Un Terremoto che distrusse il Gargano

Un Terremoto che distrusse il Gargano il 31 maggio 1646 - le relazioni dell’Arcivescovo Antonio Marullo (1643-1648)


di Nicola Parisi


Due sono stati i terremoti distruttivi avvenuti sul Gargano nella prima metà del sec. XVII.

Il primo, il 30 luglio 1627, ebbe un’intensità magnitudo 6,7 con effetti particolarmente distruttivi nei comuni di San Severo, Lesina, Apricena. L’altro, il 31 maggio del 1646, interesso quasi tutti i paesi della Diocesi di Siponto con intensità 6.2 di magnitudo.

Gli effetti drammatici si fecero sentire in modo particolare sulla città di Vieste, il cui vescovo era suffraganeo di Siponto, Monte S. Angelo, Vico, Ischitella e Rodi.

Le conseguenze catastrofiche del terremoto e maremoto del 1627 son riportate nella cronaca dell’abate Antonio Lucchino che visse l’esperienza del terremoto; da Claude Armand, che inviò il 7 agosto la relazione, in una corrispondenza a Lione; nella cronaca del Poardi e in quella quella di Giovanni Antonio Foglia.

I vescovi di Lucera Fabrizio Suardi e di San Severo Domenico Ferri, ne parlano nelle Relatio ad Limina (1629 e 1634), che inviano alla Sacra Congregazione del Concilio, sullo stato della Diocesi, per i paesi di rispettiva giurisdizione.

Il 31 maggio del 1646 un grande terremoto si verificò sul Gargano interessando l’intera diocesi di Manfredonia e Vieste con ingenti danni e perdite di vite umane.

Il sisma fece sentire i suoi effetti anche nella capitale del regno; da Napoli il Nunzio informava la Segreteria di Stato in tre dispacci del 2 giugno “Terremoto, e che mercordì verso le sette hore si fece qui sentire molto gagliardo per lo spatio di due Miserere, ha cagionato notabil danno nella Puglia, ove è seguita considerabile mortalità di gente nominandosi fra gli altri luoghi, che hanno patito più di tutti; Arignano, Santo Marcuccio, Santo Nicandro, Ischitella e Rodi.” e del e 5 giugno “Domenica venne avviso che il terremoto seguito la notte del 30 di maggio su le sette hore diede grandissimo spavento a tutta la città per esser stato gagliardissimo, e che avesse fatto tanto danno notabilissimo in Puglia avendo fatto cadere in più di venti luochi molte case, campanili e grosse muraglie di fortezza con morte di molte persone, sta’ che più de gli altri havessero patito li luochi che nel Monte S. Angelo, e convicini come Viesti, Rodi, … Ischitella e Santo Nicandro.”

Del terremoto del 1646 Pietro Elli Paschetti riporta una cronaca nella “Relatione del grande terremoto successo nella provincia della Puglia e molti luoghi della Calabria, Amatrice &Accumulo” pubblicata lo stesso anno; ne parlano anche Pompeo Sarnelli (1680) Vicenzo Giuliani (1768).

Di particolare interesse si rivelano invece le relazioni dell’Arcivescovo Antonio Marullo, indirizzate alla Sacra Congregazione del Concilio; l’Arcivescovo scrive dei danni materiali, riportati nei paesi della Diocesi, esprimendo le sue preoccupazioni per le conseguenze sulle popolazioni. La drammaticità del momento, si sovrappose a una situazione sociale ed economica già difficile, che egli si trovò ad ereditare arrivando in una città -Manfredonia- che appena vent’anni prima aveva subito danni irreparabili dal saccheggio delle armate turche.

La Relatio della diocesi, che invia da Monte Sant’Angelo il 4 agosto 1646, si apre con la manifestazione del suo stato d’animo: “La relazione, che devo fare all’EE. VV. dello stato della mia Chiesa, in questo triennio tutto consiste in lagrime, e miserie particolarmente dopo l’universali terremoti in tutta la Diocesi con tale rovina, che mi forzano in coscienza ad insieme supplicarle sgravandomi di molti scrupoli, e rimettendoli al Santo timore di Dio, che esse hanno, et al molto zelo loro del bene, e servizio delle Chiese, Culto del Signore, et aiuto dell’Anime, col sovvenire a’ poveri in casi d’estreme necessità”.

