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Le isole Tremiti del secolo scorso – Testimonianze di vita materiale e spirituale

Nel 1737, dopo che i canonici regolari lateranensi di S. Frediano di Lucca abbandonarono le isole Tremiti, i Borboni ne rivendicarono il possesso annettendole al Regno di Napoli. Con ordinamento del 13 giugno 1792, Ferdinando IV istituì a Tremiti una colonia penale, assegnando a ciascun deportato “cinque tomoli di terreno, il suolo per la casa, gli attrezzi del mestiere e cinque grana al giorno per i primi tre anni”. Successivamente (1809) Gioacchino Murat, successore di Giuseppe Bonaparte, concesse ai deportati il beneficio di grazia e soppresse la colonia penale che Ferdinando II di Borbone ripristinò nel 1842. Nel 1859 Francesco II concesse le isole in feudo e il titolo di marchese di Tremiti al ministro dell’Interno Santangelo, titolo che però ebbe breve durata in quanto decadde con l’Unità d’Italia (1861). L’avvento del Regno d’Italia portò ulteriori novità, introdotte con il nuovo assetto politico e amministrativo statale. Sulle isole Tremiti fu infatti istituita un’amministrazione civile composta da un funzionario del Ministero dell’Interno con la qualifica di Direttore della colonia, un ufficio giudiziario, dipendente dalla pretura di Manfredonia e alcuni servizi fondamentali quali la condotta medica e la scuola elementare. Tale amministrazione perdurerà fino al 21 gennaio 1932 quando con R.D.L. n. 35 venne sancita la costituzione del Comune autonomo del gruppo delle Isole Tremiti.

Sotto il profilo della funzione delle isole, nel 1863, all’indomani dell’Unità d’Italia, con il fine di contrastare il brigantaggio nelle province meridionali venne promulgata la Legge di pubblica sicurezza che introdusse per la prima volta nella legislazione italiana il termine domicilio coatto, conferendo al Governo la facoltà di comminare – inizialmente per un periodo non superiore a un anno, poi esteso a due – il domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, ai camorristi, ai manutengoli e alle persone sospette. Inizialmente si trattava di una misura straordinaria di pubblica sicurezza che consisteva nell’obbligo di dimorare in un luogo designato (dal ministro dell’Interno), per un tempo determinato e sotto una particolare disciplina. Una misura restrittiva che nel prosieguo divenne un mezzo preventivo ordinario previsto dalla prima legge unitaria di pubblica sicurezza del 1865. Durante lo stato di emergenza conseguente alla terza guerra di indipendenza contro l’Austria (1866), il domicilio coatto fu esteso alle persone sospettate di adoperarsi "per restituire l’antico stato di cose, o per nuocere in qualunque modo all’unità d’Italia e alle sue libere istituzioni”. In applicazione della legge Crispi (1894) il domicilio coatto fu applicato alle persone coinvolte nelle rivolte sociali dei fasci siciliani e della Lunigiana e negli attentati anarchici. L’estensione massima di applicazione si ebbe con l’applicazione della norma alle persone che avevano manifestato il deliberato proposito di commettere attività contro l’ordinamento sociale dello Stato. Si pose quindi la questione di dove istituire le sedi di domicilio coatto: furono quindi individuate le isole Tremiti unitamente ad altre isole dell’Italia meridionale (Lipari, Ustica, Favignana, Lampedusa, Ponza e Pantelleria). In queste località restava infatti più facile assicurare la vigilanza e impedire i contatti fra le persone sottoposte alla misura restrittiva e le loro famiglie e/o ai luoghi di origine. Nel tempo questa pena continuò ad essere applicata nei confronti di coloro che commettevano reati comuni; tornò comunque a trovare applicazione durante gli eventi della guerra di Libia nel 1911, quando le isole Tremiti, unitamente a quelle di Favignana, Gaeta, Ustica, furono identificate come luogo di deportazione di migliaia di libici. Qui furono deportati circa 1300 prigionieri che a causa delle inumane condizioni e l’insorgere di epidemie, nell’arco di pochi mesi un terzo di questa popolazione fu decimata.

