo” di Milano, diretto da Missiroli, a quel tempo in strenua competizione con “Il Corriere della Sera”, curò i resoconti parlamentari (1920 – 1924). Quando “Il Secolo” fu costretto ad abbandonare le sue origini cavallottiane e la sua linea avversa al regime fascista, Maratea passò al “Giornale d'Italia” di Bergamini (1924 – 1926), come redattore parlamentare e inviato speciale. Con lui, oltre a Mario Missiroli, sostituito dal nuovo direttore, il deputato nazionalista Giuseppe Bevione, abbandonarono il quotidiano milanese Guglielmo Ferrero, lo storico della “Grandezza e decadenza di Roma”, Mario Borsa e Guglielmo Emanuel, destinati nel dopoguerra ad assumere la direzione del “Corriere”, Garzia Cassola, il padre dello scrittore Carlo, Beppe Andriulli e Raffaele Mauri, considerati, all’interno del giornale, gli elementi di maggiore spicco fra gli oppositori del regime. (Inviati speciali nei cinque continenti, a cura di Franco La Guidara, Edizioni Internazionali).

Luigi Pirandello, che coordinava “Il Messaggero verde”, l'inserto letterario del maggiore quotidiano romano, lo segnalò ai Perrone: così, Maratea varcò il portone di Via del Bufalo e, poi, di Via del Tritone, portando al “Messaggero”, e al confratello genovese “Il Secolo XIX”, il prezioso contributo della sua cultura umanistica e di grande esperto di politica estera (Matteo de Monte, Il Secolo XIX, 20 maggio 1977).

In politica, stava contro la prepotenza e le intimidazioni, da vero uomo libero. Ricordando le giornate della “mala” marcia su Roma, diceva: “Se dieci persone fossero uscite decise da Aragno con ombrelli e bastoni, puntando su Montecitorio, non avremmo avuto il fascismo”.

Nel 1924, aveva polemizzato duramente con il regime, deponendo al processo Matteotti contro Mussolini (la sua deposizione fu pubblicata dal “Mondo” di Giovanni Amendola, al quale collaborava) e aveva assunto la carica di segretario degli Aventiniani, che, dopo l'assassinio di Matteotti, abbandonati i lavori parlamentari, si erano ritirati sull'Aventino, in segno di dissenso dal Governo. Fu tra i “quartarellisti” più battaglieri (la “Quartarella” è la località della periferia romana, dove venne ritrovato il corpo di Matteotti), che cercarono, purtroppo invano, di far leva sul delitto politico, per indebolire e rovesciare Mussolini (Giuseppe Rossini, Il delitto Matteotti tra il Viminale e l’Aventino, Il Mulino).

Nel settembre del 1924, a pochi mesi dal delitto Matteotti (10 giugno), l'VIII Congresso della Stampa, che si tenne a Palermo, lo vide tra i più decisi sostenitori della libertà di stampa, “patrimonio insopprimibile di ogni popolo civile”, e, con Mario Vinciguerra ed Enrico Mattei, propose, un ordine del giorno, in cui si chiedeva al Governo la revoca del decreto che, sottraendo la Stampa alla legge comune, di fatto la sottoponeva al bavaglio e agli arbitri del potere esecutivo (Paolo Alatri, l’antifascismo italiano, Editori Riuniti).

Qualche anno dopo (1928), in piena restaurazione, Mario Carli, con Enrico Settimelli condirettore dell’ Impero , che aspirava alla direzione del quotidiano dei Perrone, il 28 maggio 1928, scrive, tra l’altro, a Mussolini che “il Messagero tecnicamente e fascisticamente parlando, fa pena”, aggiungendo che “non poteva essere diversamente se si tenevano ancora tra i redattori uomini come Francesco Maratea, Italo Panattoni, Piero Scarpa, e Alfonso Novara, con tutta la rete di corrispondenti immutati dai tempi democratici fino a oggi”.

Il 20 ottobre dello stesso anno, in una lettera al fratello, Arnaldo Mussolini rafforza l’analisi preoccupata di Carli, per ciò che riguarda il Messaggero.

