La “grande fame”

La “grande fame” del 1764 in una inedita testimonianza contenuta nel Libro delle Conclusioni del Revermo Capitolo di Vico

Avv. Antonio Leo de Petris

È un fatto noto, che non abbisogna di essere ulteriormente richiamato alla memoria, come la storia dell’uomo sia sempre stata caratterizzata dall’alternarsi di periodi di carestia – spesse volte provocati dalla mancanza (o dall’eccessiva abbondanza) di precipitazioni (e in ogni caso da fenomeni prevalentemente naturali che, tuttavia, finivano per acuire le carenze delle tecniche agricole utilizzate) – seguiti da temibili “pestilenze”.

Nella maggior parte dei casi si trattava di fenomeni interconnessi, giacché alla fame, che colpiva primariamente (e prevalentemente) gli strati più poveri della popolazione, e al conseguente indebolimento dell’organismo per mancanza dei nutrienti fondamentali, subentravano forme di morbilità (per le quali si utilizzava il generico termine “pestilenza”) dal carattere epidemico che falcidiavano un numero assai considerevole di individui.

Non è scopo di questo articolo soffermarsi sul tema, di portata evidentemente troppo ampia, relativo al “nesso di causalità” unente la mortalità della popolazione, le carestie e le conseguenti “pestilenze” che afflissero la Capitanata nel corso dei Secoli. Piuttosto, ciò che costituisce certamente un obiettivo di più facile perseguibilità, potrà essere utile soffermarsi sulle testimonianze – ove sufficientemente precise e passibili di essere contestualizzate in un quadro più ampio – che possano con sufficiente grado di precisione squarciare le tenebre che avvolgono lo svolgimento di tali drammatici fatti con riferimento prevalente a realtà locali.

Non è da porsi in dubbio, difatti, come la maggior parte degli autorevoli studi che sono stati condotti sull’argomento, abbia avuto quale oggetto principale l’analisi del fenomeno con riguardo ai centri principali del Meridione d’Italia – in primis, ma non esclusivamente, Napoli, capitale Viceregnale e successivamente del Regno delle Due Sicilie – o, in ogni caso, i centri maggiori delle singole ripartizioni territoriali.

Tuttavia, con lo scopo di introdurre un argomento che sarà sviluppato nel corso di un più ampio saggio in via di approntamento, avente a oggetto lo studio delle principali fonti sul tema (i cc.dd. libri mortuorum, vale a dire i volumi conservati presso le principali parrocchie cittadine ove venivano annotati, per anno, i morti accertati), non sarà inopportuno richiamare alla memoria una testimonianza “diretta”, rimasta sino a ora del tutto inedita, contenuta nel “Libro delle Conclusioni del Revermo Capitolo di Vico dopo esser stata eretta questa Chiesa in Collegiale, che fu li 10 Settembre 1749”, conservato presso l’Archivio della Collegiata di Vico.

Prima di far ciò, tuttavia, sarà utile fornire alcune macro coordinate, di portata più generale, atte a meglio inquadrare la tematica oggetto del presente scritto.

Come è stato ben evidenziato – uno studio particolarmente utile, sebbene non recente, è quello di G. Da Molin, Carestia ed epidemia del 1763-’64 in Capitanata, in Rivista di Storia dell’agricoltura, XVIII.1, 1978, pp. 69-112 e, ancora, con specifico riferimento alla storia locale, quello di G. Mattei, contenuto nella ben nota Statistica. Vico, in Giornale degli Atti della Reale Società Economica di Capitanata, III, 1837-1838, p. 47 (ora anche in C. de Leo, La Società economica di Capitanata e la storia di Vico del Gargano. Un inedito ottocentesco di Gianvincenzo Mattei, Foggia, 1998, p. 48) segnalatomi dall’amico Nicola Parisi – la carestia e la conseguente crisi sanitaria, i cui prodromi si ebbero già nel corso dell’anno 1763 (sebbene dal 1760 alcuni segni rivelatori già si palesavano agli occhi dei più attenti osservatori dell’epoca), lasciarono profondi segni sull’andamento demografico della popolazione, ben registrato, quantomeno per i centri di maggiori dimensioni, grazie alle testimonianze offerte dai già ricordati libri mortuorum.

