I muri e l’anima

I muri e l’anima

Nevicava. La prima volta che andai a Vico del Gargano era di febbraio. Il borgo antico, alto sul mare, ai confini della Foresta Umbra, era ricoperto di neve. Una gran folla seguiva la Processione di San Valentino, il nuovo Patrono scelto nel Seicento dai vichesi per proteggere le arance dalle gelate di fine inverno, in sostituzione di San Norberto, cui veniva rimproverato di non essere più tanto in sintonia con le esigenze del paese.

La vera ragione per cui era caduto in disgrazia – secondo alcuni – sarebbe da ricercare nel fatto che la sua ricorrenza, per superiori e imperscrutabili ragioni di calendario, cadeva di giugno, quando i venti del nord ormai da tempo avevano smesso di far rabbrividire di freddo i contadini e le arance di Vico. A quella data – argomentavano i sostenitori di questa tesi – anche per un santo come San Norberto era ormai troppo tardi per porre rimedio ai guasti del gelo. Sia come sia, quelli di Vico ad un certo punto non ne vollero più sapere e chiesero al Papa Paolo V, che nel 1618 li accontentò, di esonerarlo dal suo ufficio.

Qualche mese dopo, quando ritornai, i giardini di agrumi erano tutti in fiore e il loro profumo, con qualche accenno di salmastro, arrivava fin su, nei vicoli e nelle piazzette del borgo antico, sospinto dalle leggere brezze che dal mare risalivano lungo la valle. Il centro storico – luogo di intensa bellezza, integro nel suo impianto medievale – era però quasi del tutto disabitato. Molte le abitazioni, che pure mostravano ancora i segni di un’antica ricchezza e nobiltà, abbandonate e in via di disfacimento. Come in tanti altri casi, l’esaurirsi dell’economia locale aveva spinto molti a lasciare il paese. I nuovi stili di vita e i nuovi paradigmi culturali hanno poi indotto quelli rimasti a trasferirsi nelle nuove case costruite oltre le mura. Questa è oggi Vico del Gargano, fondata forse da Diomede, esule da Troia, con il nome di Galgara. Rifondata certamente dagli Slavi, all’approssimarsi dell’anno mille, e poi vissuta, godendo anche di periodi di grande benessere, sotto i Bizantini, i Normanni, gli Angioini e tutti gli altri casati che vennero dopo.

I fasti e i nefasti del turismo di massa hanno profondamente trasformato, negli ultimi anni, la costa garganica. L’entroterra ne è stato appena sfiorato. I paesaggi, le masserie, i centri abitati non hanno subito grandi oltraggi. Non per questo, però, godono di buona salute. Stanno anzi rapidamente sfiorendo per la progressiva perdita di vigore delle comunità che li avevano creati e sostenuti.

Che fare? Lasciare che le cose vadano come devono andare? Rassegnarsi al declino? Oppure tentare di opporvisi?

In fondo basterebbe far sì che un po’ di quella gente che si accalca sulle spiagge vicino si accorga di ciò che si trova alle loro spalle. C’è però il rischio di finire come quei borghi e quelle città che, messe a riposo le proprie occupazioni tradizionali, liquidati i vecchi abitanti, hanno puntato solo sulla conservazione dei muri e l’esibizione della propria bellezza esteriore. Tirati a lucido da estetisti d’architettura che hanno cancellato le rughe e imbellettato le facciate, sono diventati meta di migrazioni quotidiane di turisti a caccia di cartoline e souvenir. Pure scenografie per fotografi dilettanti, chiamate a sproposito città d’arte. Città forse al passo con la civiltà dell’immagine, ma certamente vuote e fragili, esposte alla volubilità delle mode e alla volatilità delle agenzie turistiche. Città che fanno commercio di se stesse per turisti dediti all’onanismo urbano. Città che per salvare i muri hanno perso l’anima.

