IL PRESENTE SI FA STORIA

L’incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall’ignoranza del passato. Ma non è forse meno vano affaticarsi nel comprendere il passato, se non si sa niente del presente”.

Marc Bloch, Apologia della storia, p. 36

Il titolo scelto trova una sua casuale corrispondenza con il titolo di un libro di “Storia dell’Arte”, autori Cecilia De Carli, Francesco Tedeschi, scritto in onore del Critico d’arte Luciano Caramel che vuol proporci la tesi che il presente debba essere affrontato sapendo che il ‘contemporaneo’ è destinato a divenire storia, e che nel presente vive il passato.

Quelli della mia età ben ricordano che, nei loro studi, la storia si fermava alla prima guerra mondiale. Era palese allora la convinzione che le valutazioni sul periodo successivo, relative al fascismo, alla seconda guerra mondiale ed alle sue conseguenze non potessero fornire allo studente l’obbiettività necessaria ad un equilibrato apprendimento.

La Storia contemporanea fa la sua prima comparsa con le passioni e le manifestazioni giovanili degli anni Sessanta. È in questi anni che lo storico sente il bisogno di non potersi distaccare dai problemi esistenziali e politici del momento che vive.

AGOSTO 1962

Finalmente, l’assegnazione al Reparto!

Dopo due anni di addestramento, diviso tra la Scuola Specialisti di Caserta, che si trovava connessa direttamente alla stupenda Reggia di Caserta, e il Centro Tecnico Addestramento – Difesa Aerea Territoriale (CTA/DAT) di Borgo Piave in provincia di Latina, era arrivato il momento della destinazione definitiva.

Caserta, Scuola Specialisti Aeronautica Militare



Qui entravano i novizi specialisti o le “burbe” come chiamati in gergo militare, io vi entrai il 7 Novembre 1960.

Borgo Piave (LT), CTA/DAT Centro Tecnico Addestramento/Difesa Aerea Territoriale



Qui entravano i “nonni” coloro, cioè, che avevano ormai guadagnato il primo grado: “Aviere Scelto! Varcai questo ingresso nel Settembre del 1961,

Avevamo finito il Corso di specializzazione quello di Tecnici Radio svolto a Caserta e quello più “tosto” di Tecnici RADAR o meglio, come la specializzazione ci definiva, “Marconisti Radarmeccanici”. Potevamo adesso mettere in atto le nostre conoscenze sia negli Aeroporti Militari sui Radar di avvicinamento e decollo, sia nelle Stazioni Radar addette alla Difesa Aerea Territoriale e al Controllo del traffico aereo civile e militare. Eravamo tutti felici: questo era il passo definitivo, quello che ci avrebbe portato, soddisfatti, nei luoghi scelti. Questo era almeno, il sentimento che provavano quasi tutti i partecipanti al 20.mo corso Radarmeccanici.

Non era il sentimento che provavo io che, in qualità di primo del corso, avrei dovuto essere assegnato per “meriti” all’Aeroporto Militare di Grosseto, città nella quale vivevo prima dell’arruolamento, e dove da poco era stata trasferita l’Aerobrigata di stanza a Pratica di Mare. Il Direttore dei Corsi, che giorni prima mi aveva assicurato che sicuramente quella sarebbe stata la mia destinazione, mi chiamò in Direzione per comunicarmi che un mio collega, raccomandato da un pezzo grosso, era stato assegnato nel luogo che mi era stato promesso! L’unico vantaggio che mi fu offerto fu quello di poter scegliere tra la Provincia di Udine e quella di Foggia. Scelsi quella di Foggia, me tapino, convinto dall’amore per il caldo sole!

In seguito verrò a sapere che la cosa non era vera e che i primi del corso erano stati, tutti, assegnati ad uno dei nascenti Centri Radar, uno in Veneto, Lame di Concordia e l’altro un Puglia, nel Gargano a Monte Jacotenente all’interno della Foresta Umbra, che dipendevano direttamente dalla NATO e che saranno dotati di apparecchiature del tutto nuove nel mercato tecnologico del tempo. Chi architettò questa scelta furono i due Ufficiali che andranno a Comandare il Reparto tecnico di Lame di Concordia e di Jacotenente, rispettivamente gli allora Capitani Ennio Chiaruttini e Antonio Losasso.

