• Francesco A. P. Saggese

La seconda vita

di Francesco A. P. Saggese

L’estate è arrivata.

All’improvviso si è presentata con la sua luce e con la sabbia sotto i piedi. I giorni di questa estate sono scampati a un enorme buco nero, che ancora vuole prendersi tutto come ha fatto con i giorni della primavera, spegnendogli la luce e abbandonando le sue ore nella gola. I giorni che stiamo vivendo si portano sulle spalle tutta la vita che non c’è più e che ha riempito enormi carri, messi in fila uno dietro l’altro e buche scavate nella terra. Un vortice oscuro ancora aperto che, come una trottola impazzita, gira e gira, continuando a prendersi vite che vorrebbero solo vivere. Oggi ho preso la bicicletta e mi sono messo a pedalare forte in mezzo a un argine che divide in due un campo di grano; le spighe sono già tutte dorate e il vento le fa muovere insieme. L’estate è arrivata. E io faccio fatica a crederci. Quest’estate gattona, come se fosse un bimbo che insegue le sue braccia con le sue ginocchia. Così con l’estate è arrivata la nostra seconda vita. Stiamo vivendo una seconda vita e dovremmo essere immensamente grati al cielo per questa possibilità; la possibilità di esserci, di alzarsi al mattino, di guardare fuori dalla finestra, di guardarsi negli occhi, di parlare, di cantare, di camminare e di amare. Dalla prima vita avremmo dovuto imparare tanto, se non tutto, ma in troppi non hanno imparato niente, nulla. Così la vita l’hanno subito inchiodata sotto le ginocchia pesanti del pregiudizio razziale, poi l’hanno uccisa sotto le botte di due bestie che l’hanno colpita a morte, perché aveva fatto scappare due pappagallini da una gabbia. Non è bastato l’eco delle canzoni cantate sui balconi, non sono bastate le storie di chi ha combattuto e combatte contro un mostro ancora invisibile, non sono bastate tutte le pieghe della sofferenza. Questa seconda vita non meritava di vedere mascherine a terra, che pure ho visto e vedo, non meritava atteggiamenti strafottenti di fronte alle regole che si prendono cura di noi. Mi aspettavo un altro inizio, mi aspettavo un inno alla vita, di fronte a tutta la morte che ha preso il volto di numeri che crescono ogni giorno sui nostri teleschermi. Siamo dei fragili sopravvissuti, questo concetto sfugge, ma questo siamo, dei sopravvissuti. Penso che questa seconda possibilità dobbiamo meritarcela per davvero. Nulla sarà come prima hanno detto. Deve essere migliore di prima, aggiungo io. E intorno a queste parole che dobbiamo muoverci e che dobbiamo ricostruirci. L’uomo deve meritarsi questa seconda vita, questa seconda esistenza. Deve meritarsi la bellezza che lo circonda: il mare, l’aria, il sole che guarda il mare, l’ombra degli alberi. C’è bisogno di un uomo che si meriti il suo nome. Un uomo che si meriti i paesi e le città, le acque dei laghi, le isole, le cime, il vento che si muove tra le foglie, le onde che scivolano sulla riva del mare. E in questa ricerca dell’uomo che si merita il suo nome dobbiamo partire da molto vicino. La ripartenza comincia ancor prima delle linee guida, ancor prima di svoltare l’angolo della strada, ancor prima di scendere le scale di casa, ancor prima di mettere il caffè nella moca al mattino.

Dobbiamo cominciare da noi, da me e da te che leggi. E nulla è perduto finché c’è tempo di farlo. Dobbiamo diventare contadini della nostra esistenza. Dobbiamo coltivare quello che siamo e che saremo. Dobbiamo dare un senso molto alto a ogni singolo minuto del nostro tempo, a tutto quello che oggi è e che domani sarà. Dobbiamo distinguere il prima dal dopo, perché se rimane tutto uguale o se tutto è peggio di prima, allora non è successo nulla, proprio niente, è stata solamente una piccola ed insignificante parentesi nella nostra storia su questa terra che gira su stessa.


*La foto è di Pasquale D’Apolito, il mare è quello Adriatico, nel tratto che abbraccia il Gargano, il sole, tutta la Terra.



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