Le Tremiti seppure vicine al Gargano, fino a 7 febbraio 1935, ricadevano nella giurisdizione ecclesiastica della Diocesi di Larino. Le Visite Pastorali compiute dai Vescovi, tra la fine dell’Ottocento e primi decenni del Novecento testimoniano l’interesse, mai venuto meno, nella la cura delle anime dei residenti su quelle isole. La miserevole condizione spirituale di quella popolazione fu così tratteggiata da mons. Antonio Lippolis, nella sua Visita Pastorale (25 novembre – 4 dicembre 1919) Ci si stringe il cuore nel considerare la miserissima condizione spirituale di questo popolo che vive dimentico di Dio, non frequenta la chiesa, non ascolta la messa neppure il giorno festivo. Ordiniamo perciò al Parroco che usi ogni mezzo che la prudenza e la carità e lo zelo per la salute delle anime sapranno suggerirgli.

Con l’avvento al potere del fascismo, la misura restrittiva applicata nei confronti delle persone destinate a soggiornare in queste località assumeva la nuova denominazione di confinato di polizia. La legge introdotta dal regime fascista conteneva sostanziali novità: mentre il domicilio coatto era una pena comminata post delictum, il confino di polizia veniva assegnato ante delictum, cioè sulla base di una pretesa pericolosità sociale stabilita dalle autorità sulla scorta di informazioni e notizie di carattere riservato. La Commissione Provinciale designata a comminare la pena di domicilio coatto, originariamente composta dal Prefetto, dal procuratore del Re, dal Questore e dal comandante dei Carabinieri, venne quindi estesa ad un ufficiale superiore della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN): questo nuovo organismo, introdotto dal governo fascista, avocava a sé un controllo particolare sulle persone collocate al confino, presidiando le colonie assieme ai Reali Carabinieri e alla Pubblica Sicurezza.

La pena comminata assegnava l’obbligo di dimorare in un luogo diverso da quello di residenza per un periodo da un anno a cinque anni. All’arrivo nella colonia penale la persona era tenuta a consegnare i documenti personali in cambio della carta di permanenza, dove erano annotate le generalità della persona e le norme da rispettare rigorosamente; questo documento doveva essere custodito e portato sempre con sé, pena la reclusione.

Alla persona erano imposti una serie di divieti come: non uscire al mattino e non rincasare la sera prima o dopo gli orari previsti, non frequentare luoghi di intrattenimento né locali di riunioni pubbliche e private, trovarsi tutti i giorni vestito e pronto all’apertura dei cameroni per rispondere all’appello nominale. Stante le loro condizioni era vietato discutere di politica e vigeva l’obbligo del saluto romano.

La prima regola della carta di permanenza recitava darsi a stabile lavoro, regola di difficile applicazione nel particolare contesto delle isole Tremiti dove il lavoro mancava per gli stessi abitanti del posto. Per riparare in qualche modo a questa condizione, interveniva il sussidio pubblico corrisposto giornalmente ai confinati, la cosiddetta mazzetta di 10 lire riconosciuta ai confinati comuni che risultava inferiore (sole 4 lire) per i confinati di polizia.

Le condizioni di vita delle isole Tremiti erano di estrema precarietà a causa della mancanza di acqua, di reti fognarie, di energia elettrica e di qualsiasi forma di protezione dai rigori invernali. Tutti elementi, questi, che influivano sullo stato di salute delle persone con frequenti infezioni, tubercolosi e artrosi, condizioni che risultavano oltremodo aggravate dalla povera e cattiva alimentazione.

In sintesi, le condizioni di estrema arretratezza igienico sanitaria, di ozio totale, di miseria, di feroce degradazione fisica e morale costituivano fattori che ostacolavano, di fatto, il raggiungimento degli obiettivi prefissi dalla misura restrittiva quali quelli di “correggere” i comportamenti dei soggetti ritenuti pericolosi per la società.

Se in principio la colonia di confino delle isole Tremiti ospitò condannati per reati comuni, testimoni di Geova e omosessuali, a partire dal 1939 e per tutto il periodo bellico fu un luogo di deportazione degli oppositori al regime fascista che, in seguito alla caduta del regime, non tutti poterono rientrare immediatamente da questo luogo di confino.

