Giacomo Stuppiello ci ha lasciato. Era rimasto giovane. Di lui resta qualcosa (molto).

di Giuseppe Maratea


Mi chiama Matteo da Milano, con voce impastata di lacrime: “Sai…Giacomo…un’ora fa…”. Me l’aveva fatto capire Gabriele, verso mezzogiorno: “Papà…credo sia arrivata la fine…”. Chiamo Franco a Sondrio. Sussurra: “E ora?”. E così Maria a Frosinone, Tonino a Manfredonia. Si susseguono e si intrecciano le telefonate. Ci scambiamo – i più vecchi amici di lui – i ricordi, come se li evocassimo per noi stessi, per tenerli ancora caldi con il nostro fiato: un’ora, un minuto, quasi che così si possa scongiurare l’irreparabile e rinviare il gelo eterno. Giacomo (“Mimino”) se ne è andato in un momento storico: funerale vietato, nessuna visita, una parte della famiglia non gli ha potuto dare l’estremo saluto. Il figlio Michele, costretto a Milano, non lo rivedrà mai più: un abbraccio nell’aria, soltanto. Scrivo alla rinfusa le poche cose che alla rinfusa mi vengono in mente. Amava i campi, i boschi, la natura, non i salotti. Si rifugiava spesso in un suo piccolo podere, a poche centinaia di metri dal paese, tra monte e mare, dove aveva ristrutturato una casetta per le ferie del figlio Michele, lavorando, ore e ore, senza risparmiarsi, e curando i dettagli. “Se lo sapesse Giovanna… [l’intelligente angelo custode della sua vita]”, mi diceva quando, per telefono, lo raggiungevo al “fondo”, come lo chiamava lui. Era malato da oltre un anno, ma di quel suo male parlava con tale tranquillità che si era diffuso in noi, che ne conoscevamo la realtà minacciosa, un senso di cauta fiducia. E ci pareva di poterlo vedere, ancora per anni e anni, con quel sorriso smagliante e con i suoi occhi mai spenti. Giacomo Stuppiello, professore in pensione, ha rappresentato per oltre mezzo secolo, una delle figure più rappresentative del PCI, e, poi, PDS, DS e PD di Monte Sant’Angelo, certamente quella di maggior rilievo umano anche se di scarso o nullo potere reale. A lungo amministratore della sua Città, ha dato, agli inizi di quest’anno, alla stampa, un agile libretto (“Le amministrazioni comunali di Monte Sant’Angelo 1943 – 2012. Appunti e ricordi di un militante e amministratore”), nel quale le sue riflessioni, naturalmente, risentono della “milizia”. Gli appunti e i ricordi si fermano al 2012. Giacomo ha trascurato (e ha fatto bene) gli ultimi anni, quando vicende amministrative e umane sono state appiattite e svilite come mera cronaca giudiziaria, addirittura come fatto criminale. Il partito è stato un pezzo del suo cuore, “tutto nel Partito, nulla fuori dal Partito”. E di fronte a episodi non infrequenti di “allodializzazione del potere” da parte di qualcuno dei compagni della nouvelle vague nazionale (e locale), scuoteva il capo: “Quando il Partito tornerà a essere veramente il Partito, le cose andranno meglio”. Era, in questo caso, un inguaribile ottimista. I suoi riferimenti erano i mostri sacri del PCI di una volta (Ingrao, Amendola, Berlinguer, Iotti, Napolitano e scendendo per li rami D’Alema e, soprattutto, Bersani) A Foggia le sue simpatie andavano a Vania, Panico, Carmeno, Pistillo e tra i viventi, Paolo De Caro, Michele Galante, Lino Zicca, Orazio Montinaro, Severino Cannelonga. Tra i montanari, parlava con compiacimento reiterato di quei “grandi signori” che erano i comunisti di un tempo (contadini e braccianti soprattutto, pochi gli intellettuali) settari ma onesti (come lui), duri ma generosi (come lui), ma anche più intelligenti (come lui) di quelli delle ultime leve. Berlusconi era, manco a dire, il suo bersaglio preferito. Ma i suoi strali si appuntavano sui socialisti doppiogiochisti ed epigoni della “Milano da bere” (a Monte salvava soltanto l’ormai trapassato “don Ninì” Ciuffreda e, con qualche sforzo, pochi altri). Il PD, da ultimo, “consule Renzi”, non era più il suo Partito, era un corpo estraneo, e soffrì immensamente per un mondo che non gli apparteneva più. Ci rimase, però. “In politica – mi disse una volta – come nella vita, si ha un solo vero amore”. Ha