La vita dei chiostri, una preziosa metafora per i tempi attuali

Nel linguaggio delle leggi di soppressione che colpirono i monasteri e i conventi in Italia nella seconda metà dell’Ottocento, i fabbricati abitati dai religiosi e dalle religiose erano spesso indicati, per sineddoche, come “chiostri”: così, lo spazio che racchiudeva, nel cuore del monastero o del convento, l’area scoperta con giardino e pozzo e/o fontana e che fungeva da punto di raccordo dell’edificio, veniva a designare il complesso stesso nella sua totalità e complessità.

Il Fondo edifici di culto il cui patrimonio di chiese deriva proprio dalle soppressioni di cui si è fatto cenno, è molte volte proprietario anche dei chiostri, nel senso ristretto del termine, che fungono da collegamento fra le chiese e il resto degli edifici, i quali possono ancora ospitare i religiosi oppure hanno perduto attualmente quella funzione. Un esempio per tutti: lo splendido chiostro maiolicato del monastero di Santa Chiara a Napoli, oggi visibile nelle forme che diedero, a metà del sec. XVIII, l’architetto Domenico Antonio Vaccaro e i decoratori Giuseppe e Donato Massa. Tra le vivide scene raffigurate sulle mattonelle che rivestono le strutture murarie del chiostro, una in particolare colpisce la nostra curiosità: nel chiostro, con i suoi viali e la fontana, una suora clarissa distribuisce cibo ai gatti che accorrono da ogni parte.

La parola che designa questo particolare spazio architettonico richiama la “chiusura”, la clausura che caratterizza l’intero complesso monastico o conventuale: isola che separa e protegge la vita dei religiosi dal mondo esterno. Ma nel caso del chiostro nel senso stretto del termine, la separazione, la chiusura è anche proiezione verso il mondo della natura: dell’aria aperta, del cielo, dei giardini, con fiori e alberi, delle acque, dei piccoli animali, come i gatti “napoletani” di Santa Chiara. È lo spazio ove si tempera la regola monastica o conventuale più rigida; luogo al quale anche le monache di clausura non possono rinunciare tant’è che tutto ciò si avverte spesso nelle lettere che esse scrivono alle autorità italiane all’epoca della soppressione dove, anche nella meditazione e nella preghiera solitaria , si incontra lo sguardo dei confratelli o delle consorelle.

L’imperversare da molti mesi della pandemia, che ha reso più acuto il senso di precarietà della vita, e in alcuni, forse in molti, anche il senso di dipendenza da Dio, ha però anche rivoluzionato la nostra vita e le nostre abitudini, imponendo a società intere una “clausura familiare”, per taluni aspetti simile a quella claustrale delle comunità religiose in isolamento volontario. E occorre proprio dire che fino ad un anno fa uno scenario simile era semplicemente impensabile.

Si può solo auspicare che la clausura claustrale possa trasformarsi anche in metafora di un mondo più equilibrato e più armonico, che ci si augura possa scaturire dalle attuali chiusure e confinamenti, altrimenti detti lockdown.

Se per gli ordini religiosi il chiostro rappresentava quello spazio in cui temperare la prevalenza della vita contemplativa con qualche manifestazione di vita activa, la clausura familiare che stiamo sperimentando in questi mesi può, viceversa, offrire l’occasione di riscoprire il valore della meditazione e della riflessione, a temperamento dell’assoluto prevalere della vita attiva caratterizzante le società moderne.



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