Per sopravvivere senza rinunciare a se stessi e per offrire ai turisti un’esperienza di soggiorno in un borgo antico ancora vivo, in mezzo a gente vera, dove l’animazione e la bellezza non sono fiction e scenografia, ma realtà sociale e urbana, gli amministratori di Vico hanno pensato – con creatività ed intelligenza – di dar vita ad un albergo diffuso: la hall, la reception e i servizi, in un grande palazzo nobiliare, ora in disuso; le stanze, in un centinaio di abitazioni, sparse qua e là nel centro storico. Certo, le camere, oltre che farle, bisogna anche riempirle. Di qui l’urgenza di restaurare gli edifici per le residenze alberghiere e, intorno a loro, tutto il centro storico. Di qui anche la necessità di riconvertire alla nuova mission l’intero paese e il suo territorio.

Obiettivo non certo impossibile. Le risorse ambientali sono abbondanti. Le opportunità non mancano. Per valorizzare le une e cogliere le altre occorre però uno sforzo di rinnovamento culturale.

Un segnale forte in questa direzione viene proprio dal Santo Patrono, la cui gratitudine verso gli abitanti di Vico non sembra esaurirsi mai. S. Valentino – evidentemente più sensibile e accorto del suo predecessore Norberto – ha messo in atto da tempo un’abile strategia di riposizionamento che, senza rinunciare del tutto agli agrumi, lo porta a spostare sempre più la sua attenzione verso gli innamorati, i quali, del resto, pur se a Vico erano tenuti in sordina, facevano già parte della sua scuderia.

Sulla linea tracciata dal Santo, che sta passando con successo dai frutti ai fiori d’arancio, non vedo perché anche gli attuali cittadini di Vico non possano orientare verso nuovi obiettivi le risorse – l’arte, la natura, e, secondo i suggerimenti del Patrono, anche l’amore – messe a loro disposizione dal territorio e dalla storia.

In effetti – penso, risalendo dal mare verso il paese – questi luoghi sono la quintessenza del paesaggio. In alto, il borgo di Vico, arroccato sul monte Tabor e, più in là, la macchia scura della Foresta Umbra che si estende a perdita d’occhio, nascondendo allo sguardo le segrete radure degli alpeggi. A lato, i profumati giardini di agrumi con casali sparsi tra gli alberi, come quello che avrei voluto comperare, se i ritardi a decidere non mi avessero mandato fuori tempo massimo. Un piccolo edificio a due piani, di un colore un po’ slavato tendente al rosa, con finestre e porte incorniciate in pietra chiara, come i gradini della bella scala, esterna, al modo greco. Fuori, la pergola di vite e la terrazza ombreggiata, dove stare a guardare il mare, oltre gli aranci. Non resisto alla tentazione di andarlo a vedere da vicino, ancora una volta. Lì davanti, appoggiato al muretto, complice forse l’intenso profumo degli agrumi, prendo inaspettatamente a fantasticare ad occhi aperti. Mi vedo passeggiare davanti al palazzo Della Bella, finalmente restaurato a dovere, senza più quell’aria vagamente lugubre che lo faceva sembrare un po’ ostile. Un gran numero di persone entra ed esce; altre si soffermano nel piccolo slargo che gli sta davanti, elegantemente pavimentato, come le altre vie e piazze del centro storico, in ciotoli di fiume e mattoni di cotto. Entro anch’io. Bevo qualcosa al bancone del bar e do un’occhiata in giro: nelle grandi sale è in corso una mostra d’arte moderna; da una saletta giunge la voce del prof. Svetistevan, dell’Istituto Superiore di Studi Interadriatici che ha sede nel bel convento dei Cappuccini. Il professore parla di Dubrovnik, la città dall’altra parte dell’Adriatico che, fin da quando si chiamava Ragusa, ebbe strette relazioni con il Gargano. Alla reception prendo la chiave delle mie stanze – un sobrio ed elegante appartamentino assegnatomi dall’albergo in una bella casa dell’antico rione della Civitas – ed esco nel labirinto di stradine, sottopassaggi e scalinate del borgo antico. Do qualche indicazione ad una coppia di francesi, giovani, carini, visibilmente innamorati, ai quali l’albergo ha assegnato la stanza in una casa del rione Terra. Vogliono naturalmente infilarsi nello stretto vicolo del Bacio per scambiarsi quel gesto di affetto che fatto lì, sotto lo sguardo benevolo di San Valentino, sembra garantire amore e felicità senza fine. Intanto si fa sera e le botteghe, insediate qua e là nei locali al piano terreno, che una volta servivano da cantine e anche da stalle, accendono le luci. Mi metto a parlare di Vico con un giovane e colto libraio che sta sulla porta. Racconta di quella bella congrega di religiosi e laici che nel Settecento diede vita all’Accademia degli Eccitati allo scopo di risvegliare, con la diffusione della conoscenza e della cultura, i concittadini dal sonno della ragione. “Simbolo dell’Accademia – ricorda il giovane libraio, mostrando di saper anche fare il suo mestiere – era Pallade che sveglia gli uomini, presentando loro un libro”. Lasciato il giovane, con in tasca il libro sugli Eccitati del prof. Fiorentino, che d’altra parte sono ben lieto di aver acquistato, entro nei locali di un antico frantoio, mezzo scavato nella roccia, mi accomodo ad un tavolo di pietra e mi lascio andare al piacere di un purè di fave e cicoria, amarognolo quel tanto che basta, e di una spigola all’acqua pazza che nessun’altra mai…. Bevo l’ultimo sorso di un buon Castel del Monte, ancora fresco, ed esco.

