Il margine di sicurezza di Vico in pieno contagio da coronavirus

Il margine di sicurezza di Vico in pieno contagio da coronavirus (quasi un racconto) di Giuseppe Maratea

Caro Direttore,

confesso che, sulle prime, l’invito degli amici di “Fuoriporta” a fornire motivi di riflessione su temi legati alla “ripartenza cittadina in pieno contagio da coronavirus (“un’opera d’arte totale” – nel senso della tragedia wagneriana – avrebbe cinicamente chiosato Karleinz Stockausen), mi ha molto più sorpreso che lusingato.

Che cosa – mi sono detto – può aver indotto a chiedere proprio a me, per natura refrattario a qualsivoglia rituale pubblico e fortemente sospettoso delle insidie retoriche che di solito vi si nascondono, un intervento d’adesione formale? Che cosa posso io aggiungere di non fittizio, di non occasionale a un discorso che pretende altra disposizione, altra vocazione e, diciamolo pure, altra “anagrafe”?

Alla mia età, “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” e si resta confinati in casa per prudenza.

Ho capito, in questi giorni con l’aiuto del vocabolario, che per risolvere il problema della sussistenza, sotto “food delivery” (anglismo che furoreggia) si nasconde la “consegna del cibo a domicilio” da parte di un puntualissimo “rider” (altro anglismo di moda) …

Ma se la poesia di Ungaretti allude a un senso di decadenza senza scampo e ci fa scoprire più fragili, la natura – impassibile, incomprensibile - continua il suo corso, e la primavera trionfante, alla fine, aiuta a trovare una ragione a tutta questa incertezza e a “imparare il difficile mestiere di vivere”.

Epperò, qualcosa che non è solo da riportare a insorgenza affettiva, rompe le maglie del sofisma, fino a intrigarmi per vie contrarie deposti i vecchi arnesi della polemica.

Perché, dunque – mi è venuto da pensare – non spingere più a fondo l’interrogativo e non leggere nell’invito un piccolo segno emblematico che giunge come un’eco inquietante di una remota angoscia?

Ed ecco che essere qui con voi acquista d’un tratto il valore di una pausa benefica, di una meditazione e ricapitolazione di alcuni motivi che hanno caratterizzato (e afflitto) il mio vivere quotidiano.

E il primo, il più immediato, si rafforza tra questo ancora autentico paesaggio, non abnorme, non sopraffatto, e il rischio che, nell’intento di “valorizzare” una cala, una spiaggia, un tratto di costa, un pezzo di centro antico, non si trovi di meglio che immolare, a colpi di ottusità, agrumeti, pinete, brandelli di foreste o preziosi spazi salutari, per insediarvi un anonimo parallelepipedo.

È il cosiddetto “incremento turistico” fragile, estemporaneo, superficiale, della cui efficienza dubitiamo e le cui ricette curative fanno riandare a quelle terapie che i medici dei rotocalchi consigliano ai lettori sulla base di diagnosi raccontate per lettera.

Di questo pericolo siamo stati (siamo) tutti responsabili.

Ciascuno di noi ha – e non una sola volta – voluto accusarsi di tutti i mali, di tutte le debolezze che gli “ideologi” più inflessibili elencavano in Piazza San Domenico come drastici articoli di bandi medievali.

Ciascuno di noi – e non solo una volta – ha temuto di essere “fuori” e non “dentro” quello che, in buona o cattiva fede, riteneva il “corso centrale degli avvenimenti”, e non sempre ha avvertito il disagio delle sue apprensioni, dei suoi chiaroscuri, e ha evitato, per viltà, di inoltrarsi in territori così spinosi.

Lascio, perciò, le sospensioni là dove sono cadute. Vorrei disporre di un pugno di certezze con cui ripercorrere la mia esperienza e soprattutto trovare una giustificazione totale, incontrovertibile, che la colmi di significati, senza artificiose scorciatoie.

Qualche presagio confortante, tuttavia, sembra essere nell’aria e avverte che, “provando e riprovando” (è il classico “provare e riprovare” del filosofo), il “margine di sicurezza”, per quanto esiguo, all’interno di ogni rigoroso razionalismo, garantisce ancora dell’avvenire della nostra Comunità.