Sempre nel 1928, Maratea era definito in una informativa di “fonte confidenziale” della Questura di Roma “antifascista e propalatore di notizie false ed esasperate contro il regime” e, perciò, fu inserito nel Casellario politico centrale, cioè, tra gli oppositori del regime. Ma, anche dopo la cancellazione dal “novero dei sovversivi”, tutti i suoi spostamenti furono scrupolosamente seguiti e controllati, figurando il suo nome, insieme con Francesco Sapori, Gino Severini, Sibilla Aleramo, Corrado Alvaro, Ugo Betti, Umberto Barbaro ed Emilio Cecchi, tra i destinatari della stampa antifascista, proveniente dall'estero (soprattutto i quaderni di “Giustizia e Libertà” di Nello e Carlo Rosselli).

E sin dai primi mesi della sua direzione (1932), Francesco Malgeri viene pesantemente attaccato dai fascisti: in alcune note informative a Mussolini del febbraio 1933, si dice, infatti, che “nella redazione del Messaggero sono avvenuti mutamenti in senso perfettamente contrario alle direttive impartite dal regime e sono stati valorizzati due antifascisti, Francesco Maratea e Arrigo Iacchia, quest'ultimo anche massone e segretariucolo di Claudio Treves” (Giuseppe Talamo, Il Messaggero – Un giornale durante il fascismo, Le Monnier).

Renzo Rossellini, fratello del regista Roberto e compositore di fama internazionale, ha raccontato (Addio del passato, Rizzoli) che Nicola D’Atri, finissimo critico musicale del “Giornale d’Italia”, che, al tempo della “Grande Guerra”, il Presidente del Consiglio, Antonio Salandra, aveva nominato segretario particolare, distogliendolo dai “campi soavi della musica”, aveva per Maratea ammirazione grandissima e nella scala dei suoi sempre ponderati affetti occupava il numero uno. Il salotto di D’Atri, nell’ allora silenziosa via Basento, fu il centro dell’antifascismo ad altissimo livello: ci si dava convegno non per tramare o lavorare nell’ombra con l’attivismo critico delle cellule che un po’ dappertutto fiorivano, ma l’opposizione critica si esercitava in nome dell’ideale di libertà. Grazie a Nicola D’Atri – ricorda sempre Rossellini – Maratea ebbe, nel campo della musica, frequentazioni con Toscanini, Casavola, Cilea, Giordano, Gavazzeni, Clausetti. La “corte” di “don Nicolino” riuniva, di volta in volta, gli ospiti autorevoli al “ Caffè Latour”, in via delle Terme di Diocleziano, di fronte al “Grand Hotel”. Erano le serate “intime” e “forse un po’ meno diligente nel venire, ma sempre tanto atteso” Francesco Maratea si aggiungeva al cenacolo “con le sue osservazioni acute e di geniale estro, con il fascino della sua mirabile intelligenza”.

Il primo dicembre 1935, quando il tema “Africa” soverchia tutti gli altri, con la prima guerra del regime sul fronte eritreo, Dino Alfieri, sottosegretario al Ministero della Stampa e Propaganda, scrive a Galeazzo Ciano che il Duce “seguita a essere scontento del contenuto delle corrispondenze dal fronte, che, secondo lui, mancano di sensibilità e abbondano di oggettivazione” e aggiunge che “a Roma si era pensato di fare richiamare con garbo Maratea, Paolo Zappa e Benedetti che il Capo mi ha spesso indicato come i meno intonati”. “Ma – conclude Alfieri - a mettere ordine ci penserà Badoglio” (Giovanni De Luna, La stampa italiana dalla Resistenza agli anni sessanta, Laterza). E, infine, in un curioso “promemoria” ispirato da Badoglio del 10 agosto 1943, Maratea figura in un elenco di “candidati direttori di grandi giornali” suggeriti alle proprietà. Con lui appaiono Roberto Cantalupo, Massimo Bontempelli, Paolo Monelli, Goffredo Bellonci, Manlio Lupinacci, Augusto Guerriero, Ugo D'Andrea, tutti dello stesso filone politico liberal-conservatore. A conferma dell'orientamento di Badoglio di privilegiare, nei suoi contatti con l'antifascismo, i “revenants” del liberalismo prefascista (Silvio Bertoldi, Il giorno delle baionette, Rizzoli).

