Un burocrate senza burocrazia

Un burocrate senza burocrazia

È morto Nicola Pastore. Aveva 81 anni. È stato per un ventennio Segretario Generale della Comunità montana del Gargano.


di Giuseppe Maratea

Se ne è andato a 81 anni, senza la decadenza di una vecchiezza impotente, Nicola Pastore, per un ventennio (1978 – 1998) mitico Segretario Generale della Comunità montana del Gargano, dove era approdato, dopo le importanti esperienze maturate come Segretario comunale e, poi, come dirigente regionale del Comitato foggiano di controllo sugli atti degli Enti Locali. È stato un grand commis, un grande (forse l’ultimo) “burocrate senza burocrazia”, uno dei pochi “anomali” della burocrazia pugliese di quel tempo. Il suo “faro”, ovviamente era la “norma”, ma senza gli appesantimenti e le ridondanze di commi, codicilli, richiami, leggi e regolamenti comuni agli “azzeccagarbugli” che hanno appestato (e appestano) le pubbliche Amministrazioni.

Era socialista, devotissimo, insieme con Mimì Pacilli, di Mimì Romano, che aveva fiuto e se lo coccolava.

Ma era autonomo, nel senso che non subiva imposizioni, anche se mascherate da “suggerimenti” (e Romano, intelligente com’era, non gliene fece) e i compromessi, le mediazioni, gli opportunismi, gli inviti a “tirare a campare” gli furono estranei.

Era l’istinto, più ancora della sua solida preparazione economico-giuridica, che gli faceva trovare di ogni problema la soluzione giusta. La sua mente procedeva per sintesi, per lampi, per intuizioni, per “folgorazioni” e le sue determinazioni, nel contatto quotidiano con il pubblico, erano dettate da buon senso, misura, tempestività e da una fede illimitata nella vita.

Non amava le esibizioni e, tuttavia, si imponeva per le sue qualità personali straordinarie e per il prestigio e il rispetto che si era conquistato.

Rifuggiva dalla fraseologia “standard” dei contorsionisti della “neolingua” e le relazioni che preparava erano di una asciuttezza e di una chiarezza cartesiane e dai dibattiti consiliari, in una paginetta o poco più, riusciva a estrarre l’essenziale, eliminando il “troppo e il vano” (per me non c’è modo più salutare di ricordarlo che andarmi a rileggere qualche scampolo di quella prosa).

La burocrazia è una delle più difficili materie che si conoscano, piena di sottigliezze, di capelli spaccati in quattro, di trappole. E Pastore, lontano dal lasciarsene sopraffare, la padroneggiava, attirandosi le invidie della “concorrenza” delle altre Comunità montane pugliesi, che aveva “staccato in salita”; punture di spillo che considerava inevitabili, normali. “È il conto” – diceva – “che si deve saldare quando si è da troppo tempo sull’onda”.

Impose, senza parere, ai suoi collaboratori della bella sede di Via Sant’Antonio Abate 119 di Monte Sant’Angelo, una disciplina, un costume di lavoro ordinato, un metodo, uno spirito di sacrificio impensabili ai tempi odierni. Si viveva la Comunità con “l’intelligenza del cuore”, all’insegna della “fantasia” e della concretezza e sconosciute erano le invidie e i rancori come i complotti e le congiure.

“Non è la poltrona che fa il sedere, è il sedere che fa la poltrona” amava ripetere. E l’architetto Matteo Totaro, il suo collaboratore più vicino, e Felice Pellegrino (cerimonioso, gentile con tutti, gran signore) avvertivano la sensazione, la certezza che con il loro lavoro, compartecipavano alla crescita della “Montagna Sacra”.

La “famosa” stanza di Pastore (l’architetto Totaro aveva progettato e diretto i lavori dell’immobile che rimane modello di come si possa spendere in maniera oculata il pubblico denaro) inaccessibile solo agli stupidi e ai perditempo, vedeva invariabilmente presenti Fusilli, Grana e Di Sipio: una fucina di idee, di stimoli, di iniziative, di approfondimenti condotti sui canoni classici del dialogo e del confronto.

Fu quella la “belle époque” della Comunità Montana del Gargano.

Pastore dava credibilità alle Istituzioni.

Un burocrate “centauro” - veniva definito così, quando lui non ascoltava – che metteva a disposizione della politica la propria competenza e acquisiva dalla politica “l’arte” di anticipare gli eventi.

Un’azione comune, quella tra politica e tecnica, per percorrere all’unisono le vie dello sviluppo del Promontorio, all'insegna del “ritmo” dettato da una “partitura” omogenea riguardo agli obiettivi, ma nel rispetto delle distinte attribuzioni assegnate dall’Ordinamento.