La casa dove si trovano le mie stanze – di origine nobiliare, a dar credito allo stemma araldico che fa bella mostra di sé sopra il portone di ingresso – è appena fuori del frantoio-ristorante. Salgo le scale riportate all’antico splendore. Mi siedo in terrazza dove giungono, da una chiesa non lontana, le note affievolite di un concerto di musica sacra. Sfoglio il libro e, di tanto in tanto, alzo lo sguardo al cielo punteggiato di stelle. Dopo un po’ mi corico nell’ampio letto contadino che troneggia al centro della stanza. Domani devo alzarmi presto per una passeggiata nella Foresta Umbra, alla ricerca delle orchidee selvatiche che fioriscono in numero e varietà unici al mondo. Mi addormento, infine, sognando San Valentino, contornato dalla schiera degli Eccitati, che mi promettono di proteggere non solo gli aranci e gli innamorati, ma anche i muri e l’anima di Vico. Nel sonno, sorrido.

Tano Lisciandra



MEMO/

GAETANO LISCIANDRA


Classe 1947, laureato all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia nel 1972, studio a Milano dove svolge attività professionale nel campo dell’urbanistica e dell’architettura. Gaetano Lisciandra il primo marzo 2016 si è spento a Milano.

Socio effettivo dell’Istituto Nazionale di Urbanistica dal 1983, fu presidente della Sezione Lombarda e membro del Consiglio Direttivo Nazionale. Collaborò con università italiane e straniere. Dal 1989 al 2000 tenne a Como, come visiting professor, il corso di Storia urbana nello Spring Semester in Italy della School of Architecture dell’University of Southern California (USC), diretto dal Prof. Panos Koulermos. Per alcuni anni tenne inoltre corsi di progettazione urbana e architettonica, come professore a contratto, nella Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Nel 1988 fu nominato Adjunct Professor dalla School of Environmental Design della California State Polytechnic University. Pubblicò diversi saggi e articoli su riviste di urbanistica e architettura. Curò, su “Architetti”, una rubrica di riflessioni un po’ controcorrente sulla disciplina e sulla professione, dal titolo «Scorrettamente tuo». Ha scritto una rievocazione in forma scenica della storia della Galleria Vittorio Emanuele di Milano e del suo progettista, Giuseppe Mengoni, rappresentata nell’Ottagono della stessa Galleria, nell’estate del 2003. Ha condotto, per conto della Presidenza del Consiglio del Comune di Milano, una ricerca sull’Archeologia Industriale a Milano che ha portato al censimento e alla catalogazione di 240 edifici e manufatti raccolti in una banca dati contenuta in 5 CD.


Foto di Ivan Mastromatteo

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