Gli studi condotti sul tema, più in particolare, hanno reso palese l’oscillazione verso l’alto del prezzo del grano (come vedremo appresso), oltre alla penuria di generi sostitutivi (specialmente leguminose e granaglie in genere).

D’altro canto, è bene pure ricordare come la produzione agricola della Capitanata fosse caratterizzata da una forte tendenza alla monocultura – prevalentemente cerealicola – oltre che da colture estensive, su cui incideva, tuttavia, lo spetto del sistema “doganale” imposto sull’area pianeggiante del Tavoliere dagli Aragonesi (e fatto oggetto di profonde critiche da Michelangelo Manicone).

Il congiunto di condizioni climatiche sfavorevoli, il periodico succedersi di accidenti naturali, l’impiego di mezzi e tecniche agricole ancora arretrate, la penalizzazione delle pratiche agricole rispetto a quelle di allevamento sull’area del Tavoliere, faceva sì che ciclicamente si ripresentassero periodi di carestia – Pompeo Sarnelli, per esempio, nella Cronologia de’ Vescovi et Arcivescovi Sipontini edita in Manfredonia nel 1680, ricorda, con queste parole, una “invasione” di locuste e bruchi avvenuta nell’anno del Signore 1663: «Nel 1663. sentì la Puglia il flagello di Dio, imperocché in essa … Venne la locusta, e’l bruco senza numero … Plaga tanto più acerba che ferisce l’huomo nella gola; conciosiacché quest’insetti divorano i seminati ancora in erba, infettano le acque, e volano in tanta moltitudine, che privano gli occhi humani della veduta del Sole …» – a cui conseguiva un automatico ripresentarsi di patologie a carattere epidemico che decimavano la popolazione più debole.

D’altronde, gli stessi toni carichi di disperazione e rassegnazione, testimoni della millenaria lotta impari che contrapponeva l’uomo al corso inesorabile della Natura, si ritrovano anche nella testimonianza che verrà ora trascritta, avente a oggetto la “Grande Fame” che strinse la Capitanata, e non risparmiò del tutto Vico, tra il 1763 e il 1764.

Prima di fornire una succinta analisi della fonte de quo, conviene riportarne per intero il testo, così come si trova scritto nel Libro delle Conclusioni del Revermo Capitolo di Vico dopo esser stata eretta questa Chiesa in Collegiale, che fu li 10 Settembre 1749, foglio 37v. (l’indicazione sconta di un non perfetto riordinamento cronologico dei fogli che compongono il Libro):

«Memoria per i successori, e tutti

Nell’anno 1764 = dalli 14 febbraio sin alli 17 giugno fù una penuria tale di grano e di altri viveri, che il grano giunse à vendersi à docati sei il tomolo ed il rotolo del pane à ga (grana, n.d.r.): 15 = e li legumi cioè le fave à carlini trentasei il tomolo, e ga: 15 la misura e l’altri legumi à carlini 24 e l’orzo à carli(ni) trenta il tomolo e ga : 15 = la misura = e perché non si ritrovava grano li poveri stavano senza pane dieci, e quindeci giorni, e si cibavano di citrangoli e limongelle, e di erbe anche comuni alle bestie per essersi consumate l’erbe usuali agli uomini = e fù penuria tale mai intesa, né accaduta nell’anni passati, per quanto si aveva notizia dà più vecchi; à qual penuria successe una gran mortalità, in Napoli, che ne morirono dà settantamila, e nell’Abruzzo si spopolarono le terre senza restavvi (?) abbitanti, e nella Puglia in Foggia, in Lucera, e S. Severo vi fù una gran mortalità di paesani, e di altra gente che era conscesa (?) dalla montagna per mendicare = Ma la Montagna nostra ne fu riserbata mediante la protezione di S. Michele ed in Foggia il grano suo giunge à vendersi à docati dieci il tomolo, ma poi colle barche si portò da paesani il grano dà Viesti, e lo vendevano a docati quattro e mezzo il tomolo».