Partimmo, di buonora, eravamo in dieci, sette dei quali destinati a Jacotenente, dalla Stazione ferroviaria di Latina la mattina del giorno Venerdì 10 Agosto. Con l’incarico di responsabile del gruppo, mi furono consegnati tutti i documenti di viaggio e mi fu assicurato che alla Stazione di Foggia ci avrebbe atteso un mezzo militare per portare noi e la quantità enorme di zaini, valigie, borse e sacchetti all’Aeroporto di Amendola prima tappa di un successivo avvicinamento alla nostra destinazione finale che prevedeva anche una successiva tappa al Centro Radar di Vieste.

Di Venere e di Marte non si arriva e non si parte! Vero!

Arrivammo nel pomeriggio bollente a Foggia e carichi come facchini ci portammo sul piazzale della Stazione per cercare il mezzo che avrebbe dovuto portarci ad Amendola. Non era ancora presente e non lo fu nelle seguenti due ore. Alcuni tassisti si offrirono per accompagnarci, solo quando capirono che non potevamo permettercelo economicamente ci lasciarono in pace. Così telefonammo al Corpo di Guardia dell’Aeroporto di Amendola e non fu facile convincerli che noi eravamo 10 Avieri Scelti provenienti dalla Scuola Addestramento di Borgo Piave e che attendevamo di essere prelevati sul piazzale della Stazione di Foggia. Dopo un’ulteriore lunga attesa riuscimmo a salire su un autocarro militare che ci portò all’ingresso dell’Aeroporto.

Li giunti non fu facile convincere i responsabili, nonostante i documenti in possesso, che, provenivamo dal CTA DAT di Borgo Piave, e che eravamo stati assegnati temporaneamente ad Amendola. Fummo accolti dall’Ufficiale di Picchetto che si trovò a disagio nel comunicarci che nessuno ci attendeva e che non aveva alcuna disposizione sul nostro arrivo e conseguente sistemazione. Avremmo dovuto aspettare fino a quando non avesse ottenuto dall’Ufficio Comando del Reparto qualche direttiva sul da farsi.

Stanchi ed avviliti, restammo in attesa della decisione sulla nostra sorte che arrivò poco dopo con la comunicazione che potevamo portarci momentaneamente in una camerata degli Avieri VAM, temporaneamente disponibile perché gli occupanti erano in licenza per le Festività di Ferragosto. Saremmo poi stati in seguito sistemati in maniera definitiva.

Cominciò così il primo giorno di vita militare extra scolastica. Cominciò anche il nostro primo impatto con l’ambiente del Tavoliere pugliese: la notte trascorse in bianco lottando con nuvole di zanzare che, a corto di alimentazione da qualche giorno, ci aspettavano con avido appetito!

L’indomani mattina arrivò la notizia che eravamo stati presi definitivamente in forza anche se rimanevano in attesa di chiarimenti. Ci fu assegnato il posto letto in altra palazzina e ci furono forzatamente concessi 5 giorni di permesso.

I sette erano, oltre al sottoscritto Giuseppe Chiucini grossetano, un sardo Tuveri Giuseppe, un milanese Paolo Relli, un sarnese Aniello Auletta, e tre pugliesi, il manfredoniano (quindi un locale) Bernardino Perillo, il brindisino Giovanni Petracca e il tarantino Raffaele Moretti.

I pugliesi approfittarono dei giorni liberi per recarsi presso le proprie famiglie, Tuveri, Relli, Auletta e il sottoscritto decisero di fare un giro nei dintorni per scoprire dove fosse la mèta, destinazione del nostro viaggio di avvicinamento: Monte Jacotenente, nel mezzo della Foresta Umbra.

Il sabato sera noleggiammo a Foggia una “sofferente” FIAT 600 con la quale saremmo partiti l’indomani alla volta di Monte Sant’Angelo. Con l’allegria della giovane età, nonostante l’amaro della destinazione e dell’accoglienza, partimmo per un tragitto che avevamo tracciato su una vecchia e pressoché illeggibile cartina geografica e che ci avrebbe portato prima a Manfredonia, poi a Mattinata e da qui a Monte Sant’Angelo. Presa con calma e con lo spirito caratteristico dei turisti ci fermammo nella bella Manfredonia, nell’incantevole Mattinata e da li salimmo verso Monte Sant’Angelo che raggiungemmo verso le 11 dopo una serie interminabile di curve. Attraversato il Centro città parcheggiammo la 600 in prossimità del santuario di San Michele appena fuori del paese.


