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Il Gargano, Enzo Biagi, Riccardo Fogli e i "Bambini di Chernobyl"

Ricordando il 26 aprile 1986, a quarant’anni dal disastro nucleare in Ucraina


Il racconto di un testimone-protagonista di quei giorni: Mimmo Delle Fave, nato a Carpino, comunicatore, animatore culturale e storico locale, testimone e protagonista del dopo Chernobyl.


Che valore ha per te questa data, oggi che sono passati 40 anni?

È una data che ha cambiato la storia del mondo, ma per noi qui nel Gargano ha assunto un significato profondamente umano. Ricordiamo il disastro della centrale, certo, ma il mio pensiero va subito a quello che successe l’anno dopo, nel 1987, quando iniziarono i viaggi della speranza. Quei bambini non erano solo vittime di un incidente nucleare ma il simbolo di un’epoca che stava crollando, come il Muro di Berlino poco dopo.


Parlaci dell'accoglienza a Carpino e in altri paesi del Gargano.

Come reagirono le famiglie locali a questa iniziativa di affido volontario?

La risposta fu commovente. Carpino non si è mai tirata indietro. Molte famiglie aprirono le porte di casa senza esitazione. Arrivavano questi bambini e ragazzi dall'Ucraina, dalla Russia e dalla Bielorussia e spesso avevano addosso solo vestiti miseri e tanta paura negli occhi. Eppure, bastavano pochi giorni perché si creasse un legame incredibile. Le famiglie garganiche li accoglievano come figli, arrivando a ospitare fratelli e sorelle insieme per non separarli. Molti hanno trovato giovamento dal nostro clima e dal nostro ambiente.


C’era una ragione medica specifica dietro la scelta delle nostre spiagge, vero? Esattamente. Quei bambini avevano un disperato bisogno di respirare iodio per contrastare i rischi di cancro alla tiroide causati dalle radiazioni. Il nostro mare era la loro medicina. Ricordo ancora le spiagge del Gargano al mattino presto: erano piene dei "Bambini di Chernobyl". Mentre giocavano con i giocattoli regalati dalle famiglie locali, stavano in realtà curandosi, respirando l'aria pura della nostra costa.


Qual è il ricordo più forte che ti porti dentro di quel periodo?

Sicuramente il momento delle partenze, ai primi di settembre. Era straziante. Gli occhi dei bambini e dei genitori affidatari erano carichi di lacrime. Molti di quei piccoli erano orfani o avevano perso i nonni a causa del disastro, per loro, quella parentesi nel Gargano era diventata la loro vera casa.


C’è un aneddoto particolare che ricordi con piacere?

Sì, un incontro che non dimenticherò mai. Eravamo all'aeroporto per salutare i bambini che tornavano nelle loro terre. Lì incontrai il grande Enzo Biagi. Gli chiesi un autografo e lui, con la sua consueta sensibilità, non si tirò indietro. Fu un momento in cui la grande storia del giornalismo incrociò la piccola, ma immensa, storia di solidarietà del nostro territorio.

Oggi quei bambini sono adulti, "ultraquarantenni".


Cosa resta di quell'esperienza?

Resta la consapevolezza che il Gargano ha saputo offrire amore e salute in un momento di buio totale. Molti di loro sono riusciti a formarsi una famiglia, a studiare, a vivere. Sapere che un pezzetto della loro sopravvivenza è passata tra le strade di Carpino e le nostre spiagge è un orgoglio che porteremo sempre con noi.



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