Trattando dei danni materiali elenca quelli riportati nella città di Manfredonia e poi in Monte S. Angelo, riportati dalla Basilica, dal campanile, dall’Ospedale, dall’Episcopio, tutte le altre chiese e abitazioni “Maestri et Officiali Regij venuti per istimare tutti questi, è giudicato nella sola Chiesa [Basilica dell’Arcangelo]d’otto mila docati” e il palazzo vescovile “Il danno l’hanno i Regij, e Maestri stimato in sei mila docati”. Nella sua esposizione, rappresenta anche la necessità di provvedere alle riparazioni, prima dell’inverno al fine di limitare i danni subiti e non aggravare di ulteriori spese.

In una panoramica sui paesi della Diocesi riporta: “L’istessi mali hanno patito tutte le Chiese, e lochi pij dell’altre Terre, che sono otto, et alcune peggiori assai… Con queste rovine si sono persi di più molti miei mobili e delle Chiese, come ancora delli poveri habitatori; le cui case si veggono diventare una maceria, delle quali non do più distinta relatione per essere secolari, ò di preti, come persone private”. Della città di Vieste, della quale poi darà distinta relazione il 16 agosto egli scrive “All’istesso modo ha patito Vesti, rovinata la Catedrale, il Palazzo, le Chiese, case cenzi, et altr’entrate di esse, come quasi tutta la Città, che prima non consistendo questo Vescovado, se non in sola quella, non havendo altro luogo o Diocese, hoggi se può dire affatto estinto tutto”.

Nel prosieguo del documento riporta notizie sullo stato materiale delle popolazioni con le possibili ricadute sulla vita morale e spirituale delle persone. Ma seguiamo la sua esposizione “E’ veramente confesso trovarmi in gran confusione, qui non sono tali, che possono fare l’elem.na necessaria… Le pene che si cavano dalli delinquenti non sono di consideratione, oltre che quelli sono hoggi tanto poveri, che bisogna fare ad essi elem.ne. Non so’ donde cavare per soccorrere si tratta di caso d’estrema necessità, per la gente praticano rubbare con santa coscienza”.

Le entrate della Mensa Arcivescovile ebbero a patire notevoli danni con una diminuzione delle entrate presenti e future; per questo egli rappresenta alla Congregazione del Concilio, l’impossibilità di far fronte alle necessità e al pagamento delle pensioni che gravavano. Chiede alla Congregazione di esserne esentato, avendo l’autorità regia concessa esenzione fiscali agli abitanti di quei luoghi.

Mons. Antonio Marullo, nobile palermitano, nel viaggio intrapreso per raggiungere la sede episcopale subì l’assalto dei briganti, e aveva già speso tutto il resto del patrimonio per rendere decorosa la cattedrale, gravemente danneggiata dai turchi. Delle opere realizzate ne riporta un lungo elenco e chiude così questo paragrafo “Adesso mi trovo havere dato quasi tutto, et essendo già le Miserie tanto cresciute, sono forzato ricorrere all’EE.VV.; da questa poverissima gente non potendo sperare”.

Sullo stato morale e spirituale l’arcivescovo esprime tutte le sue preoccupazioni “L’aiuto poi di queste Anime per l’istessa causa manca assai, per non esserci, né Sem.rio, né prebenda Theologale, né modo di fare venire Maestri, e pagarli. Ci è tanta ignoranza, che di quelli che confessano, le due terze parti non sono habili, ma se lasciano esercitarlo, perché altrimenti li Popoli non haveriano con chi farlo e moriano senza Sagram.ti; dello che me ne scarico la coscienza con l’EE.VV. comunicandoli questo: non ho io forze di remediarci”. Queste le conseguenze “La gioventù si educa indisciplinatm.te, e senza niuno aiuto di lettere; molti peccati, che s’impediriano, non puossi fare, per non esserci una casa di refugio… Manca ancor l’aiuto dell’Anime, perché la corte non può tenere li Ministri necessari che siano sufficienti contro li delitti”.

