L'anima del Gargano
Esistono luoghi dove il tempo non è scandito dal rintocco degli orologi e che non potresti immaginare senza il rumore degli zoccoli sulla pietra.
Sono borghi che legano il proprio nome a un evento, una scintilla che ogni anno incendia la memoria collettiva e trasforma una piazza in un palcoscenico di passioni.
Pensate a Siena: basta pronunciarne il nome perché l’aria si riempia del polverone di Piazza del Campo, del rullare dei tamburi e del galoppo furioso dei cavalli che corrono per l’onore di una contrada. È una radice antica, quella, che affonda nel Medioevo e si nutre di una storia cavalleresca e fiera.
O pensate alla Sardegna e alla sua Ardia di Sedilo, dove la corsa è un rito sacro che rievoca la battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C. Lì, tra i cavalieri scelti dal parroco per coraggio e fede, si mette in scena la lotta eterna tra il bene e il male, tra il Cristianesimo e il paganesimo, in un turbinio di polvere che sa di millenni.
Ma la storia, a volte, sceglie sentieri più umili, meno nobili ma altrettanto profondi. A Querceta, in Toscana, dal 1956 la primavera fiorisce con il "Palio dei Micci". Qui non sono i destrieri a correre, ma gli asini (i micci, appunto), sotto l'occhio protettivo di San Giuseppe. È una sfilata di velluti e broccati che ci riporta al Rinascimento, ma con quell'ironia tutta toscana che nobilita l'animale più paziente della terra.
E poi c’è Vico del Gargano. Qui, verso la fine degli anni ’70, accadde qualcosa di magico e profondamente vero. A Vico non servivano riferimenti a battaglie imperiali o simbolismi teologici. C’era la vita, quella cruda e bellissima dei campi, che chiedeva solo di essere celebrata. Immaginate per un istante il 12 agosto. Il sole del Gargano è ancora caldo, l'aria profuma di resina e di brace pronta per le feste patronali e tra le bancarelle del torrone e l'attesa per il palo della cuccagna, quel gioco plurisecolare dove gli scalatori sfidano la gravità per un caciocavallo o un salame, nasceva la "Corsa dell’Asino".
L’idea fu di Michele Gurliaccio. Era un uomo tornato in paese con gli occhi pieni di voglia di fare, capace di leggere la realtà che lo circondava con una sensibilità istintiva. Si guardò intorno, vide i contadini che all'alba salivano verso gli uliveti e al tramonto tornavano, stanchi, cavalcando l’asinello o tirandolo per la capezza. Capì che l’asino non era solo un animale, ma il motore silenzioso dell'economia vichese, l'unico compagno capace di inerpicarsi lungo i sentieri scoscesi dove le macchine non potevano arrivare.
In quegli anni, possedere un asino o un mulo a Vico era come possedere una macchina oggi. Anzi, di più. Era il simbolo dell’appartenenza alla terra. Ma a differenza di un motore, l'asino aveva un nome, il padrone gli parlava, lo accudiva con una dedizione che mescolava il bisogno economico all'affetto più puro.
Proprio per questo, organizzare la corsa era un'impresa di diplomazia e fiducia. Michele Gurliaccio lo sapeva bene, per un contadino, prestare il proprio asino per una gara era un rischio enorme. Una caduta, una zoppia, significavano giorni di lavoro persi e un dolore sincero per la salute del compagno.
Per convincerli, Michele non usava volantini o pubblicità formale. Il suo era un reclutamento "porta a porta". Lo potevi vedere mentre girava per le case, promettendo garanzie, offrendo parole rassicuranti e, alla fine, suggellando il patto con una bottiglia di Vecchia Romagna tirata fuori dal cofano della sua auto. Quel liquore era il sigillo di una stretta di mano, il contratto che trasformava l'umile lavoratore in un atleta della domenica.
Il giorno della gara, il Bar della Polisportiva diventava il centro del mondo. Gli asini arrivavano a "capezza", alcuni dai paesi vicini come Rodi, Peschici o Ischitella, caricati sui camioncini come atleti d’élite. Niente selle, venivano montati a pelo, niente sfarzo, solo una stola colorata sul dorso e, a volte, un numero tra le orecchie lunghe.
I cavalieri? Giovani volenterosi, a volte persino ragazzini, spinti dal brivido della velocità (per quanto "velocità" si possa dire di un asino) e dal richiamo del premio in denaro.
Poi, il segnale. Negli ultimi anni, anche una moto della Polizia Locale apriva il corteo a sirene spiegate. Un suono acuto che strideva con il silenzio delle campagne a cui i somari erano abituati, ma che serviva a fendere la folla immensa che stringeva le vie del paese. Il percorso era un abbraccio a Vico: da Piazza Pelilli a Via Gioco Palle, passando per il Monastero e via dell’Aquila, fino alla fatica della Salita della Bella e il trionfo lungo Corso Umberto.
Chi vinceva entrava nella leggenda locale, ma la vera festa iniziava dopo il traguardo. Michele non dimenticava nessuno e il retro-bar si trasformava in un'osteria improvvisata, tra boccali di birra gelata e piatti colmi di cibo, dove la rivalità si scioglieva in risate e racconti.
Oggi, guardando le foto di quegli anni, si vede un Corso Umberto brulicante di gente, una cornice umana che sembra quasi proteggere quel trotterellare ostinato. La Corsa dell’Asino ci ricorda che la dignità non ha bisogno di nobili natali. Ci parla di un mondo contadino che, tra lo sterco sulle strade e i lamenti della modernità, continuava a vivere con orgoglio.
Partecipare idealmente a questa storia significava riscoprire il valore della lentezza, il senso profondo della comunità e il coraggio di un uomo che, con un asino e una bottiglia di brandy, seppe regalare un’anima nuova alla sua terra.
Vico del Gargano non è solo un borgo, è quel polverone festoso che ancora sembra sollevarsi ogni volta che un ricordo inciampa nel nome di Michele Gurliaccio.





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