La nostra intenzione era quella di chiedere informazioni su Monte Jacotenente, la cui vista alcuni sostenevano fosse percepibile da un belvedere di Monte Sant’Angelo. Il primo approccio turistico fu quello di visitare il bellissimo Santuario rimanendo di stucco per l’avvincente e misteriosa bellezza del luogo. Poi due passi per il paese che ci consentirono di prendere confidenza con il luogo e realizzare che i suoi muri erano tappezzati di manifesti che chiaramente e seccamente riportavano scritte di questo tipo:

Via gli Yankee da Umbra!, Yankee go home!” Oltre a No! Ai missili in Foresta Umbra!”.

La cosa ci lasciò stupiti: perché “Yankee” e ancor più preoccupante perché “Missili”?

Per cercare di capire e prima di chiedere notizie su Jacotenente (era meglio non far sapere il perché eravamo interessati), decidemmo di informarci sui motivi di quei manifesti.

Fuori del Santuario, dove ci avevano indicato il “Belvedere” - oggi c’è la Casa del Pellegrino - si trattenevano nella bella giornata alcuni gruppi di paesani. Ci avvicinammo e innocentemente chiedemmo della ragione di quei manifesti. Uno dei paesani prese la parola sugli altri e con una certa animazione ci rispose che il paese non voleva che nella vicina Foresta Umbra venissero montate delle testate missilistiche nucleari! Nascondendo la sorpresa (si pensi che noi eravamo stati destinati là!) e a fronte di questa chiara affermazione, intervenni nel discorso chiedendo:

«Missili!? Come fate a pensare che stiano installando missili e addirittura nucleari

«Mio nipote lavora a Monte Jacotenente, a “Torre Palermo” (così si chiamava la zona dove si svolgevano i lavori in argomento) e stanno costruendo degli enormi basamenti in cemento. I ferri che usano nell’armatura sono così …» e fece un gesto con le due mani per mostrare un cerchio grande come un bicchiere!

«Anzi, aspettate un attimo ..» si spostò un attimo e gridò verso un gruppo poco distante da noi:

«Pietro,… Pietro…» un uomo si voltò..

«Vieni un attimo qui.». L’uomo lasciò il suo gruppo accennando ai componenti di aspettarlo e venne verso noi.

«Pietro spiega a questi giovanotti dei missili di Umbra, non ci credono!»

Pietro non rispose subito, forse valutando la nostra giovane età, i nostri volti estranei e forse anche il taglio dei nostri capelli che, sicuramente, poteva suggerirgli il nostro “mestiere”! Per aiutarlo a vincere la diffidenza, ripresi la parola e gli dissi:

«Non ho detto non ci crediamo, chiedevo solo come faceva ad affermare che i lavori che stanno facendo si riferiscano a rampe per missili.»

L’intervento servì a sciogliergli la lingua:

«Perché non ci sono altre spiegazioni, ecco perché! I lavori in cemento sono eseguiti con enormi armature di ferro e lasciano pensare che servano per sostenere un forte peso o una forte spinta come se dovessero essere utilizzati come basi di lancio di un missile

Si fermò un attimo e visto che eravamo un po’ sorpresi, proseguì:

«Inoltre, nel comizio di protesta, che si è svolto giorni addietro, un Compagno (chiaramente a quei tempi uno del Partito Comunista) ci ha comunicato che nelle Murge sono già state montate da anni altre basi missilistiche. Tutte con missili armati di testata nucleare! »

«Sono missili, credetemi! Scusate ma debbo lasciarvi. Arrivederci.» e ci lasciò per ricongiungersi con il gruppo lasciato.

«Visto, che vi avevo detto. Sono per i missili.»

«E’ un bel problema risposi!» e salutammo.

Non era proprio il caso di chiedere informazioni su Monte Jacotenente… pericoloso!