Mons. Marullo come pastore si doleva per non potersi dedicare alla cura delle anime e scrive” Per dette e molt’altre misere di questa Chiesa, e Diocese supplico le VV. EE. non per me, che quanto appartiene al mio interesse sarei assai contento… e mi si lasciasse fare l’officio d’Arciv.vo e Pastore, e promuovere il culto divino, buon servizio della Chiesa e cura d’Anime, che mi protesto avanti Dio non poterlo fare, ma bisognami fare il fattore per li pensionarii”, ovvero farsi carico dell’amministrazione contabile.

Sotto la data 16 agosto 1646 fra le Relatio della Diocesi di Vieste – suffraganea di Manfredonia- non si trova quella di mons. Giacomo Accarisi ma quella di Antonio Marullo dove in apertura scrive: “…mosso da sola charità e dall’honore di S.D.M. [Sacrum diis Manibus] di dover dar ragguaglio di un solo luogo senza Diocese alcuna, che costituiva già un Vescovato miserabile e povero è questo luogo è Viesti mio suffraganeo solo”.

Con efficacia descrittiva, rende la drammaticità dei fatti e la desolazione che regnava in quelle terre” Questo luoghetto solo sopra uno scoglio senza ne anche una casa di Diocese è poverissimo all’ultimo di maggio fu così rovinato dal terremoto che più vehemente che altrove lo abbatté che per l’avvenire sarà impossibile massimè per non haver nissun altro luogo di Diocese che sia capace di Vescovo e Vescovato da se perché la Cathedrale è ruinata, e non si può, ne potrà officiare”.

Prosegue poi parlando del resto della città e dei morti avuti, come il castellano e delle miserabili condizioni degli abitanti privi di ogni cosa “Il Castillo pure di detta Viesti è tutto per terra e non si conosce di dove fosse, e sotto detto Castillo restò morto, e stritolato il Sig. Don Ferrantio della Queva, parentio del Sig. Card.le della Queva con otto figli, et ottanta persone, et altretanti e più ne restarono sepelliti sotto le ruine di Viesti parte del quale è tutto à terra diroccato affatto, parte è resto inhabitabile per essere aperte le muraglie delle case, e molti fuggiti, e quasi tutti habitanti nelle capanne alla campagna perché si fa sentire di quando in quanto tuttavia il Terremoto” e prosegue “Più di cento venti persone restarono morte sotto le ruine della Città. Non ci sono quasi rimasti huomini che coltivino la povera terra”.

Dopo aver espresso tutte le sue preoccupazioni per questa città e i suoi abitanti, pone alla Congregazione del Concilio, come aveva già fatto nella precedente Relatio, la questione sulla necessità di unire questa piccola Diocesi non più in grado reggersi autonomamente a quella di Manfredonia così come era stato fatto in passato per altre diocesi “la necessità d’unire, e supprimere questa Chiesa come per cause simili fu unito nel Regno di Napoli da Sommi Pontefici…& nello Stato Eccl.stico per simili accidenti li Sommi Pontefici pigliarono occasione e stimarono di fare cosa grata a Dio e salute dell’anime”.

Le Relazioni ad Limina, sono una preziosa fonte di conoscenza per ricostruire le vicende dei luoghi, trascurate dai libri di storia, ma ricche di vita e di curiosità celate. Quelle dell’Arcivescovo Marullo, meritano uno studio più approfondito per dovizia e la diversità d’informazione, rispetto a quelle canoniche che in genere si è soliti trovare nelle ricerche d’archivio.

Le citazioni in corsivo sono tratte dall’A.A.V.: Segr. Stato Napoli - 41 f.269, 274, 281. Congr. Concilio Relat. Dioec.- Manfredonia 751A f. 76-79; Vieste 867 f. 73-74;




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