La testimonianza è particolarmente significativa, giacché permette di trarre, sia pure attraverso un incedere drammatico, significativi dati che contribuiscono a gettare nuova luce sulle interazioni – con specifico riguardo, naturalmente, al calamitoso evento di cui si discorre – osservabili all’interno di quel microcosmo costituito dalla comunità vichese e dai Paesi a essa limitrofi.

I dati relativi al prezzo del grano, sol per citare una prima serie di “numeri”, risultano in linea con quelli offerti da altri testimoni dell’evento in altre zone del Mezzogiorno, oscillando essi, in ogni caso, tra i 5 e i 6 ducati al tomolo (cfr., sul punto, lo studio della Da Molin, op. cit., p. 73 e nt. 17), con un prezzo, come significativamente si apprende dalla fonte citata, che tra il febbraio e il giugno 1764 si attestava allo zenit di 6 ducati il tomolo (si tenga presente che 1 ducato poteva suddividersi in circa 100 grani e che, inoltre, 1 tomolo corrispondeva a circa 55,31 litri).

Come diretta conseguenza dell’alto prezzo del grano, ciò che è ben testimoniato dall’anonimo estensore della testimonianza, si era registrata una impennata nel costo del pane, che giunse a pagarsi, per un rotolo (corrispondente a circa 0,89 kg), 15 grana.

I costi proibitivi del principale cereale di consumo, il cui acquisto, quando ancora possibile, era divenuto troppo esoso per la maggioranza di coloro che lo utilizzavano per il sostentamento quotidiano (attraverso la trasformazione dello stesso in farina e poi in pane), aveva costretto a spostare l’attenzione su derrate di minor pregio, fave e altri legumi, i cui prezzi, tuttavia, erano saliti in conseguenza della maggior domanda.

La “catena causale” ora illustrata – scarsità di grano, aumento del prezzo di quest’ultimo e conseguente incremento nel costo del pane – aveva prodotto i propri effetti primariamente sulle classi meno agiate, tanto che «… li poveri stavano senza pane dieci, e quindeci giorni, e si cibavano di citrangoli e limongelle…», finendo essi per far ricorso al consumo di erbe «… anche comuni alle bestie per essersi consumate l’erbe usuali agli uomini».

La fonte esaminata, pur a fronte dei dati offerti, tace sul numero di cittadini periti a causa della carestia e della conseguente mortalità che ne era scaturita. Si sofferma, piuttosto, su quanto era accaduto nella Capitale del Regno – informando il lettore del fatto che a Napoli i morti erano stati 70.000 (numero che, in verità, anche in ragione della virulenza dell’epidemia di tifo esantematico che si era diffusa nella Città, non sembra lontano dalla realtà) e che l’intero Abruzzo risultava essere privo ormai di popolazione – e nei maggiori centri di Capitanata, soggiungendo: «… e nella Puglia in Foggia, in Lucera, e S. Severo vi fù una gran mortalità di paesani, e di altra gente che era conscesa (?) dalla montagna per mendicare». Tale ultima aggiunta, che pare, in verità, poco significativa, è in realtà di notevole importanza. E infatti, dalla differenza nel termine impiegato – “paesani” e, poi, “altra gente” – deve necessariamente inferirsi come presso Foggia, San Severo e Lucera la moria aveva colpito cittadini vichesi che ivi dovevano trovarsi stabilmente per i più vari motivi. Diversamente interpretando la fonte, infatti, non si spiegherebbe, appunto, l’uso del termine “paesano” in contrapposizione alla locuzione “altra gente”, quest’ultima, come pure deve dedursi, costituita da quanti erano discesi dalla montagna – per tale dovendosi intendere l’Abruzzo – in cerca di miglior sorte (e sembra doversi qui leggere la spiegazione che l’estensore offre in merito alla precedente asserzione relativa allo spopolamento degli Abruzzi).

Ma ecco che, quando sta per concludersi, la fonte offre forse la miglior prova di quella impermeabilità verso l’esterno (e speculare permeabilità all’interno), che per molti aspetti doveva caratterizzare i rapporti tra i centri viciniori di Capitanata rispetto alle vicende del Regno.