Il racconto e la sua convinzione aveva lasciato anche in noi una certa sorpresa: che legame poteva esserci tra noi tecnici radaristi e l’altra specialità aeronautica: quella dei missilisti? Dopo una visita più turistica alla cittadina, ci rimettemmo in macchina per riportare a Foggia la 600.

NR: Mi ricollegherò a questa parte del racconto più avanti quando un altro momento del nostro viaggio verso la destinazione, mi offrirà l’occasione di unire i due accadimenti con una più larga visione e giustificazione geopolitica.

Rientrati ad Amendola, vi rimanemmo fino alla metà di Settembre dedicandoci alle pulizie dell’Hangar San Giovanni (luogo dove venivano mantenute e riparate le apparecchiature elettroniche degli aerei militari in dotazione all’Aeroporto di Amendola), nobile lavoro dedicato alle “burbe” le giovani reclute.

Nota didattica per il lettore: “..solo qualche giorno dopo il nostro arrivo e il nostro impiego come radaristi di “bordo” (controllo e messa a punto delle apparecchiature radar di bordo e del “transponder” IFF), fummo portati vicino al bordo pista dove in una piazzola si trovavano sue aerei: un Texan T-6 ed un Piper PA-28. Erano due aerei che, ci fu detto, saltuariamente potevano essere usati dal Comandante dell’Aeroporto. Un Maresciallo del Laboratorio Radar si sedette accanto a ciascuno di noi e ci insegnò a mettere in moto i due aerei e a seguire la procedura di accensione dei motori per un “opportuno” loro riscaldamento e quella di “test” del sistema radio per mezzo di un collegamento con la torre di controllo.

Per capire l’impatto provate a salire su un aereo di cui non conoscete NIENTE e procedere al suo “metterlo in moto” tenendo i piedi “inchiodati” sulla pedaliera e la mano “paralizzata “ sulla cloche!

A Settembre, come già accennato, ricaricammo i bagagli e, questa volta, accompagnati con un mezzo militare, giungemmo alla seconda tappa di avvicinamento: Vieste.

Pur non nel nostro definitivo reparto, eravamo in un Centro Radar, cioè adesso parlavamo la stessa lingua. Il Centro di Controllo Radar (CRC) aveva la Zona Logistica di fronte al mare. Il paese era ameno e piacevole. La Zona Operativa era arroccata sulle alture interne a pochi chilometri dalla Logistica. Al nostro arrivo il Comando ci informò che nel Mese di Novembre avremmo finalmente raggiunto la nostra destinazione: la nascente Stazione Radar di Jacotenente nella Foresta Umbra.

Poche settimane erano trascorse dal nostro arrivo. Come usuale nel mondo militare di allora erano i novizi del posto che venivano sacrificati ai lavori più indesiderati. A metà Ottobre fummo anche impiegati, a coppie, come guardie armate.

Il sardo Giuseppe Tuveri e il sottoscritto, fummo di turno la mattina del 23 Ottobre 1962. Ci recammo in Armeria per prelevare ciascuno un Mitra Beretta MAB 38 le giberne con quattro caricatori. Compito: montare di guardia armata al Ponte Radio di Monte Sacro.

Fatto questo ci recammo alla mensa dove ci furono affidate due “gamelle” multistrato ciascuno: a conti fatti un pranzo e una cena! La sorpresa si concluse con il trasporto a bordo di una campagnola sulla montagna dove in località Monte Sacro sorgeva il Ponte Radio che serviva al Reparto per tenere i contatti operativi e logistici con il mondo militare esterno.

Inutile narrarvi del nostro stato d’animo (eravamo il primo ed il secondo nella graduatoria del nostro corso!): un ulteriore colpo al grande dispiacere e alla rabbia di essere stati prima lusingati e poi assegnati in un posto non richiesto e così inospitale. Senza parlare del fatto di essere inviati armati, senza alcuna spiegazione del motivo. Armati di mitra in un luogo sperduto nel mezzo di una foresta, all’interno di una piccola costruzione che ospitava le apparecchiature di ripetizione del ponte radio.

