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URIA: LA CITTÀ SOMMERSA DEL GARGANO

Intervista a Mimmo Delle Fave*: tra archeologia, cataclismi e il pianto di Nunzia


L’ipotesi di quanti negli ultimi decenni attribuivano e ubicavano la città di Uria del Gargano nella sconfinata pianura di Carpino, erano strettamente legate agli scavi archeologici del 1953 a cura dell’allora Soprintendenza alle Antichità della Puglia e del Materano. In questi giorni è ritornato l’interesse e la voglia di conoscere meglio la storia perché prossimi ai festeggiamenti del SS. Crocifisso di Varano.


Partiamo dal fascino del mistero: esiste un’Atlantide nel Gargano? Cos’era, o cos’è, Uria?

Più che un’Atlantide, Uria è l’anima invisibile della nostra laguna. Parliamo di una città post-romana che, secondo la leggenda, sorgeva proprio dove oggi si stendono le acque del Lago di Varano. Non era un villaggio qualunque: i racconti la descrivono come una metropoli ricca e fastosa che occupava una vasta area tra le attuali contrade "Piano" e "Avicenna" tra Carpino e Cagnano. Ma la sua gloria finì in una manciata di ore.


Un cataclisma improvviso, si dice. Un castigo divino o un evento geologico?

La memoria popolare la paragona a Sodoma e Gomorra per la rapidità della distruzione, ma la scienza ci offre una chiave di lettura più terrena: un maremoto. Immaginate un terremoto violentissimo seguito da un’onda anomala che scavalca l’istmo (quello che oggi chiamiamo Isola di Varano) e sommerge tutto. I superstiti, in fuga verso l’alto, avrebbero fondato i tre pilastri del Gargano Nord: Cagnano Varano, Carpino ed Ischitella. In fondo, noi abitanti di questi paesi siamo tutti, idealmente, figli di Uria.


I pescatori del lago sono spesso i custodi di queste storie. Cosa vedono quando l’acqua è calma?

I vecchi pescatori giuravano che, nelle giornate di acqua limpida, si potessero scorgere sul fondale i resti delle case, dei profili urbani inghiottiti dal fango e dal tempo. Ma il mistero non è fatto solo di pietre, ma di presenze. Si parla di Nunzia, una fanciulla scampata al disastro. C’è chi dice sia rimasta lì per devozione, chi la lega al santuario dell’Annunziata. Nelle notti di luna, dicono che la sua voce ancora canti sul pelo dell’acqua, tanto che i pescatori, sentendola, si segnano e intonano «Salve Regina.»


Passiamo dalla leggenda alla terra. Esistono prove concrete di questa città?

Le prove ci sono, ma sono state "timide". Nel 1953, in contrada Avicenna a Carpino, gli scavi portarono alla luce una villa romana e una tomba tardo-antica. Furono ritrovate monete, ceramiche, fibule... gioielli che oggi riposano al Museo di Bari. Purtroppo quegli scavi furono ricoperti, ma confermano che quell'area era un centro nevralgico, un luogo di villeggiatura per patrizi romani. Gli studi di Vittorio Russi e del compianto Filippo Fiorentino hanno dato una fisionomia netta a questa ipotesi: Uria non era solo un mito, era un centro pulsante nel "Piano di Carpino".


Nel suo racconto lei cita una bellissima poesia di Luigi Ronghi, "A n’or d’nott’". Perché è così importante per questa storia?

Perché la poesia di Ronghi trasforma l'archeologia in sentimento. È una ninna-nanna: una madre che, per far addormentare la figlia, le racconta di questo paese "grande due volte Carpino e Cagnano". Attraverso il dialetto, la storia di Uria diventa "didattica": insegna ai bambini che il paesaggio che vedono non è sempre stato così. La madre spiega che dove ora c'è il lago "liscia come una tavola", prima c'era la vita. È il modo in cui la nostra comunità ha elaborato il trauma di una perdita millenaria.


Oggi il Lago di Varano è il settimo d’Italia, un ecosistema delicato. Cosa resta di quel legame con Uria?

Resta una fratellanza. Ogni 23 aprile, per la festa del Crocefisso di Varano, i tre comuni, Ischitella, Carpino e Cagnano, si riuniscono con i loro gonfaloni. È un atto di proprietà collettiva della laguna e della sua storia. Anche se oggi la pesca è ridotta e il lago è diventato più salmastro, quel bacino di 60km continua a parlarci. Uria è la nostra "seconda patria", un monito sulla fragilità della natura e sulla forza della memoria che, come le sorgenti d’acqua dolce che alimentano il lago, continua a sgorgare dal sottosuolo della nostra cultura.


*Mimmo Delle Fave è nato a Carpino, già dipendente del Comune, oggi pensionato, si occupa di comunicazione, di animazione culturale e di ricerche storiche locali.

E’ il delegato del parroco per la Pastorale Parrocchiale Comunicazioni Sociali ed è socio della PROLOCO di Carpino.

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