Tra i proscritti di Tremiti, risultava un nutrito gruppo di fascisti, scomodi al regime, tra i quali Amerigo Dumini, tra i più stretti collaboratori di Mussolini, che non era sottoposto a nessuna restrizione. Era un ospite costretto a non poter uscire da una prigione dorata.

Una compiuta testimonianza dello stato di degrado a cui erano sottoposti sia i confinati che la popolazione residente dell’isola, è data dalla corrispondenza del fondo Beneficenza Pontificia dell’Archivio Apostolico Vaticano. La cura delle anime e l’assistenza spirituale durante tutto il periodo bellico costituisce un aspetto importante dell’attività pastorale promossa dall’arcivescovo Mons. Cesarano in quegli anni nei luoghi di confino. Egli scrive a Mons. Montini il 5 dicembre 1940 Prego L’Eccellenza Vostra di perdonarmi l’ardire. Conosco quanto interesse è tutte le premure che V.E. si è compiaciuta mostrare per la riorganizzazione del servizio religioso a favore dei confinati politici residenti nelle Isole Tremiti. Grazie al Signore, ora tutto procede colla massima regolarità e soddisfazione, e di quella Colonia.

Per il gran numero di deportati, anche sull’isola minore di san Domino furono adattate strutture per alloggio e servizi, rendendo necessaria l’assistenza spirituale a residenti e confinati oltre l’Isola di San Nicola, è stato necessario stabilire il servizio religioso anche all’altra Isola adiacente, chiamata S. Domino, e dove oltre alle poche famiglie ivi residenti, sono altri 120 internati. Nell’una e nell’altra isola manca un po’ di tutto, come l’ E.V. potrà rilevare dalla supplica che mi permetto accludere, affinché la stessa E.V. usi la carità a quel povero Parroco di umiliarla al Santo Padre e di degnarsi accompagnarla di raccomandazione

Le isole non erano in quel momento il solo luogo della Diocesi ad ospitare al confino persone soggette a quella misura detentiva Eccellenza, mi prendo la rispettosa libertà di unire ancora una mia umile preghiera. Anche in questa città di Manfredonia, a circa 3 Km., è stato istituito un centro per internati politici, ed attualmente sono circa 300. Colle competenti Autorità mi sono interessato per il servizio religioso che viene compiuto regolarmente, ma tutto a mia spesa, compresa la vettura per il sacerdote che si reca colà.

Mons. Cesarano fa appello alla generosità del papa Pio XII per ottenere paramenti e quanto necessario per il servizio liturgico per entrambe le realtà di confino esistenti nella diocesi sipontina e acclude la supplica del parroco delle Tremiti.

La supplica inviata dal parroco don Domenico Palladino nel 1940 tratteggia un quadro assai reale della situazione sull’arcipelago in pieno conflitto mondiale.

Beatissimo Padre,

il sottoscritto, parroco di Santa Maria del Mare, delle Isole Tremiti, dell’Archidiocesi di Manfredonia, espone alla Santità Vostra quanto segue.

Sono da un anno sull’Isola di Tremiti, vero posto di Missione. La popolazione civile è di circa 250 abitanti, poi ci sono circa 600 confinati Politici, 80 Reali Carabinieri, 60 Guardie di Pubblica Sicurezza con superiori e famiglie. Non ci sono avventizi di sorta né Sante Messe. I generi alimentari costano molto cari e spesso mancano del tutto. La parrocchia ha sede nell’unica chiesa, sede antica di monaci Cistercensi, grande a tre navate ricchissima di monumenti d’arte dei secoli XII e XIII, ma poverissima sotto ogni altro rispetto. Vorrebbe essere riparato il tetto a due navate, non ci sono candelieri decenti, non un calice buono, non pianete adatte, non tovaglie e biancheria sufficiente.

All’altra Isola vicina detta S. Domino dove mi reco ogni domenica a celebrare la S. Messa non c’è chiesa né l’occorrente necessario. La S. Messa si celebra in una sala del Municipio, sopra una tavola e tutto l’occorrente vien portato ogni volta da me da Tremiti. In San Domino ci sono poche famiglie e circa 120 Internati, i quali tutti vengono alla S. Messa e spesso si cibano del Pane dei Forti.

