La mula
- Mimmo Delle Fave
- 1 giorno fa
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Mimmo Delle Fave ci propone un racconto (per gentile concessione ed autorizzazione dei figli del compianto ed importante scrittore di Carpino, Tammaro Campanile)
“Quel giorno Rocco non poteva stare fermo. Aveva come una frenesia; si muoveva continuamente non pensando che così innervosiva anche gli altri della famiglia. Erano tutti lì, intorno ad un tavolo
rozzo e sgangherato, come se aspettassero qualcosa di imponderabile, di inevitabile. La vecchia nonna, colma di vestimenti oscuri, piegata sui fianchi rattrappiti, biascicava parole incomprensibili.
La mula agonizzava, la povera vecchia mula che aveva servito per un ventennio la famiglia facendo la spola dal bosco lontano alla casa con i carichi di grano e di fave secche.
Aveva avuto, nella nottata, una tremenda colica dalla quale non si sarebbe salvata. Perciò Rocco si dimenava; perciò la famiglia tutta, intorno all’uomo, soffriva in silenzio.
“Non voglio vederla morire, diceva Rocco, non voglio sentire lo scalpiccio disperato dell’ultimo momento: è triste, è tremendo” e si turava con le mani callose le orecchie. “Mi sembrerà di sentirla saltellare sul selciato, come quando mi era compagna nelle notti di luna; mi sembrerà di sentirla pestare nell’aia.”
“Zitto, per carità”, diceva Maddalena che, ancora piena del settimo figlio, aveva le occhiaie profonde come i pozzi della palude; “zitto! Non ricordi le tante volte che non voleva andare e tu bestemmiavi e tu maledicevi la sua vita e quella dei santi? Non è male se muore: è naturale alla sua età.”
Ma Rocco non si conteneva. Sapeva che la moglie parlava così per non rendere disperato il suo dolore, per non aggiungere al compianto dell’uomo quello suo non meno doloroso. Esercitava la sua funzione di donna, Maddalena, ma anche lei aveva un grande dolore negli occhi, un affanno che a malapena celava.
Intanto i minuti passavano come le gocce d’acqua si riversano da un’ampolla capovolta.
Le avevano operato un salasso, ma non avevano chiamato il veterinario che avrebbe detto di buttare nel fosso quella carcassa; e a loro sarebbe dispiaciuto il disprezzo, quel crudo linguaggio.
Eh, sì, perché la Cicci era qualcosa di più di una vecchia mula, avendo avuto un momento eroico nella sua vita di povera bestia da soma.
Non poteva rammentare quel giorno, Rocco, senza che le gote trapunte di barba ispida non imbianchissero subitamente; quel giorno di burrasca, quando la campagna sembrava impazzita perché i rami si confondevano con i tronchi in una danza frenetica e furibonda. Avevano lasciato il primo nato al riparo sotto il pagliaio ed erano andati allo steccato per consolidarlo con nuovi pioli più robusti e meglio piantati. Maddalena aveva il dorso appoggiato alle canne mentre Rocco scavava la base dove conficcare i sostegni.
A scrosci repentini, veniva giù un’acqua gelida, la prima acqua d’autunno, che sarebbe stata benefica senza tutto quel finimondo. Acqua e vento, in una furia d’inferno, formarono un boato terribile e la terra si scosse come presa da uno schianto. Rimasero aggrappati l’uno all’altra presso un muro, schivando la caduta di tronconi avulsi con rabbia. Poi erano corsi verso il pagliaio come presi da un affanno pauroso, tormentati da un presentimento di sciagura. La campagna che appariva devastata fremeva tutta.
Anche il pagliaio sbattuto contro gli alberi si era sfasciato, mentre il bambino era lì inerme, in mezzo alle suppellettili. Vicino gli era la mula con i muscoli tesi sotto un enorme tronco di ulivo che altrimenti sarebbe caduto su quell’essere innocente. L’aveva visto, la mula, indifeso e si era commossa al suo vagito ed ora se n’è stava sotto il pesante tronco tenendolo a riparo.
La furia si placò quando tornarono al paese attraverso la piazza gremita di gente in attesa dei congiunti. La bravura della mula si riseppe da tutti e fu un affluire di amici e di parenti, come in un devoto pellegrinaggio alla stalla della mula.
“Povera Cicci porta ancora i segni della caduta del tronco,” diceva Rocco. “Ci chiamava con voce umana, dolorante, quasi disperata.”
Le volevano dare la medaglia al valor civile, ma poi il vecchio Sindaco ci ripensò e disse che gli animali non hanno l’anima, quindi la bravura della mula non poteva attribuirsi a un coraggioso atto volitivo, ma solamente all’istinto, al caso…E non se ne fece niente.
Ma Rocco giurava sull’anima della mula e sapeva che tutti in famiglia ci credevano. Ci credeva finanche la nonna, che biascicava sempre preghiere incomprensibili.
Si era accasciata sulla panchetta rustica, quando zio Matteo chiamò dalla scala di legno che menava alla stalla: “Rocco, la mula è morta!”
Nessuno si mosse, tutti rimasero lì impietriti in un doloroso quadro plastico.”

