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La Madonna della Libera: protettrice dei naviganti che trafficavano nell’Adriatico coi loro trabacco


La Madonna della Libera: protettrice dei naviganti che trafficavano nell’Adriatico coi loro trabaccoli carichi di agrumi e mercanzie. Il santuario di Maria SS.ma della Libera, un tempo abbazia extra moenia, è inglobato attualmente nel centro di Rodi Garganico. Sulla effigie della Vergine qui venerata, lo storico Michelangelo De Grazia ci ha tramandato una suggestiva leggenda e sposta al periodo iconoclasta la data di traslazione del quadro. Fu allora che i cattolici d’Oriente salvarono dal rogo le sacre icone, imbarcandole di nascosto sulle navi in partenza per l’Occidente.

De Grazia ci descrive così la “Madonna della Colomba”: «In un verde prato, tappezzato di variopinti fiori, è situato un poggiolo, sopra cui havvi un guanciale, dagli angoli del quale pendono quattro fiocchi d’oro. Sopra di esso è seduta la Vergine, avente al sinistro braccio il bambino, che serra fra le dita un colombino, che gli lambisce la mano; ha la destra alzata, con la palma aperta in faccia al pubblico, per mostrare una crocetta dipinta in oro in mezzo di essa. E’ vestita con peplo rosso semplice e con manto celeste, tirante al verde, tempestato di grossi fiori di oro, che scende ai piedi, increspato fino alle ginocchia e bottonato alla gola, sul cui bottone risalta una croce d’oro. Una corona dipinta anche in oro l’accerchia la testa, ed una cortina, fondo carminio, ricca di vari disegni, pende sospesa dietro le spalle. Ha genuflessi ai piedi due devoti, in costume greco ed in atteggiamento di preganti. Finissimi sono i colori della pittura, bruna la carnagione e nell’assieme può dirsi un quadro raro».

Altri segni vibranti dell’ancestrale culto mariano sono custoditi nel Santuario della Madonna: gli ex voto offerti dai fedeli alla Vergine per “grazia ricevuta”, preziose testimonianze di un’arte popolare scomparsa. Dalle pitture delle tavolette votive affiora un drammatico spaccato di vita quotidiana: si visualizzano, davanti ai nostri occhi, i frequenti naufragi dei trabaccoli che, tra Ottocento e primo Novecento, solcavano arditamente l’Adriatico, impegnati nel redditizio commercio degli agrumi. Fino a tutta la seconda metà dell’Ottocento, il prodotto venne smistato per varie destinazioni estere. Da Rodi raggiungeva su barconi Manfredonia o Pescara da dove veniva caricato su carretti o sul treno per Napoli, per poi navigare alla volta degli Stati Uniti d’America.

Altro centro di smistamento dei trabaccoli rodiani e vichesi carichi di agrumi era il porto di Trieste, il più importante dell’Adriatico. Le “cassette” proseguivano il viaggio in ferrovia per raggiungere i paesi del Nord Europa e dell’Est e addirittura la lontana Russia.

Per le popolazioni costiere del Gargano il rapporto con il mare fu essenziale: era un rapporto di vita ma anche di costante pericolo di morte. Venuta dal mare, la Madonna della Libera accompagnò la marineria rodiana nelle storie quotidiane dei traffici sul mare. Il santuario reca sul frontale la dicitura: «A devozione dei naviganti». La costruzione fu portata a termine con offerte più o meno ricche a seconda dell’annata, nulle negli anni delle “gelate”, che negli inverni del 1891 e ’95 fecero svanire il sogno di ricchezza di molte famiglie rodiane. E il paese radunava lacrime e preci dietro il manto della Vergine della Libera, portata in processione dal Santuario al Belvedere, sperando che le falde di neve non gelassero le delicate zagare. Quando i trabaccoli carichi d’agrumi scampavano ai naufragi sulle rotte per la Dalmazia, i superstiti si recavano a sciogliere voti alla Madonna della Libera. Il soggetto delle tavolette votive è pertanto prevalentemente il naufragio. Secondo la studiosa Annamaria Tripputi, esse costituiscono un documento importante della vita del popolo, in tutti i suoi aspetti. Dalla rassegna dei naufragi, infatti, si potrebbe trarre una breve ma accurata storia dell’imbarcazione da pesca, del costume dei marinai, delle attrezzature. Nelle imbarcazioni a tre alberi e tre vele, ciascun albero è rappresentato minuziosamente, dalle funi alle piattaforme alle coffe, e altrettanta cura il pittore dedica alla rappresentazione dei boccaporti e delle vele gonfie di vento. In uno di questi “pelagi”, la divisa indossata dai marinai è costituita da una giubba rossa o azzurra e un ampio cappello scuro. L’equipaggio miracolato, stretto lungo la fiancata dell’imbarcazione, è ritratto nelle pose più svariate: c’è chi leva le braccia in alto, chi si mette le mani nei capelli. Il timoniere, impavido al suo posto di manovra, regge con sforzo immane il timone rotto. Scene vive, drammatiche, in cui il senso della tragedia viene rappresentato dai colori vitrei del cielo e del mare