detto, dunque, la sua in politica. Ha partecipato a polemiche. Non ha voluto giocare al risparmio, mai. Come militante, sono certo, ha trascorso la vita a scialacquare tutto il suo patrimonio di conoscenze e ad arricchire (gratis) gli altri tutte le sere in sezione con spunti, stimoli, incoraggiamenti, idee. L’eco la ritrovavamo solo noi – gli amici di sempre – nelle interminabili telefonate quotidiane, quando il male gli imponeva l’ozio, il suo peggiore e sottile nemico. Nei pomeriggi in cui era in vena, bastavano poche pennellate per farci capire quanto avesse in uggia i fabbricatori di discorsi incomprensibili che volteggiano sul trapezio degli universali e che, a differenza di Wittgenstein e del suo elogio logico-matematico del silenzio, si abbandonano all’inflazione verbale. Ha comunicato con gli amici, nonostante il deperimento, continuamente, e le sue impressioni sul “progetto Città” e sui problemi, nuovi eppure antichi, di Monte temevano banco sul Giornale locale, sul suo profilo Facebook e su l’Attacco (superfluo aggiungere che gli “usi civici” erano la sua idea fissa). L’ho visto l’ultima volta, a fine febbraio, a casa sua: la parola, anche se stentata e monca, bastava a fare intendere quello che voleva esprimere, e dove non arrivava con il linguaggio, arrivava con gli occhi. Ed era sommamente espressivo e comunicativo. Gli suggerii, in quell’occasione, la lettura di Grand Hotel Scalfari di Gnoli e Merlo, che si procurò, grazie a Michele, e divorò nel giro di un paio di giorni. Ne scrisse, con la prevedibile stroncatura, un “servizio” giornalistico compiuto e perfetto di sorprendente creatività. E, del resto, non è stato Einstein, al cui studio si dedicava nelle ultime settimane, a ricordare che “la creatività nasce dall’angoscia come il giorno dalla notte oscura”? Giacomo lo avevamo ritrovato, la solita compagnia di giro, ahimè sempre più esigua, l’estate scorsa, nel pieno sole di agosto, come augurio di vittoria sul destino maligno, al Medioevo di Pasquale Mazzone (con me Rosaria, con Matteo Lena, con Franco Luciana, Matteo con Laura, Tonino con Tonia, e poi Maria – meno puntuale nel venire, ma sempre tanto attesa – senza più Salvatore, e Italia senza più Michele). Era l’annuale giornata dell’amorevolezza, della rimpatriata; un dolce ritorno al passato, un riposo sentimentale, un approdo di pace nel porto calmo di un’età che pare immutabile perché ignora le temperie e i tramonti, evocando le mille contraddizioni, i sogni, le speranze, le voci, gli studi lontani, i primi palpiti e i primi tremori di un mondo, allora, non fittizio, ma vero e sincero. Quel giorno iniziammo, come nulla fosse, a fare comunella, divertendoci a portare il discorso liberamente su questo e su quello, con inevitabili fioriture di aneddoti e di battute. Giacomo, con qualche difficoltà, mangiava di gusto (lagane, ceci e baccalà, torcinelli, dolci di Moffa), taceva, attentissimo, riposandosi serenamente in quella spregiudicata conversazione, ma qualche sua occhiata, qualche suo sorriso erano ciò che occorreva per aggiungere leggeri epigrammi a carico di quelli evocati in scena dai nostri sortilegi. Lo guardavamo con affetto e con quella trepidazione che cercavamo di dissimulare di fronte a lui che sfidava il rischio. Era un presentimento generalizzato, ma nessuno osava esprimerlo, illudendosi. Era subentrata la convinzione che il salice, il “giunco schietto” si piegasse e si risollevasse per propria dinamica naturale, secondo la descrizione dantesca. Giacomo era rimasto giovane, nonostante il male progredisse ogni giorno. Ora che ci ha lasciati, possiamo dire che qualcosa (molto) di lui resta. Quanto a me, non posso dimenticare l’amico sincero che mi ha sorretto e confortato in un momento particolarmente doloroso della mia esistenza. Gli ho voluto un gran bene. Ho sempre rinviato il momento di dirglielo: ora è troppo tardi. Uno stupido pudore mi ha trattenuto. Ma anche il pudore, forse, me lo ha insegnato lui. (da l’Attacco del 11/04/2020)

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