Chiusi tra le quattro mura trascorremmo con una certa angoscia il pomeriggio, la notte e la mattina seguente. Finalmente saremmo stati sostituiti da altri colleghi! Vana fu l’attesa! Non solo passò il pomeriggio, ma anche la notte e anche la mattina successiva! Eravamo ormai senza più viveri di conforto. Rimaneva solo del caffè, un po’ di zucchero e qualche busta di gallette che il previdente Tuveri aveva portato a parte insieme alla “cuccuma napoletana”.

Nel pomeriggio la fame ci costrinse nostro malgrado ad uscire dal recinto alla ricerca di probabili funghi e, in caso positivo, di un po’ di legna per poterli arrostire. La stagione era stata propizia, i funghi abbondavano a qualche centinaio di metri dal Ponte Radio. Breve fu l’escursione, rapido il rientro. Non restava che accendere un po’ di legna per fare della brace dove nei recipienti della cucina che avevamo svuotato il primo giorno cucinammo alcuni funghi porcini. Un po’ di sale (sempre dalla scorta di Tuveri, che evidentemente era abituato alla sopravvivenza!) e il pasto fu consumato e gradito!

NR Non avevamo alcuna possibilità di contattare il Reparto e non era ancora arrivata l’era degli “Smart Phone”!

Trascorse la seconda notte e nella mattina discutemmo dell’ipotesi di abbandonare entrambi il Ponte Radio e di correre il rischio di essere accusati di “diserzione” oppure di dividerci: uno restava di guardia e l’altro cercava di raggiungere il Reparto. Potevamo seguire il sentiero sterrato percorso dalla campagnola. Nonostante la distanza che non avevamo avuto il modo di quantificare non sarebbe stato difficile arrivare almeno sulla Stada Statale 89.

Ci accordammo per questa seconda soluzione. Avremmo resistito per un’altra notte e se nessuno fosse arrivato l’indomani mattina io mi sarei avviato e lui sarebbe rimasto di guardia. Così fu! La mattina seguente cercammo di organizzare il da farsi, ripassammo il progetto e dopo essermi disarmato mi stavo avviando quando arrivò il “melodioso” rumore di un veicolo che arrancava verso di noi! Finalmente comparve la campagnola! Oltre l’autista scese dal mezzo l’Ufficiale di Picchetto che sorridente! Ci disse: «Ancora vivi!!»

La gioia di essere in salvo! Non ci fece pronunciare i commenti che si sarebbe meritato per quella improvvida battuta!

Ecco l’assurdo: non c’era stato cambio di guardia perché l’allarme era stato disattivato la prima notte del nostro impiego. NOI ERAVAMO STATI DIMENTICATI!

Tornati in Logistica fummo portati dal Comandante che si scusò per l’avvenuta dimenticanza incolpando di ciò l’Ufficiale di Picchetto in servizio il giorno della nostra partenza che, a fine stato di allarme, non aveva passato consegna della nostra presenza a Torre Sacro. Per nostra consolazione ci venne spiegato sinteticamente anche il perché dell’allarme e del nostro improvviso impiego.

Ecco i fatti:

Nikita Sergeevič Chruščëv aveva inviato delle navi verso Cuba per armare con testate nucleari una batteria di Missili che erano stati installati nell’isola. Per impedire l’arrivo delle navi sovietiche in viaggio, gli Stati Uniti, nella persona del loro Presidente F. Kennedy avevano imposto un blocco navale a 500 miglia da Cuba. Ci fu un continuo e minaccioso scambio di messaggi e di contatti tra le due Superpotenze!

In quei giorni il mondo stava per riaccendere un nuovo e distruttivo conflitto mondiale.

Il giorno 24 di ottobre le navi sovietiche si erano fermate prima del limite del blocco e si approssimavano a fare inversione di marcia: era stato raggiunto un accordo tra Stati Uniti e Russia. A livello locale, la felice conclusione aveva indotto i nostri Comandi Superiori a diramare la comunicazione di fine allarme!

Eravamo rimasti in attività bellica solo noi!



NR: Segue a questo punto una spiegazione che ci consentirà di collegare questa nostra disavventura con la nostra visita a Monte Sant’Angelo.

Sono passati molti anni da allora, o almeno da quando con i potenti mezzi della moderna informazione di cui ci dota la Rete, ho scoperto a cosa alludesse, parlando di Murge e di missili, il Pietro di Monte Sant’Angelo nel ormai lontano Agosto 1962.

