Venerdì Santo 2020 cantiamo il Miserere con il cuore

A cura di Nicola Parisi


La pandemia in questo 2020 ha fatto calare dense nubi sull’umanità: la vita ordinaria e le nostre abitudini sono state travolte da imprevisti e bruschi cambiamenti. Anche le nostre tradizioni della Quaresima e della Settimana Santa con l’espressione della pietà popolare, sono sottoposte a quarantena. Questa quarantena non ingabbia il nostro il nostro spirito e il cuore, nel quale possiamo ritrovarci in raccoglimento e meditare Passione morte e Resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Il nostro Arcivescovo mons. Franco Moscone in una recente intervita ha detto dobbiamo mantenere certa la speranza che alla Pasqua ci arriviamo, magari non sarà il 12 aprile, quella liturgica del calendario, ma la Pasqua vera della vita sulla morte, che è la riuscita della vita e della salvezza. Per questo invece dell’ articolo dedicato alle nostre tradizioni, propongo in queste righe una meditazione sul Miserere che quest’anno non potremo cantare assieme.

Il Salmo si presenta come la preghiera di un singolo: è un peccatore che davanti a Dio presenta la sua angoscia e il pentimento; la tradizione è solita attribuire il Salmo al re Davide. L’esperienza di Davide, peccatore condotto al pentimento, raccontata dal profeta Natan (2Sam 11-12), si esprime meglio in questo Salmo. Negli ultimi due versetti la visione si fa più ampia: non è più Davide che parla, è Gerusalemme, è il popolo intero che ha conosciuto tutto il peccato e chiede il perdono e la rinascita. Versetti preziosi perché ci permettono di leggere il Miserere, come preghiera della Chiesa, non solo di ciascuno di noi, ma della comunità nel sua interezza,

Si tratta di un testo presente nell’antica tradizione religiosa e liturgica ebraica (Salmo 51) assunto in seguito nella liturgia e nella vita cristiana, che ha dato origine ad una molteplice configurazione rituale e musicale.

Canto di profonda espressione individuale manifesta il pentimento di un uomo cosciente del male commesso, il Miserere non si riduce ad una semplice implorazione di perdono.

Il testo altamente drammatico, riletto alla luce della storia del re Davide e della riflessione profetica, propone varie tematiche, le quali conferiscono al Salmo un ampio respiro, tale da superare l’esperienza individuale del peccatore, sino ad assurgere a canto universale di lode per la misericordia di Dio.

Il Miserere fino al versetto 11 è fondamentalmente una richiesta di perdono: la consapevolezza e la gravità del peccato, la supplica a Dio e soprattutto alla misericordia e alla bontà di Dio. Dal versetto 12 a seguire è la richiesta di una nuova creazione: non solo il perdono come cancellazione del male, ma il perdono come una nuova esistenza, un nuovo cuore, e soprattutto un nuovo spirito

Il Miserere, rimane la più autentica preghiera semplice e diretta che manifesta grande sincerità e fiducia Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, si apre con tre tre imperativi: “abbi pietà” – “cancella” – “lava”; sono il grido di chi si sente affondare nella morte e può solo chiamare aiuto. Perché l’uomo è in grado di produrre il peccato, ma non è in grado di uscire dal peccato. Per questo ha bisogno di Dio, di un aiuto, di una grazia, di un sostegno che gli venga dalla potenza e dalla misericordia di Dio.