Tammaro Campanile, nacque nel paese garganico nel 1923, morì a Roma, prematuramente, nel 1981, sposato e padre di tre figli (due maschi e una femmina). Fu Maestro Elementare e Direttore Didattico. Al fine di rendersi economicamente indipendente iniziò subito ad insegnare, dopo aver conseguito il Diploma di Scuola Superiore, seguendo contemporaneamente gli studi universitari in Pedagogia presso l’Ateneo di Urbino dove vi conseguì la Laurea.
Alla fine degli anni ‘50 superò il concorso pubblico di “Direttore Didattico” conseguendo il relativo titolo. Continuò sempre a coltivare la sua passione per il Giornalismo e la Letteratura, scrivendo e pubblicando numerosi articoli di giornali, oltre che racconti e poesie. Come si ricorderà, nei primi anni ‘50 fondò, unitamente allo scrittore Giuseppe d’Addetta, il mensile IL GARGANO (rispettivamente vice e direttore), che molti anni dopo fu rifondato a Vico del Gargano con la testata IL GARGANO NUOVO (direttore Franco Mastropaolo, da alcuni anni il mensile è stato ormai chiuso definitivamente). Successivamente ricevette dal quotidiano IL TEMPO la proposta di svolgere, a tempo indeterminato, l’attività di “Corrispondente” del predetto giornale dalla Redazione di Jesi, con la prospettiva di diventare giornalista professionista. Rinunciò a questo incarico in quanto non voleva lasciare definitivamente il mondo della Scuola a cui era molto legato, né voleva trasferirsi dalla sua Regione.
A seguito del superamento del già citato concorso di Direttore Didattico iniziò a ricoprire, nei primi anni ‘60, il predetto incarico inizialmente a Vieste, poi a Vico del Gargano, a Cagnano Varano (il cui Circolo Didattico comprendeva anche Carpino), poi Orta Nova ed infine a Foggia dove si trasferì con la propria famiglia nel 1968. Nel 1974 fu nominato membro del CPS di Foggia (Consiglio Provinciale Scolastico), per la durata di un quadriennio, incarico che gli venne riconfermato nel 1978.
Nel 1981, anno del suo decesso, il funerale fu celebrato nella Cattedrale di Foggia dall’allora Arcivescovo Salvatore de Giorgi, e che vide una grande partecipazione di autorità e cittadini.
Di questo Autore segnalo anche le sue otto poesie, quasi inedite: Gli Alberi della Foresta, La Culla, Il Lago, La Terra, Notturno, Soltanto Tu, o Signore!, Tristezza, Tramonto, pubblicate nel libro AMENO GARGANO, a cura dello scrivente, ristampa anastatica di Versi di antichi Autori di Carpino, Tipografia Michele Lauriola-Vico del Gargano, 2025.
Con questo primo Racconto “La Mula”, l’Autore ci riporta al tempo in cui i contadini, per la coltivazione dei campi, si avvalevano delle preziose prestazioni degli animali da lavoro: asini, cavalli e muli...Con essi si riusciva a far fronte non soltanto alle pratiche agricole, ma anche alle esigenze connesse alla lavorazione ed al trasporto dei prodotti della terra. Anche gli spostamenti quotidiani per recarsi in campagna o le trasferte più impegnative si facevano a dorso di animale, il mezzo di trasporto più comune e disponibile a quei tempi. Ad esempio, il 26 luglio di ogni anno, una gran parte della popolazione di Carpino si recava presso la chiesa di sant’Anna, in contrada “Sant’Anna al Piano”, per partecipare alla antica e tradizionale festa popolare, e molti si recavano a dorso di muli, o asini, o cavalli dove portavano anche le vettovaglie per il pranzo e strumenti musicali. Dal 1969, anno in cui fu trafugato il quadro di sant’Anna, tale festa ovviamente è cessata di esistere. La “bestia”, insomma, godeva di cure ed attenzioni tali da garantirne la salute fisica e, quindi, l’efficienza. Ad essa veniva anche riconosciuto un ruolo fondamentale nell’economia familiare in virtù del fatto che spesso lavorava “a giornata”, assicurando qualche modesto ma prezioso guadagno. Comprensibile, dunque, il dolore della famiglia, raccolta in una mesta e rassegnata attesa dell’imminente triste evento: la morte della mula. Ed è certo che a Carpino, all’epoca, ma a tutt’oggi, i proprietari di queste povere ma nobili bestie non le hanno mai mangiate, dopo morte, e, tra l’altro, nel paese non è mai esistita una macelleria equina, perché grande era il bene e l’affezione che legava nel tempo il contadino e la sua famiglia al loro animale da soma e viceversa.
Nel 1958 fu indetto dall’allora CEE (Comunità Economica Europea, oggi UE) un concorso di letteratura a livello comunitario, al fine di celebrare l’anniversario del “Trattato di Roma” che il 25 marzo 1957 aveva appunto istituito la CEE tra Italia, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo ed Olanda. In tale circostanza, il Maestro Campanile vi partecipò proprio con questo Racconto, conseguendo, quale unico vincitore per l’Italia, sia il premio consistente nella pubblicazione, in un volume della CEE, del proprio componimento letterario, sia quello consistente in un viaggio gratuito per due persone attraverso tutti i Paesi dell’allora Comunità Europea. Ciononostante dovette, suo malgrado, rinunciare al viaggio di alcune settimane, al fine di non lasciare la propria famiglia e per non interrompere gli studi finalizzati alla partecipazione al concorso di Direttore Didattico.
Mimmo Delle Fave





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