Le enormi basi che furono costruite nel 1961/2 a Jacotenente non erano basi di rampe missilistiche ma grosse costruzioni di tipo antiatomico che avrebbero ospitato, sul pavimento superiore, due enormi radar quello di ricerca, RV 377, incaricato dell’individuazione azimutale del bersaglio e quello di quota, SN 244N, che ne stabiliva l’altitudine mentre all’interno ospitava le rispettive apparecchiature ricetrasmittenti e di controllo.

Il timore dei cittadini di Monte Sant’Angelo era, però, ben giustificato. Nelle Murge furono, infatti, veramente stati installati dei missili Jupiter di tipologia nucleare le cui testate erano indirizzate verso l’allora nemico stato sovietico.

Tutto era cominciato il 10 agosto 1959, quando a seguito di accordi intercosti tra il nostro governo e quello Americano (Amintore Fanfani per l’Italia e Dwight David Eisehower per gli USA) furono schierati missili balistici IRBM PGM.19° Jupiter. Le basi, posizionate in Puglia e in Basilicata, furono messe alle dipendenze della 36a Aerobrigata Interdizione Strategica appositamente costituita il cui Comando era a Gioia del Colle, sede, oggi, del 36° Stormo.

Nell’Ottobre dello stesso anno fu raggiunto anche un patto, tra il governo turco e quello statunitense, per il posizionamento di missili IRBM PG-19 Jupiter a testata nucleare che sarebbero state schierate sulle basi militari della NATO già presenti in territorio turco. 15 Missili furono dispiegati all’interno di cinque Basi create nei dintorni di Izmir.

Le basi italiana e turca erano strutturalmente identiche, ciascuna armata con 3 missili come mostra l’immagine che segue.


In Italia la distribuzione delle dieci basi che occupavano, come accennato, parte della Puglia e parte della Basilicata era quella rappresentata dalla figura sotto riportata.

Per riagganciarci alla manifestazione anti missili a cui assistemmo a Monte Sant’Angelo, durante la nostra prima visita al Gargano nel nostro viaggio di avvicinamento alla sede definitiva di Jacotenente, al fine di mettere a fuoco gli eventi e i rapporti politici di quegli anni, occorre ricordare che il Governo Fanfani sotto la Presidenza della Repubblica di Giovanni Gronchi, aveva chiesto che l’accordo fosse perfezionato nella forma di uno scambio di note, per evitarne il passaggio parlamentare e le prevedibili polemiche delle sinistre.

Fanfani convinse la Casa Bianca a condurre la trattativa con la massima cautela facendo in modo che l’armamento, la cui notizia aveva già creato la reazione dell’opposizione comunista e, più pacata, socialista, venisse presentata come un ammodernamento dell’arsenale atomico già presente in Italia. Il tutto, quindi, come una normale e dovuta attuazione di aggiornamenti e miglioramenti da apportare a seguito di più recenti tecnologie.

Gli Stati Uniti acconsentirono a tale richiesta e l’intesa fu siglata il 26 marzo 1959 con uno scambio di note tra il ministro degli Esteri Giuseppe Pella e l’ambasciatore americano a Roma James Zellerbach.

Fu quindi eluso il voto delle Camere e contenute le polemiche parlamentari. I deputati comunisti e socialisti, sebbene con numerose distinzioni, si limitarono a stigmatizzare che l’accordo conduceva l’Italia a rinunciare alla sovranità popolare e ad esporsi ai pericoli di una ritorsione atomica.

Molti si chiedono come reagirono le popolazioni dei villaggi pugliesi e lucani a fronte delle installazioni, che per la loro “maestosità” non potevano sfuggire alle domande: che cosa sono, chi sono, perché vengono messi qui, a cosa servono, sono pericolosi?. Domande alle quali le risposte non potevano che condurre alla scoperta delle reali funzioni svolte dalle istallazioni e, sicuramente, ad allarmare le popolazioni.

