Il battito di Piazza Castello: memorie di un’anima Francescana
- Riceviamo e pubblichiamo
- 24 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Esistono luoghi che non sono semplici coordinate geografiche, ma veri e propri stati dell’anima.
Voglio proporvi un racconto di Mimì Afferrante che mi coglie impreparato per la profondità di pensiero, la sensibilità e l’andare indietro nel tempo. La mia è una sintesi del testo originale con qualche licenza giornalistica.
«Per chi è nato tra le mura di Piazza Castello negli anni 40, quel piccolo borgo non era solo un pugno di case a ridosso della Chiesa Madre ma era il centro del mondo, il nostro mondo.
Era il regno di Rosetta Pirro, la "regina dei sospiri", che con fierezza ci ricordava: "Noi possiamo gestirci da soli".
Crescere in quegli anni, tra il 1942 e il 1960, significava vivere immersi nel ritmo e nel piccolo rumore dei mestieri che circondavano il centro storico. Piazza Castello era un alveare operoso: c’erano i tre calzolai, mast Cicc, mast Giuvann e mast Nicola, che battevano il cuoio a ritmo serrato; c’era il barbiere Domminicc e il calore del forno di Chiss Chiss. Poco più in là, il fragore del ferro battuto di mastro Pietro si mescolava al profumo di legno delle falegnamerie di "U puce" e Mimì Bergantino. Persino il castello, con le sue torri, ospitava la bottega di Vincenzino. C’era tutto, l’alimentare Lunard, il negozio della pasta sfusa e quello del petrolio. Ma la vera ricchezza era il patto silenzioso tra generazioni: appena finita la scuola, non c’erano vacanze, ma l’orgoglio di "imparare l’arte".
Il ricordo più vivido, però, resta legato alla fede e al coraggio. Quando nel '48 il terremoto squarciò il tetto della Chiesa Madre, vidi con i miei occhi mastro Pietro ingabbiare le colonne con lame di ferro per tenerle in piedi. In quel disastro, emerse la figura umile di Vincenzino.
Non dimenticherò mai come "faceva cantare" le campane. Senza tecnologia, solo con la forza della devozione, muoveva i due batacchi piccoli con le mani e quello del campanone con una cordicella legata alla caviglia sinistra. Era una sinfonia celestiale, un atto d’amore per quella Madonna del Rifugio che lui aveva sognato e che voleva tornasse nella sua cappella, lontano dal buio dei sotterranei.
La mia storia è intessuta di questa devozione. Figlio di un marinaio che chiese la mia foto dal fronte, sono diventato "francescano" prima ancora di camminare: mia nonna sarta mi cucì l’abitino da fraticello quando ancora ero in fasce. Quell'abito non l'ho mai tolto davvero dal cuore. Dall'alba annunciata dalla trombetta del carraiolo al tramonto passato a rincorrere un pallone in Piazza Castello (il nostro stadio domenicale), la vita scorreva intensa. Quei ragazzi, divisi in bande tra il Castello e il Casale, mi ricordano i protagonisti de «I ragazzi della via Pál», lottavamo per uno spazio, per una sfida a chi suonava il campanone o portava le arance a San Valentino.
Gli anni sono passati, portandomi verso Via Gioco Palle e verso l’amicizia con Fra Bernardino, che amava la mia voce e mi faceva cantare, rompendo il silenzio della chiesa. Ma il richiamo della strada e dei giovani era troppo forte. Con Pierino Amicarelli e Titto Di Stefano, abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo, fondando un’associazione per insegnare il calcio ai più piccoli.
Senza mezzi, pulendo il campo da soli e facendo colletta per ospitare le squadre da Foggia, abbiamo cresciuto talenti come il piccolo Elio Bisceglie. Era un modo per restituire ciò che avevamo ricevuto: il senso del sacrificio e l’appartenenza.
Oggi, guardando indietro, capisco che Piazza Castello non è sparita. Vive ogni volta che raccontiamo di Vincenzino, ogni volta che sentiamo un rintocco di campana, ogni volta che un ragazzo calcia un pallone sognando il futuro.
Perché quella storia non è solo mia: è la storia di tutti noi".







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