Durante l’anno con grandi sacrifici ho potuto fare imbiancare la Chiesa accomodare una campana (da due anni non si sentiva la sua dolce voce) accomodare una sala per l’Azione Cattolica, un piccolo teatrino per gli aspiranti fanciulli tutti della dottrina cristiana e una statua di Cristo Morto.

Questo ho voluto esporre al nostro Padre Comune, al dolce Nostro Cristo in terra, prima per avere la Benedizione Apostolica sopra di me per poter continuare a soffrire, poi avere una Benedizione Apostolica sopra tutti i miei Parrocchiani e in ultimo, ove la S.V. crederà opportuno, accordare un soccorso a tanta miseria.

Fiducioso, si prostra al bacio del S. Piede e si dichiara

Ossequiosissimo e humilissimo figlio

Domenico Palladino

Parroco delle Isole Tremiti

La generosità del pontefice venne in soccorso di questa difficile realtà: il pacco con tutto il necessario al servizio liturgico, giunto in Diocesi fu spedito per le Tremiti il 17 dicembre 1940. La benevolenza del Papa giunta in prossimità del Natale fu accolta con gioia, come si desume dalla lettera di ringraziamento di don Palladino datata 14 gennaio 1941: I Parrocchiani, le Autorità Civili e Militari, i molti Carabinieri e Guardie di P.S., i Militari e i Confinanti politici e gl’Internati tutti hanno appreso con giubilo la Benedizione Paterna e si sono meravigliati del ricco dono che V.S. ha fatto a questa poverissima Parrocchia. Prostrato al bacio del S. Piede mi dichiaro Oss. Umiliss. Figlio di G.C.

Le condizioni di vita sulle isole Tremiti con mutarono per gli abitanti, dopo la fine del conflitto mondiale. I giovani parroci che si avvicendarono fecero appello alla carità del Papa per sopravvivere. Il 13 dicembre 1950 don Giuseppe Scarabino scriveva: Beatissimo Padre, Sono un povero sacerdote, chiamato all’ubbidienza del mio Arcivescovo, alla cura di 400 anime sulle Isole Tremiti, in mezzo all’Adriatico. Qui il posto non mi offre alcuna risorsa o sollievo materiale, anzi esige maggiori mezzi per affrontare la vita giornaliera.

Il 14 novembre 1953 il nuovo parroco don Giuseppe Prencipe, con queste parole si rivolgeva al Papa: Beatissimo Padre, Il Signore, per volontà del nostro Arcivescovo, ha voluto inviarmi in una zona di Missione: Isole Tremiti. Dopo poco tempo di permanenza, mi sono accorto della squallida sede assegnatami, priva di tutti i conforti materiali e spirituali, mancando sia la casa, che nella Chiesa dell’attrezzature più urgenti per la vita e l’esplicazione del Ministero.

Oggi il volto delle isole Tremiti è quello di una località turistica incantevole che ci è affidata e, nello spirito della Laudato si’ di papa Francesco, un luogo di cui dobbiamo aver cura di preservare le sue bellezze naturali e l’inestimabile patrimonio storico e artistico lasciato dalla presenza degli Ordini Monastici che si sono avvicendati nei secoli. È anche un luogo della memoria dove hanno abitato - non per loro volontà - padri della nostra Repubblica, amanti della libertà.

Nicola Parisi

Bibliografia : AAV, Segr. Stato, Beneficenza Pont. Serie. II, A-M, Manfredonia-Vieste 1697 - C. Fusaro, M. lo Basso, Colonia Penale delle Isole Tremiti.- G. Mammarella, Ultimi Rapporti Ufficiali delle Isole Tremiti con la Diocesi di Larino. - Privilegi dell’ex squadrista che sequestrò e uccise Matteotti il 10 giugno 1924: Dumini Amerigo attivo fotografo nell’ipercarcere delle Tremiti ( Tremiti Genius Loci - Rivista). Foto da : Il Gargano e la sua storia foto di ieri e oggi.




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