E infatti, l’anonimo Chierico alla cui penna è dovuta l’estensione della testimonianza qui esaminata, soggiunge: «Ma la Montagna nostra ne fu riserbata mediante la protezione di S. Michele ed in Foggia il grano suo giunge à vendersi à docati dieci il tomolo, ma poi colle barche si portò da paesani il grano dà Viesti, e lo vendevano a docati quattro e mezzo il tomolo». Queste poche righe sono ricche di informazioni. Si apprende, primariamente, come per intercessione dell’Arcangelo Michele la Montagna Sacra – vale a dire il Monte Gargano – fosse rimasta indenne dalla carestia, tanto che in Foggia si era potuto vendere il grano ivi prodotto a ben 10 ducati il tomolo, quindi a un prezzo persino superiore a quello correntemente praticato in quel periodo (come detto, pari a 6 ducati il tomolo).

Peraltro, l’industria dei vichesi aveva fatto sì che essi potessero, per mezzo di barche, smerciare grano proveniente da Vieste, a un prezzo, 4.5 ducati il tomolo, inferiore tanto al prezzo massimo registrato in molte parti del Regno quanto, e vieppiù, al prezzo cui veniva compravenduto il grano proveniente dal Monte Gargano.

Non ci è dato sapere da dove provenisse il cereale trasportato dai nostri concittadini: se, come lascia intendere la fonte indicando la provenienza da Vieste, esso fosse di produzione locale o, diversamente, come invece parrebbe doversi dedurre leggendo la Statistica del Mattei (che lo considera di provenienza “germanica”), fosse esso stesso di ulteriore importazione. Certamente, e ciò conferma la vitalità del tessuto mercantile vichese, vi erano cittadini in grado di commerciare per via di mare (utilizzando con ogni probabilità l’attracco portuale di San Menaio) notevoli quantità di grano, tanto da poterlo smerciare in un periodo di crisi a prezzi decisamente inferiori a quelli usualmente imposti.

In ogni caso, e al di là delle preziose informazioni sopra succintamente ricordate, non si apprende dalla fonte quale dové essere il concreto impatto sulla popolazione della “Grande Fame” che colpì Vico tra il 14 febbraio e il 17 giugno 1764. Sappiamo solo che la penuria di grano (e di “viveri di rifugio”) venne fronteggiata dalla popolazione più debole attraverso il consumo di agrumi (grazie, come testimonia il Mattei, alle gratuite largizioni che ne fecero i proprietari dei giardini) ed erbe normalmente utilizzate come nutrimento per gli animali.

D’altro canto, la testimonianza stessa non fornisce il sia pur minimo ragguaglio circa il numero dei concittadini periti a causa della carestia. La spiegazione a tale atteggiamento potrebbe essere duplice. Da un lato, la natura di mero “ragguaglio” attribuibile all’escerto del Libro, che a fronte dell’importanza dell’evento non supera la lunghezza di sedici righe. Dall’altro, ciò che appare più probabile, le conseguenze della fame dovettero essere ben più limitate rispetto a quanto stava accadendo nei maggiori centri abitati di Capitanata (e nel resto del Regno), ciò che peraltro è confermato dal Mattei il quale, in proposito, così si esprime: «La notissima carestia del 1764 … fu poco sentita da questa popolazione».

Ciò potrebbe dedursi, d’altronde, dalla stessa fonte. In primo luogo, il periodo assai limitato di durata nel tempo della carestia in loco – poco più di cinque mesi, dal 14 febbraio al 17 giugno 1764 – non avendosi altre testimonianze riguardanti Vico che ineriscano all’anno 1763 e ai mesi successivi al giugno 1764. In secondo luogo, la possibilità di utilizzare alimenti comunque ricchi di nutrienti – segnatamente gli agrumi – che certamente devono aver contribuito a ridurre gli effetti perniciosi della mancanza di grano. Non da ultimo, i rifornimenti di cereale provenienti dalla vicina Vieste.

È certo, comunque, come le precedenti congetture, che evidentemente hanno il conclamato limite intrinseco alla natura della fonte da cui provengono, potranno essere confermate o confutate da un attento esame, che si è in procinto di principiare, da condurre sui libri mortuorum, che potranno divenire l’unica silenziosa testimonianza di un capitolo di storia locale caduto nell’oblio del tempo.


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