Tra i politici, i “direttori d’orchestra” erano Matteo Fusilli, cui tutti pronosticavano la grande carriera, Nino Grana, inarrestabile, che aprì il Gargano ai circuiti turistici internazionali (Parma, Milano, Praga, Monaco, Francoforte, Berlino, con le loro “Fiere” prestigiose videro puntualmente l’Ente montano in prima fila) e, per contrappasso, Matteo Di Sipio abile, astuto, intelligentissimo, capace di grandi mediazioni e di grandi sintesi. Un gradino più sotto, Peppino Argentieri, già Sindaco di Mattinata, buono, generoso, amico di tutti, Carlo Battista ex Sindaco di Rignano, sindacalista preparato e rigoroso, amante del buon cibo e “optimus potor”, Nicola De Bonis ormai perennemente alle prese con le “rimembranze” del periodo in cui era stato (buon) Sindaco di San Giovanni Rotondo, il rampante Gino Urbano, infine: deposti a San Nicandro gli “eroici furori” complottardi, si beava della fama (più presunta che vera) di grande amatore.

Ma il “primo violino” era lui, Pastore, un dirigente tanto riservato che aveva, talvolta, quasi il dono dell’invisibilità. E “primo violino” era stato con Peppino Santoro, Michele di Marca, oltre che con Matteo Fusilli (il suo pupillo) che si erano avvicendati alla Presidenza dell’Ente (collaborò lealmente anche con me, quando ne giunsi, senza sgomitare, alla guida. “Il vero burocrate” – mi disse – “deve essere portatore di funzioni essenziali e continuative al di sopra delle alternanze politiche”).

Venne fuori dalla stanza di Pastore il “Piano socio-economico della Comunità montana del Gargano” firmato da Dalfino, Tabet, Siola, Barberis Ferrari e Renzulli (il meglio di quanto offrisse il mercato dell’epoca) e mosse i primi passi – dopo il Convegno di Manfredonia, animato da Sabino Acquaviva – il “Concorso di idee per il Parco nazionale del Gargano” che fu aggiudicato alla “Gregotti associati”.

E, poi, l’acquisto di Palazzo della Bella a Vico del Gargano, di Palazzo Fioritto a San Nicandro e la costruzione della “Masseria pilota Agropolis” a San Giovanni Rotondo (un “esempio” di modernizzazione dell’agricoltura, della zootecnia, della formazione professionale unico in Puglia e, forse, in Italia: i risultati – con la gestione De.co, furono decisamente apprezzabili, ma con il pensionamento di Pastore, si passò alla gestione diretta, che spalancò sciaguratamente la via del fallimento).

E ancora una serie di “Convegni” di altissimo livello e di raffinate pubblicazioni che portarono il Gargano alla ribalta nazionale e che spaziavano dall’archeologia alle tradizioni popolari, dalla letteratura odeporica al giornalismo, alla flora, alla fauna, alla Storia “patria”, attraverso il ripescaggio di testi dimenticati e di contributi inediti, affidati alla penna dei maggiori specialisti su piazza.

E, poi, l’investimento cospicuo (primo esempio in Puglia) di utilizzo di energia alternativa, fornitura e posa in opera gratuite, di pannelli solari con annessa dotazione di televisore e frigorifero nelle case “sparse” del territorio montano, non servito da energia elettrica, al fine di combattere lo “svuotamento delle campagne”.

E, tra gli innumerevoli interventi, la messa in sicurezza della cosiddetta “Tomba di Rotari” a Monte Sant’Angelo, l’illuminazione della scalinata del Santuario di San Michele e il rifacimento degli impianti del “Museo-lapidario”, e l’adeguamento “antincendio” e le scaffalature della biblioteca di San Matteo a San Marco in Lamis con il pregevole restauro dell’organo.

Quanto al “culto micaelico”, grande successo mediatico ebbe in collaborazione con il Comune di Monte Sant’Angelo, la mostra a Roma, all’École française” in Piazza Navona, poi riproposta a Mont Saint Michel in Normandia.

Era il Gargano “felix”, e Pastore, dal suo osservatorio privilegiato, ne era l’anima. Ma, inaspettatamente, si pensionò con largo anticipo, per ragioni che non volle mai rendere pubbliche. Ma si intuiva che la separazione fu lenta, dolorosa e (forse) astiosa, come nei matrimoni di passione sofferta.

Da quel giorno, sull’Ente della “Montagna del Sole” scese inesorabilmente il buio pesto.

Lo chiamò il Comune di Manfredonia, dove per diversi anni, ebbe l’incarico di Assessore al bilancio e di “general manager” (una sorta di “premio alla carriera”) che svolse con la consueta bravura.

Ma l’entusiasmo di una volta non c’era più. E a Pasquale di Carlo, l’antico sodale e compagno di vacanze, che tre giorni prima che Pastore iniziasse il “viaggio senza ritorno”, nel corso di una breve telefonata, lo salutò con un “Ci vediamo quest’estate a Vieste…”, dopo un attimo di incertezza, rispose “Questa estate ci andrai solo tu…” e riattaccò.

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