Il SS. Crocifisso di Varano
- Redazione di Fuoriporta

- 2 giorni fa
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Il respiro del lago e il miracolo del legno fanno fermare il tempo a Varano, tra gli ulivi secolari e le acque immobili del Gargano e non solo in questi giorni di festa.
Infatti la chiesa dell’Annunziata custodisce un crocifisso che da secoli parla alla terra.
Il 23 aprile non è solo una data, ma l’abbraccio tra un popolo e il suo destino legato ai campi, all’acqua, alla pioggia: è il giorno del miracolo!
C’è uno strano silenzio sulle sponde del lago di Varano, non è assenza di suono, ma una forma di preghiera che si avverte e non si avverte tra le foglie d’argento degli ulivi che al pari di un abbraccio affettuoso, proteggono il territorio.
Il battito d’ali degli uccelli, il lieve incresparsi dell’acqua che sembra voler raccontare storie dimenticate, in questo lembo di terra garganica, dove la leggenda narra della mitica città di Uria inghiottita dalle profondità, sorge solitaria la Chiesa dell’Annunziata.
Un piccolo gioiello di pietra che pare l’unico superstite di un mondo sommerso, un ponte teso tra il Medioevo del "Bayranum oppidum" e il cuore pulsante di chi, ancora oggi, vi cerca conforto. Entrare in questo santuario significa incrociare lo sguardo con la sofferenza e la speranza, diventare spettatori di fede incondizionata. Qui è custodita l’icona lignea del Crocifisso, un’opera in legno (gotico-romano) del XIV secolo che porta i segni di uno scalpello intriso di umanità: i vecchi custodi hanno sempre testimoniato che l’icona riprodurrebbe le reali sembianze di Gesù in croce.
Il Cristo di Varano non è una statua distante ma un compagno di viaggio che ha attraversato i secoli guidando generazioni di contadini, pescatori e pastori.
Ma è il 23 aprile che il sacro si fa carne e storia.
La memoria corre a quel lontano 1509, quando la terra era arsa e le labbra spaccate dalla sete. Quel giorno, per la prima volta, il Crocifisso portò con sé la pioggia, un miracolo che la storia ha visto ripetersi nei momenti più duri: nel 1717, nel 1899, fino al 1948, quasi a voler lavare via le ferite della guerra.
Ancora oggi, la festa è un rito che commuove. Dopo la Messa celebrata all'aperto, sotto la volta infinita del cielo, il Crocifisso viene sollevato e portato a spalla. La processione si snoda come un serpente di fede tra gli uliveti, lungo le sponde del lago, fino alla collina del Calvario.
È un momento di unione totale: le fasce rosse dei membri della confraternita brillano sotto il sole di aprile, mentre le preghiere si levano non per chiedere l'impossibile, ma per benedire ciò che è quotidiano: la fertilità dei campi, la pescosità delle acque, la salute dei boschi.
Per il pellegrino che giunge stanco dai cammini verso San Giovanni Rotondo o Monte Sant’Angelo, il Santuario di Varano offre una sosta che rigenera l'anima. Non ci sono grandi cattedrali qui, solo mura antiche che profumano di incenso e di terra, che danno vita ad un luogo di "ritorno": a se stessi, al creato, a quel legame indissolubile con il Creatore che nel silenzio di questo angolo di Gargano si fa più nitido.
Mentre le autorità civili e religiose rendono omaggio a questa tradizione, resta l'immagine più potente: quella dei fedeli che, in silenzio, accarezzano il legno antico. Un gesto semplice che unisce passato e presente, cielo e terra. Perché a Varano, tra l'ombra degli ulivi e lo specchio del lago, si percepisce ancor di più che la fede non è un concetto astratto, ma un seme che continua a germogliare, anno dopo anno, goccia dopo goccia.









Una storia puntuale e precisa, scritta tra il cielo e la terra, che suscita i buoni sentimenti e fissa la leggenda della croce tra preghiere lontane e pellegrinaggi vicini.