Il vero protagonista è il mare, scuro, minaccioso. S’incurva in onde dalle creste spumose bianchissime che all’orizzonte, là dove mare e cielo si confondono e si fondono, si disfano in una patina chiara. Alle curve delle onde corrispondono, nell’alto del quadro, le rotondità delle nubi, in un cielo che, da scurissimo, diventa sempre più chiaro verso l’apparizione della Vergine.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento, il culto del sacro quadro della Madonna della Colomba dal Gargano fu portato a Melìa, un paese di origini greche nel messinese. Gli agrumeti richiamarono infatti sulla riviera industriosi commercianti siciliani: Pirandello, Baller, Gargiulo, che fecero affluire dalla Sicilia orientale manodopera specializzata. Qualcuno di questi operai, ritornando a casa alla fine della campagna agrumaria, portò con sé una stampa dell’icona miracolosa.

Anche Rodi pagò il suo triste tributo all’emigrazione. Molti abitanti della cittadina abbandonarono gli agrumeti, distrutti da troppo frequenti gelate, e lasciarono l’Italia tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, concentrando le loro speranze di riscatto economico nelle Americhe, precisamente nel New Yersey, a Hoboken, un’area suburbana di New York. I primi arrivati si fecero raggiungere dai familiari, poi da amici e conoscenti. Hoboken diventò la seconda patria di questa gente di mare che si portava dentro il ricordo della Madonna della Libera e l’eco dei rintocchi serali della campana del santuario mariano. Proprio da Hoboken, alcuni anni fa, i coniugi Guglielmelli fecero giungere al Santuario della Libera di Rodi un labaro finemente ricamato, vessillo della Società Madonna della Libera Ladies Auxiliary, che riproduce l’icona mariana.

Un tempo, il 2 luglio, ricorrenza della festa patronale, anche le strade di quella industriosa cittadina nordamericana erano percorse da una insopprimibile volontà di testimoniare la propria fede, una fede popolare e antica. Le emigrate di Hoboken, devote della Madonna, portavano con emozione lo stesso vessillo di raso che ora, nel Santuario di Rodi Garganico, ricongiunge le generazioni del passato a quelle del presente.

LA LEGGENDA DELLA ICONA

Quando Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’Oriente, fu espugnata dai Turchi nel 1453, i Veneziani in fuga dalla città cercarono di salvare le sacre “icone” dalla distruzione, imbarcandole sulle galee. Una di queste, giunta in direzione di Rodi, nonostante venti favorevoli, inspiegabilmente si fermò, mentre le altre proseguivano la rotta per la Serenissima. Il capitano, sorpreso, sbarcò per chiedere spiegazioni agli abitanti, ma non seppero dargliele. Mentre in loro compagnia s’incamminava fuori le mura della città, vide il “greco pannello” della Vergine, portato in salvo dal proprio naviglio, “tenersi ritto” sopra un macigno, senza alcun supporto. Sospettando che fosse stato sbarcato furtivamente dai marinai, lo riportò a bordo.

Ma la galea, nonostante il vento e correnti favorevoli, per tutta la notte non riuscì a riprendere il largo. Il mattino seguente, il capitano scese di nuovo a terra, la sua attenzione attirata dal grido del popolo: “Miracolo miracolo!” Nello stesso luogo e nella medesima posizione del giorno precedente, stava ritta la sacra icona. Ritenendo ciò una chiara manifestazione del desiderio della Vergine di voler restare in quel lido, il capitano donò il quadro alla popolazione rodiana. E così finalmente poté riprendere la rotta. La sua nave, nonostante il ritardo di due giorni, giunse felicemente a destinazione nel porto di Venezia tre giorni prima delle altre galee.


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