Quando si mordeva il freno sotto il regime liberticida, nella sua stanza al giornale si mettevano allegramente allo spiedo ministri e gerarchi. Mussolini lo detestava, ma tollerava la sua presenza al “Messaggero”, come quella clandestina di Missiroli. E a Galeazzo Ciano, quand'era Ministro degli Esteri e si trovava in difficoltà per qualche imbrogliata vicenda dei Balcani, suggeriva di rivolgersi a Maratea: “Chiamalo, sa tutto, può esserti d'aiuto”. E Ciano alzava il microfono e chiedeva lumi.

Alle notizie tratte dal fascicolo intestato a Maratea all'Archivio Centrale dello Stato, si può aggiungere che Galeazzo Ciano, informato delle discussioni e delle espressioni antitedesche che avvenivano nella stanza del giornalista, lo fece chiamare e gli disse che avrebbe dovuto farlo arrestare se, nei confronti della Germania, non l'avesse pensata esattamente allo stesso modo.

Alla macchina da scrivere di “don Ciccio”, come lo chiamavano affettuosamente i redattorelli dell'ultima covata, fu redatto da Pannunzio, quasi sotto dettatura, alle due del mattino, il “fondo” per la caduta del fascismo (Paolo Monelli, Roma 1943, Einaudi).

Si salvò dalle retate dei repubblichini il 3 maggio 1944, rimanendo nascosto a Vitorchiano nel fienile di un contadino. Non era, infatti, quel giorno, al “Messaggero”, quando le soldataglie di Gino Bardi, a seguito del famoso sciopero dei tipografi, dopo aver ripristinato l' “ordine” al Giornale, lo cercarono inutilmente nella sua abitazione all'Aventino, mettendola a soqquadro e distruggendo mobili, quadri preziosi e libri rari, raccolti in tanti anni di “mestieraccio”. Il proconsole della milizia, Franquinet, dovette accontentarsi di convocare la moglie a Palazzo Braschi, e di insultarla volgarmente.

Uno degli “inviati” più insigni del giornalismo italiano, Matteo de Monte, l’allievo prediletto di Maratea, ha ricordato nell’affettuosa rievocazione per la scomparsa del maestro (Il Messaggero, 20 maggio 1977) che “l’abitazione di Maratea all’Aventino, oltre a mobili preziosi e libri rari, era disseminata di dipinti di “firme” prestigiose” [Domenico Morelli, Antonio Mancini, Giuseppe De Nittis, e poi Boldini, De Pisis, Morandi, Soffici, Carrà, Gentilini, una scultura di Messina, disegni e acqueforti del conterraneo Alfredo Petrucci, lo storico dell’incisione italiana, insieme con una “piazza” di De Chirico, dono del capostipite dei gioiellieri Bulgari, per il piacere procuratogli dalle cronache nuziali di un membro della famiglia reale ellenica, firmate dal giornalista ndr].

Appare, “naturalmente”, con Alba De Cespedes, Sibilla Aleramo, Mario Soldati, Corrado Alvaro, Gaetano Afeltra, Vittorio Gorresio, Enrico Mattei, Antonio Baldini, Indro Montanelli, Giulio De Benedetti, Virgilio Lilli, Ercole Patti, Guido Piovene, Leonida Repaci, negli elenchi, diramati dalle Questure repubblichine, dei giornalisti radiati dagli albi nazionali per “indegnità, a causa del loro comportamento durante il periodo 25 luglio – 8 settembre 1943”, con l'invito a “tutti i quotidiani e periodici di qualunque specie, di non giovarsi, sotto qualsiasi forma, della loro collaborazione” (Ricciotti Lazzero, Le brigate nere di Mussolini, Rizzoli).

In Via del Tritone, lavorò per circa cinquant'anni, frequentando i luoghi (particolarmente la Farnesina) che sono le fonti privilegiate delle informazioni politiche e gli ambienti diplomatici internazionali che più contano.

Viaggiò – come redattore “diplomatico” e inviato speciale – in lungo e in largo, riferendo ai lettori sulle più importanti conferenze internazionali: Ginevra fu una delle sue mete preferite, e al Palazzo delle Nazioni, che si specchia sul Lago Lemano, era come di casa.

Sul “Messaggero”, l'articolo di fondo di politica estera era quasi sempre suo e, nelle grandi occasioni, a lui venivano affidati anche argomenti estranei al settore, del quale, ormai, era considerato tra i più autorevoli specialisti europei.

