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Vico del Gargano, il paese della memoria sbiadita

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Vico del Gargano, il paese della memoria sbiadita


Il 2 novembre anche se è denominato il giorno dei morti si celebra il giorno della memoria di chi non c'è più. Per chi vive nel nostro borgo l'effetto dei vicoli silenziosi che caratterizza l'atmosfera ogni anno accompagna chi sale con un mazzo di fiori o chi accende una candela. Le fotografie dei cari tornano davanti agli occhi e sembra di sentire ancora quelle voci che il tempo aveva portato via.


A Vico i morti non sono mai davvero lontani. Sono nei nomi che si continuavano a pronunciare, nelle fotografie conservate nei cassetti, nelle storie raccontate dai nonni, nelle case, nelle botteghe, nelle chiese, nei vicoli dove qualcuno aveva camminato prima di noi.


La memoria non è un'idea astratta. È l'eredità che una generazione lascia all'altra. Si tramanda nei cognomi, nel dialetto, nelle feste, nelle ricette delle nonne, nel profumo del pane, nell'olio delle campagne. Un paese non muore quando muoino i suoi abitanti ma quando smette di ricordarli.


Vico ebbe anche i nomi di coloro che varcarono i confini e fecero conoscere il paese in Italia e nel mondo. Sueripolo, secondo la tradizione, nel 970 fondò il primo nucleo e liberò il Gargano dai saraceni. Michelangelo Manicone, nato a Vico nel 1745 e morto nel 1810, con la sua Fisica Appula descrisse il Gargano con uno sguardo scientifico che allora pochi possedevano. Gli uomini dell'Accademia degli Eccitati, nata nel 1759, si incontravano ogni settimana per discutere di questioni sociali ed economiche e per immaginare un futuro diverso. Tra loro vi fu Domenico Arcaroli, vescovo di Lavello e poi di Vieste, che portò il nome di Vico nelle diocesi del Regno. Vi fu il canonico Pietro Finis, che nel 1792 trasformò San Pietro in cimitero extra moenia, uno dei primi in Europa.


Accanto a loro vi furono i costruttori invisibili: i contadini che uscivano all'alba, gli artigiani che conoscevano il mestiere con le mani, le sarte, le madri e le nonne che tennero insieme le famiglie, i maestri, i sacerdoti, i giovani che partirono per la guerra e non tornarono. Furono loro a costruire case, a coltivare terre, a custodire tradizioni.

Nel cimitero si contano migliaia di nomi. A prima vista sembravano soltanto nomi, ma dietro ogni nome vi è un mondo. Quando si cammina tra le tombe, non si leggono soltanto le date. Si prova a immaginare le vite che vi erano state tra quella nascita e quella morte.


Il 2 novembre, quando si entra nel "campo santo", non si porta soltanto un fiore. Si porta un ricordo. Si legge quel nome, si racconta ai figli chi era stata quella persona, si dice loro che aveva fatto parte della storia di Vico.


Finché qualcuno pronuncia il loro nome, non saranno mai completamente scomparsi. Finché qualcuno racconterà la loro storia, continueranno a vivere. Vico non è soltanto il borgo dei vicoli, degli agrumi, dell'amore, delle chiese e del mare. È il paese di chi c'era. Ma soprattutto è il paese di chi c'era stato.


A tutti i figli di Vico che non ci sono più. A chi ha costruito il paese con le proprie mani, a chi lo ha amato e lo ha vissuto per sempre sarà ricordato e finché vi sarà qualcuno disposto a raccontarli, continuaranno a vivere....


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