Vorrei, per il prodigio dell’illusione, lasciare le ansietà e le sospensioni, là dove sono cadute e – come non credere a un riverbero dell’immaginazione, a un’indolente e allucinata reverie? – dal balcone di casa, chiudere gli occhi e inorgoglirmi di Vico, con le case dalle facciate ben mantenute, con le strade pulite e senza buche, con il verde pubblico curato, il centro storico lustrato a nuovo, con parcheggi non invasivi che eliminino gli inquinanti “tubi di scappamento”, con servizi culturali all’altezza e con l’anfiteatro (finalmente!) fruibile. E, poi, con strutture sanitarie di buon livello e con il plesso “aggiunto” di Via Di Vagno (finalmente!) funzionante, con Palazzo Della Bella destinato (finalmente!) a imboccare la più saggia delle destinazioni, con le spiagge di San Menaio e Calenella senza cartacce e senza rifiuti. E, ancora, con l’artigianato e il commercio che sono tornati alle fiorenti tradizioni di una belle époque che sembrava appannata (l’arte del cesto di paglia, della sporta di giunco, il gran sbattere dei telai, il tripudio della creatività della nostra cucina e delle nostre fumanti composite minestre…). E, da ultimo, il problema principe di sempre (quello dell’occupazione e del lavoro) avviato sulla buona strada: insomma, un vero e proprio “restauro d’atmosfera”.

E il fenomeno onirico continua… È il quattro di maggio: una serata tiepida, senza vento, ideale per “azzoppare” il virus (lo dicono gli scienziati).

“Se facessimo due passi?” suggerisco a chi mi sta vicino.

“E dove?” mi chiede incuriosita. “Al Vicolo del Bacio” – rispondo – “non ci siamo mai andati…”. Ci incamminiamo, mano nella mano, lentamente…

Una breve sosta al “Trappeto-Museo Maratea: una giovane guida della ProLoco ce lo illustra con competenza. Ci colpisce, scolpita nella roccia alcuni secoli fa, una frase di autore ignoto (un prete? un “Accademico degli Eccitati”?) “Quod non aeternum est nihil est” (il vocabolario qui non serve).

Usciamo. In Piazza Castello, Anna Maria Cotugno, punta di diamante del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Foggia, propone, con consumata abilità, l’affascinante percorso del romanzo tra ‘800 e ‘900 a un uditorio numeroso e qualificato: brani tratti da Manzoni, Pirandello e Virginia Wolf e affidati alle voci collaudate di Angelicchio, Stabile, Apruzzese e Martella del Teatro K di Massimo Montagano.

Proseguiamo per Via San Giuseppe: ci giungono i cori salmodianti – lenti, struggenti – della Congrega di San Nicola, cui fanno eco quelli delle Congreghe di San Giuseppe e del Purgatorio, in aperta, leale competizione tra di loro. Dopo la forzata assenza di quest’anno, si preparano con largo anticipo e con cura, se possibile, più scrupolosa, per la Pasqua che verrà.

Una visita all’Annunziata, alla mostra (quasi) permanente di bellissime fotografie d’epoca e contemporanee, promossa, meritoriamente, dalla CNA di Michele Pupillo, in cui spicca il materiale imponente pazientemente raccolto, in tanti anni, da un bravissimo “segugio” della ricerca, che è Mimì Lombardi: in sottofondo, le note profetiche della canzone di Murolo “… torna maggio … torna ‘ammore...”.

Una deviazione verso Piazzetta del Conte, dove Ferruccio Castronuovo invariabilmente spiega la sua suggestiva idea di “San Valentino tutto l’anno” e ripercorre, con un impianto microfonico “catarroso”, nel centenario della nascita di Federico Fellini, le tappe della sua lunga collaborazione con il geniale regista: un fiume di episodi e di aneddoti gustosi e inediti.

Fuori programma, Giovanna Lombardi, ormai nota al grande pubblico, entusiasma con la sua “Annarella”, la mitica Anna Magnani.

Più avanti, le case scialbate sono pavesate di bandiere e palloncini tricolore.

Nella cantina/pensatoio di Nello Biscotti, dopo un sorso del suo “macchiatello”, dalle inconfutabili proprietà ricostituenti (un surrogato per nababbi della famosa pillola), una strana emozione ci coglie. Ci avviamo verso la meta prefissata.

Dalla finestra spalancata di un’abitazione, arriva squillante la voce di Domenico Modugno: “Meraviglioso … Ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso … Meraviglioso …”. Vico è meravigliosa.

Siamo al Vicolo del Bacio. Addio virus, hai perso!


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