Si sospetta che i politici e la stampa locale, che si mostrarono decisamente accondiscendenti alla presenza delle armi nucleari, avessero tenuto bassi i loro toni tanto da sminuirne anche gli effettivi pericoli. Un’altra teoria che, forse, giustifica la mancata “insurrezione”, è che le popolazioni delle campagne intorno alle quali erano state realizzate le 10 basi, avessero con il passare del tempo avvertito che, in fondo, la presenza non arrecava un disturbo immediato, ma anzi un ritorno culturale – la presenza di forze statunitensi ed italiane di diversa estrazione – e essenzialmente benefici finanziari determinati dalla presenza di numerosi militari.

Anche se, tornando a noi, in posti lontani dalle Murge, Monte Sant’Angelo è all’interno del Promontorio garganico, i comunisti sapevano, temevano e non volevano che sui monti vicini potessero essere installate altre basi missilistiche!

L’immagine che abbiamo riportata sopra, mostra il dislocamento nelle Murge delle basi armate con missili Jupiter a testata nucleare avvenuto nel 1960. Come si può notare non era una piccola batteria, ma una serie di 10 stazioni che occupava una vasta area della Puglia e della Basilicata.

Essi, puntati verso est su richiesta della Casa Bianca, furono, insieme ai missili collocati in territorio turco, al centro del braccio di ferro ingaggiato da Kennedy e Chruščëv nell’ottobre 1962.

In risposta ai dispiegamenti missilistici schierati in Italia e in Turchia, l’Unione Sovietica aveva schierato una base missilistica nell’Isola di Cuba. La base, strategicamente pericolosa per gli Stati Uniti, in quanto a non più di 150 Km dalla Floridaera in grado di colpire le città della costa orientale degli Usa come New York e Washington.

La presenza russa nell’isola era stata evidenziata da fotografie scattate dagli aerei spia Lockheed U2. Quando si realizzò che sull’isola la Russia era in procinto di installare missili a testata nucleare John Fitzgerald Kennedy riunì il Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Fu decretato l’embargo su tutto il materiale spedito via mare a Cuba. L’embargo era perentorio: tutte le navi dirette verso Cuba sarebbero state sottoposte ad ispezione da parte delle autorità americane e se trovate con carichi di armi rimandate indietro. Il blocco era fissato a 500 miglia da Cuba a partire dal giorno 24 Ottobre. Mentre il mondo viveva nell’ansia di un inasprimento dei rapporti giunse, nel pomeriggio del 24 la lieta notizia che le navi sovietiche si erano fermate prima della zona di blocco e che alcune avevano addirittura invertito la rotta. Il 26 ottobre giunse anche la lettera di Chruščëv che, ammettendo la presenza di missili a Cuba si dichiarava disponibile per il ritiro di tutte le armi dietro la garanzia della chiusura del blocco. Segui il giorno successivo una seconda lettera con la quale veniva proposto uno scambio: lo smantellamento delle basi russe a Cuba e il reciproco smantellamento delle basi statunitensi in Turchia (a cui farà poi seguito quello delle basi presenti in Italia)

Nella crisi di quei giorni importanti furono anche l’intervento di Papa Giovanni XXIII che inviò un messaggio agli Stati coinvolti, che diceva:

« Noi preghiamo tutti i Governi a non rimanere sordi di fronte a questo grido di umanità

Anche il Governo italiano partecipò alla soluzione della crisi grazie all’intenso lavoro diplomatico intrapreso dal governo di Roma e in particolare di Amintore Fanfani, che si attiverà a più riprese per convincere il Presidente J.F. Kennedy a rinunciare allo scontro frontale.

La presenza dei missili all’interno del paese fece si che «il caso italiano fosse […] sempre presente [nelle trattative fra sovietici e statunitensi], direttamente o indirettamente, sin da quando venne ricercata e trovata la via di un compromesso pacifico».

Questa, sopra, è ciò che rimane della base di Gioia del Colle rilevata, oggi, con le Google Maps

Le basi rimasero attive per tre anni, dal gennaio 1960 all’aprile 1963, quando vennero smantellate definitivamente.

Ecco concluso quell’arricchimento di notizie che, in dettaglio, giustifica il “perché” in quel lontano giorno di agosto del 1962, Monte Sant’Angelo era tappezzata di manifesti che volevano gli “Yankee” fuori dal Monte Jacotenente e che divenne, poi, sede di un efficiente e importante Centro Radar.


Pino CHIUCINI

138 visualizzazioni0 commenti