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NONNA CHECCHINA E LE SUE FAVOLE

Quando mia madre si sposò entrò a far parte della mia famiglia, insieme a mio padre Cerulli Pompeo, anche zio Giulio, suo fratello. Da poco era morta nonna Lucia e lui, il più piccolo della famiglia, era andato in depressione. Nonna Checchina lo accolse con tutta la tenerezza e la dolcezza di cui era capace, gli parlava con cuore di mamma e gli dava i suoi fazzoletti. Rimase in casa nostra per lunghi quattro anni accogliendo le sue confidenze; lo consigliava nelle scelte importanti. Fra loro due si stabilì un tale rapporto di affetto che divenne “zia Checchina”. Quel bravo dottore, chirurgo primario dell’ospedale di San Severo in tempo di guerra, che ricuciva le ferite in condizioni disastrate e guariva, curava, sanava solo per la capacità del suo ingegno umano, del suo intuito clinico, accorreva al capezzale di zia Checchina per sollevarla e curarla con delicatezza e tempestività commoventi! Era la sua seconda mamma: “Forgenina” e “Canfora” erano i farmaci adottati per lei. Una volta cadde a Murgenere e si ruppe il femore. Eravamo in campagna: corsi attraverso canneti e rovi per chiamare zio Giulio che alloggiava in un appartamento sulla ferrovia. Era una notte di agosto: alla luce di un lume ad olio, in un luogo isolato, lontano da Dio e dagli uomini, venne subito in suo aiuto. Intuì la gravità della sua frattura, preparò un tavolaccio su cui adagiarla, le raddrizzò l’osso con la sensibilità medica delle sue mani e le raccomandò di tenere immobile la gamba. La curammo per un mese e a poco a poco guarì e cominciò a camminare di nuovo: prima appoggiata ad una sedia, poi sostenendosicon un bastone di bambù. Zia Checchina e zio Giulio erano due fenomeni: mia nonna riusciva a stabilire in una famiglia allargata, le cui tavolate raggiungevano a volte il numero di venti commensali, rapporti di amicizia, di simpatia, di accoglienza e di ristoro. Erano famosi i suoi torcinelli arrostiti allo spiedo, i galletti ben rosolati sulla graticola, il capretto che, al riverbero della fiamma, si cuoceva sotto le gocce di lardo che ne insaporivano la carne. Un’altra sua maestria era la cottura dei legumi nella pignata di creta, che richiedeva un’assistenza continua perché doveva bollire lentamente, mai traboccare per non perdere il sapore; aggiungeva una foglia d’alloro, uno spicchio d’aglio con la camicia e un pizzico di sale a fine cottura. Sono stata allevata, a causa della mia fragilità intestinale, con il purè di fave cotto da nonna Checchina e ancora oggi ne sono ghiotta.

“Se una donna non sa fare la calza e tenere l’ago in mano non può mandare avanti la casa” era una delle sue massime “perché dove non entra l’ago entra la capra con tutte le corna”; per cui, già all’età di cinque anni, mi mise in mano due ferri e un po' di lana per fare lo scialle alla bambola. Poi i ferri divennero quattro: bisognava fare la calza per la befana e il fatto era molto più complicato perché ci voleva il “mazzarello”, una specie di cannuccia infilata alla cintura per tenere un’estremità del ferro durante il lavoro. Io recalcitravo, perché tutte quelle punte pericolose mi facevano paura per gli occhi ed era troppo complicato cambiare le maglie continuamente da un ferro all’altro. Il verdetto era, purtroppo, indiscutibile: “prima eseguire quattro giri di maglia, poi andare a saltare con la corda e giocare”. E poi, se la befana non trovava la lunga calza appesa al camino, i doni non arrivavano. Quante calze sapeva fare la mia nonna, elaborate e precise, con disegni meravigliosi. Quante maglie intime e costumini uscivano dalle sue mani scarne e laboriose. Ne produceva a getto continuo: conservo ancora in un cassetto una mantellina di lana blu e gialla dove le colonne emergono come in un ventaglio sul colore meno appariscente! Ricordo del suo amore e della sua creatività artistica.

Quando raggiunsi la maturità e il corso della vita mi costrinse ad allontanarmi da lei, ne soffrì molto, in silenzio, pregando per me. Le lotte clandestine fra Montecchi e Capuleti allontanarono le nostra famiglie, ma lei è rimasta sempre il mio faro, il punto di riferimento a cui potermi ispirare e a cui ricorrere nei momenti oscuri. Sapevo che c’era, mi capiva, mi comprendeva e mi aspettava per pettinare la sua lunga treccia perché sapevo sgrovigliare i suoi capelli dolcemente e riavvivarli con la stessa delicatezza che lei aveva usato per me. Il giovedì santo del 1962 chiuse gli occhi sulla Terra, il funerale si celebrò il giorno in cui morì il Signore, le campane non suonarono: erano a lutto anche per la sua morte. Grazie nonna Checchina: tu navighi nella navicella del Signore in cui hai remato tutta la vita per raggiungere il cielo e da lassù guardarmi con lo stesso amore silenzioso che hai profuso quando eri in Terra.

Francesca Cerulli


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