Nella misericordia di Dio ... nel peccato mi ha concepito mia madre, queste parole indicano come le radici del male sono nel cuore dell’uomo ancora prima di ogni colpa personale e riflettono la povertà umana fin dalla nascita, il peccato è questo: la condizione dell’uomo che dovrebbe avere una meta e un obiettivo da raggiungere e invece si perde per la strada, cade e fallisce la sua vocazione, la sua chiamata. Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi quel “riconosco” non vuole dire semplicemente: so di essere peccatore. Significa: sperimentare tutto il dolore e l’avvilimento, e la vergogna del peccato. È una conoscenza per l’esperienza che suscita dolore, per quello che viene riconosciuto come offesa a Dio: Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. Non c’è dubbio che il peccato è contro l’uomo, è offesa e distruzione del tessuto sociale, è umiliazione della persona umana. Ma in realtà si può comprendere la gravità del peccato solo quando si riconduce a Dio, ritrovando nella menzogna verso il fratello, il rifiuto radicale di quel Dio da cui viene il mondo e la nostra esistenza. Nel momento in cui riconosciamo la nostra colpa proclamiamo nello stesso tempo la giustizia di Dio.

Il peccato non è una pura fatalità , bensì un atto esplicito di trasgressione della relazione tra Dio e l’uomo Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi, l’uomo è dotato di una dignità che si manifesta nel libero arbitrio del bene e del male. Egli è chiamato a non sciupare questa relazione d’amore, affinando la sua intelligenza spirituale, formando in se una volontà di autentico amore da esprimere verso Dio e il prossimo.

Dalla consapevolezza del proprio peccato nasce dalla conoscenza della misericordia di Dio, per questo la richiesta di perdono è espressa nel Miserere anche in un altro modo, come richiesta di gioia: Fammi sentire gioia e letizia, esulteranno le ossa che hai spezzato. E un po’ più avanti: Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso, l’ invocazione di vedersi ridonata, nella sua misericordia una vita che rifiorisce nella gioia. Non respingermi dalla tua presenza è necessario che ci accolga, perché Dio è sorgente di vita e di gioia, altrimenti non si vive, se non ci parla la nostra vita precipita nell’oscurità della notte.

Il pentimento di Davide mostra il volto del più vero pentimento dell’uomo e della Misericordia di Dio. Non un pentimento superficiale e sbrigativo, una penitenza esteriore tu gradisci la sincerità del mio intimo, nel segreto del cuore…un cuore contrito e affranto tu, o Dio non disprezzi, parole che allontano da ogni esteriorità e da ogni sacralità rituale; un invito a vivere la novità di un cuore nuovo.

Nella seconda parte del Salmo dal versetto 12 incomincia la richiesta di una vita nuova che solo Dio può donarci … crea in me, o Dio, un cuore puro rinnova in me un o spirito saldo…, perché solo Lui può trasformare l’uomo rinnovandolo. Il cuore è il centro della coscienza da cui escono i pensieri, i sentimenti e le decisioni dell’uomo. L’uomo sia egli singolo o popolo non sono abbandonati al rimorso delle azioni commesse, bensì si trovano alla presenza di un Dio che li ama, li raccoglie dalle loro cadute e li restituisce alla dignità della vita. Un cuore puro vuol dire, una libertà non deformata dall’interesse, dall’egoismo, che non sa vedere oltre il vantaggio proprio: un cuore pulito non ha doppi fini né maschere.

Il perdono non consiste solo nel cancellare il male del peccato, perché il perdono sia autentico bisogna che ci sia una creazione nuova, che si esprime nel cuore e soprattutto nello spirito ( spirito, nella etimologia ebraica e greca indica vento). Con l’invocazione di uno spirito saldo si chiede a Dio uno spirito che ha la leggerezza e la libertà del vento, ma che sia stabile e fermo e di cui ci si può fidare, che operi in noi con generosità e renda il nostro animo nobile.

L’esperienza del perdono e il dono dello spirito ci costituiscono testimoni: Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno … Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode. Solo quando siamo testimoni fedeli risultiamo credibili agli occhi di chi vive intorno a noi. Con la nostra vita possiamo testimoniare il male del peccato o il bello della vita ottenuta nella grazia. Fino a quando siamo nella condizione di peccato le nostre labbra sono sigillate: non possono lodare, benedire e ringraziare, non poterlo fare significa non poter vivere. Non esiste una vita gioiosa, degna di questo nome, se non quella per la quale si può ringraziare e dire: Signore è bello, Ti ringrazio.

Nicola Parisi




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