Per due volte gli fu offerta la direzione del Messaggero. Nel 1946 “i fratelli Mario e Pio Perrone, proprietari del Giornale, pensarono di sostituire il direttore [Arrigo Iacchia] e nominarono al suo posto Missiroli. Ma l’incarico era stato offerto dapprima a Francesco Maratea, l’antico, autorevole consigliere di casa Perrone, l’eminenza grigia del giornale. Maratea si trasse indietro e propose la nomina di Missiroli” (Gaetano Afeltra, Missiroli e i suoi tempi, Bompiani). Nel 1952 “terminata la direzione di Missiroli, il primo nome che si fece fu quello di Francesco Maratea, anziano e autorevole collaboratore del Messaggero, legato da tempo alla famiglia Perrone che ne aveva grande stima non soltanto sul piano professionale. Maratea si trasse ancora una volta indietro (Giuseppe Talamo, Il Messaggero – Un giornale laico, Le Monnier). “I direttori passano...” era solito ripetere ai colleghi che avevano “tifato” per lui.

Giuseppe Talamo (Figure egemoni del novecento, Schena) ha scrittto: “La notorietà e la fama in Maratea si erano andate diffondendo e consolidando negli anni sessanta e settanta del novecento. Nel Messaggero la sua forte personalità era unanimemente riconosciuta, frutto di un indiscutibile rigore morale, unito a una preziosa esperienza. La politica estera, i rapporti internazionali e la capacità di ritrarre personalità complesse come De Gaulle, Churchill, Kruscev e Tito erano un campo in cui Maratea non aveva concorrenti. Nei suoi frequenti viaggi all’estero seguì i maggiori avvenimenti politici internazionali e gli incontri fra i grandi della Terra, firmando “reportages” magistrali e ritratti memorabili”.

Sulla stessa linea, Costanzo Costantini (La storia del Messaggero, Gremese): “La consuetudine di Maratea con gli ambienti diplomatici internazionali e il suo ruolo di consigliere degli uomini politici italiani al potere richiamavano alla mente le grandi figure della diplomazia europea del passato. Una versione italiana moderna del Cardinale Richelieu… Al Messaggero [Maratea] era riuscito perfino a surclassare la fama di Mario Missiroli, la cui leggenda era ancora molto viva nella redazione del giornale”.

Nei momenti più gravi e tumultuosi del dopoguerra, i direttori del Giornale – Missiroli prima, Sandro Perrone dopo – non hanno mai preso una decisione importante, senza entrare nella stanza al primo piano, dove Maratea teneva circolo. Bastava un “ci permettete?”, e restavano a quattr'occhi. Così sono nate le tante sottili polemiche al fioretto tra il “Messaggero” e l' “Osservatore Romano”.

Sorridendo, dopo gli scontri, riconosceva: “Io sono come don Sturzo: un cattolico laico”.

La sua carriera fu costellata di numerosi prestigiosi riconoscimenti, tra i quali la “Legione d'Onore” francese (1957), con decreto del Presidente di quella Repubblica, Renè Coty, “per avere contribuito a rafforzare la collaborazione tra l’ Italia e la Francia, rinsaldandone le comuni radici” e il primo Premio Saint Vincent (1965) “per una vita dedicata al giornalismo e per aver contribuito, con la sua attività, alla dignità della professione” Montanelli se ne lamentò con Gianni Granzotto e Arturo Tofanelli, che erano nella giuria, ma lo ebbe solo l'anno successivo (Indro Montanelli, I conti con me stesso, Rizzoli).

Nel descrivere la cerimonia della consegna del “Premio Saint Vincent”, al Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, Gino De Sanctis sottolineava (Il Messaggero, 17 novembre 1966): “In Francesco Maratea, il Messaggero ha un “columnist” di prima grandezza che nulla ha da invidiare ai più celebri del giornalismo mondiale”.

E quando il loro “esterista” smise di lavorare (1972), ineluttabilmente “pensionato”, i proprietari del “Messaggero”, i Perrone, di origine genovese (è tutto dire...), gli lasciarono a disposizione, fino all'ultimo giorno di vita, l'automobile e l'autista. E anche la sua “famosa” stanza, per molto tempo, rimase chiusa: occuparla subito, non sarebbe stato elegante.

g. m.


Il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, consegna al Quirinale il Premio Saint Vincent 1965 a Francesco Maratea

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